I PROFETICI SCRITTI DI DON ORIONE SUGLI ATTACCHI A VITA E FAMIGLIA – di Giuseppe Brienza

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Intervista a don Flavio Peloso, direttore generale dell’“Opera Don Orione”


di Giuseppe Brienza

fonte: laStampa.it


 

bdoA proposito della legalizzazione dell’aborto prevista nella bozza di riforma del Codice penale brasiliano, d’imminente approvazione da parte del parlamento del Paese “più cattolico”, stando almeno alle statistiche ufficiali sull’amministrazione dei sacramenti, dell’America latina, abbiamo rivolto alcune domande a Don Flavio Peloso, direttore generale dell’“Opera Don Orione”, diffusa nel Paese fin dal 1913.


Don Luigi Orione (1872-1940), beatificato da Giovanni Paolo II il 16 maggio 2004 e considerato una delle personalità più eminenti del secolo scorso per il suo zelo nella pratica della carità, inviò la prima spedizione di suoi missionari in Brasile nel 1913, cos’è cambiato d’allora nel Paese?

Visito periodicamente il Brasile. Conosco il Brasile soprattutto dalle finestre della mia Congregazione che si aprono generalmente su grandi periferie, su zone popolari e su categorie di persone povere. Evidentemente, il Brasile è cambiato molto e più volte rispetto agli anni ’20 e ’30 dello scorso secolo, quando lo incontrò Don Orione. Sappiamo che oggi il Brasile è uno dei Paesi a più alto sviluppo economico, con strutture, leggi e problemi di uno stato moderno. E poi, sappiamo anche che quando si parla del Brasile dal punto di vista socio-economico, di fatto, si parla dei pochi stati del sud, evoluti e ricchi, mentre tutto il resto dell’immenso Brasile continua a un livello notevolmente più basso. Quanto alla Chiesa, mi pare sia viva, radicata tra la gente, anche se il fuoco di paglia religioso di molte sétte rischia di inaridire più che sviluppare l’apertura alla fede di tanta gente. Dopo l’Italia, il Brasile è la nazione in cui la Congregazione orionina è più radicata e attiva.


Il primo dei “valori non negoziabili” che Benedetto XVI ha menzionato nel noto discorso al Partito Popolare Europeo nel 2006, è il rispetto della vita umana, dal concepimento fino alla morte naturale. Pensa sia collegato al problema dell’attuale deterioramento della unità della famiglia, costituita da un matrimonio monogamico, unico, indissolubile, tra un uomo e una donna?

Ma certo, i valori fondamentali – o non negoziabili – sull’uomo e sulla vita umana, sulla famiglia e sulla società, sono tra loro strettamente collegati perché sono radicati nella natura umana, che la ragione comprende e che la fede illumina e conferma. La negazione dei valori fondamentali dell’ecologia umana pone su una assurda china distruttiva tutto ciò che c’è di più nobile, giusto e umano. Il frutto di tanto inganno e rovina, organizzati e promossi, è la decadenza e l’infelicità. Sarà il dolore a spingere l’uomo e la società sulla via della ragionevolezza. Sarà la vita bella di chi quei valori vive a dare orientamento e fiducia nel bene. Certamente, in tanta confusione e incertezza su cosa è veramente “umano”, il cristiano, oltre che dalla ragione, è particolarmente confermato dalla Parola di Dio, dall’insegnamento della Chiesa e dallo Spirito che rettifica il nostro spirito.


Recentemente, dagli archivi dell’Opera fondata da don Orione sono riemersi alcuni scritti in cui il Santo originario di Pontecurone sembra dimostrare ulteriormente una capacità profetica, prevedendo gli attacchi che sarebbero stati sferrati ai danni della famiglia e della dignità della donna nel XX secolo. Ce ne può parlare?

Vedo che conosce questo testo di Don Orione. Negli anni ’20, egli scrisse a riguardo della nuova situazione sociale e culturale della donna. In quel testo egli passava poi dalla questione femminile al tema della famiglia. “È cristiano, è caritatevole occuparsi del femminismo o meglio della famiglia cristiana – osserva Don Orione –. L’attacco contro questa fortezza sociale che è la famiglia cristiana, custodita e mantenuta dall’indissolubilità del matrimonio, ora latente ancora, vedete che domani diventerà furioso. Il femminismo è una parte ed importantissima della questione sociale, e il nostro torto, o cattolici, è quello di non averlo compreso subito. Fu grande errore. Il giorno in cui la donna, liberata da tutto ciò che chiamiamo la sua schiavitù, madre a piacer suo, sposa senza marito, senza alcun dovere verso chicchessia, quel giorno la società crollerà più spaventosamente all’anarchia più che non abbia crollato la Russia al bolscevismo”. Da quando Don Orione scrisse queste parole, ci sono stati progressi umani e sociali di cui rallegrarsi. Ma quei sintomi allarmanti di individualismo e di disgregazione della famiglia e della società sono oggi sotto gli occhi di tutti, oggetto di rilevamenti e diagnosi sociologiche. Ma – cosa peggiore – stanno trovando giustificazione culturale e istituzionalizzazione legislativa.


Se l’America latina, un tempo cattolicissima, si avvia sempre più sul crinale della demolizione della famiglia e della vita, cosa dire dell’Africa, definita in più occasioni dal Papa il «Continente della speranza»? Le faccio questa domanda anche alla luce del messaggio che Benedetto XVI ha rivolto il 20 agosto scorso ai partecipanti del II Congresso panafricano dei Laici Cattolici (Yaoundé, 4-9 settembre 2012), nel quale ha con preoccupazione riconosciuto «che persino i valori tradizionali più validi della cultura africana oggi sono minacciati dalla secolarizzazione, che provoca disorientamento, lacerazioni nel tessuto personale e sociale, esasperazione del tribalismo, violenza, corruzione nella vita pubblica, umiliazione e sfruttamento delle donne e dei bambini».

Ho visitato più volte villaggi e quartieri di alcune città africane in cui sono presenti i miei confratelli: Abidjan, Ouagadougou, Nairobi, Maputo, Tananarive. Trovo persone – la maggioranza delle persone! – che lottano giorno per giorno per raggiungere pochissimi obiettivi essenziali, quali nutrirsi, educare i propri figli, avere cura della salute, ecc. Trovo anche tanta dignità, valori e costumi sani, cresciuti come espressione di un concetto della persona, della famiglia, della società e del futuro, attinti dalla natura e dalla ragione, non ancora inquinati e ingannati dalle chimere commerciali e dalle falsità ideologiche. Fa pena vedere che la colonizzazione culturale è lungi dall’essere superata da parte di “quelli che – lo dico con parole di Don Orione –, per loro loschi disegni, abusano perfidamente di voi: che vi offrono un pane, ma vi avvelenano l’anima”. Ma, come hanno ricordato i Vescovi del Sinodo per l’Africa 2011, “L’Africa non è impotente. Il nostro destino è ancora nelle nostre mani. Tutto ciò che essa chiede è lo spazio per respirare e per prosperare. L’Africa si è già messa in moto e la Chiesa si muove con lei, offrendole la luce del Vangelo”. L’Africa sta elaborando anticorpi sani di umanità e costituisce un ricostituente di civiltà. Benedetto XVI ha detto che “L’Africa è il polmone spirituale del mondo di oggi”.


Nel giugno scorso lei ha reagito duramente alla nota diffusa dalla “Laiga”- Libera Associazione Italiana dei Ginecologi per l’Applicazione della Legge 194, che denunciava il fatto che, ad esempio nel Lazio, più del 90% dei ginecologi sono obiettori di coscienza, può spiegarcene i motivi?

Mi sono sorpreso e rallegrato di quanto la Laiga lamentava: il 91,3% dei ginecologi del Lazio sono obiettori di coscienza alla legge 194. Personalmente, io che non chiamo “interruzione volontaria della gravidanza” l’aborto che consiste nell’uccisione volontaria della creaturina – un uomo – in crescita nel seno della madre, ho trovata la notizia estremamente interessante e confortante. Tanto più perché non risulta che i ginecologi siano una categoria ad alta “appartenenza confessionale” cattolica. Mentre, sì, hanno una alta “competenza professionale” in materia. Sono, cioè, quelli che meglio di tutti sanno quello che fanno o che dovrebbero fare con un intervento di aborto: sanno che si tratta di dare la morte a una creatura vivente che è altra persona rispetto alla madre. Il tema dell’obiezione di coscienza alla legge 194 ha provocato un pronunciamento del Comitato Nazionale di Bioetica del 30 luglio scorso che ha ribadito che “l’obiezione di coscienza in bioetica è costituzionalmente fondata” e anzi “preserva il carattere problematico delle questioni inerenti alla tutela dei diritti fondamentali senza vincolarle in modo assoluto al potere delle maggioranze”. Però c’è chi non dubita della bontà della legge 194, ma dubita della bontà del 91,3% dei medici del Lazio, e di percentuali simili nelle altre regioni, e promuove la campagna “Il buon medico non obietta”.

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