I RISULTATI DEL CATTO-PROGRESSISMO – di Piero Vassallo

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Il pregiudizio antimetafisico e il capovolgimento della morale

 

di Piero Vassallo

 

Per misurare l’ispirazione crepuscolare delle suggestioni fermentanti nell’ideologia cattocomunista, che anima i cattolici del Pd, è sufficiente leggere l’ultimo saggio scritto da Giuseppe Dossetti nell’intento di sferrare un mortale attacco ai classici presidi della razionalità e della cultura di destra [1].

Prima di denunciare le ingiustizie, Dossetti aggrediva infatti i princìpi del senso comune, sopra i quali la Chiesa cattolica ha stabilito l’accordo di fede e ragione.dossetti

Dossetti discorreva come i teologi che han aderirono alla fumosa lezione antimetafisica di Martin Heidegger e Hanna Arendt, e perciò condivideva l’opinione secondo cui le cause della cancrena egoistica sarebbero la metafisica e il destino che ha causato l’ellenizzazione del Cristianesimo.

Quello di Dossetti è un abbaglio accecante, che induce a istruire un processo sommario alla metafisica classica e cristiana prima che alla cultura capitalista.

Dietro il sipario dossettiano, insieme con Heidegger, opera inavvertita la  implacabile ostilità tra la metafisica greca e il fideismo gnostico: Atene, in questa fiammeggiante prospettiva, appare irriducibilmente avversa a Gerusalemme o meglio a Nag-Hammadi (il luogo dove fu scoperta una grande biblioteca gnostica).

L’alterata fede giudeo-cristiana dichiara guerra alla ragione aristotelica-tomista. La cristianità, di conseguenza,  diventa la nemica della ragione e la ragione appare al fedele nella figura [luterana] di una prostituta.

I segnali dell’appartenenza di Dossetti ad una fede pretestuosamente ebraicizzante e antimetafisica sono forti e inequivocabili. Dossetti aderì, infatti, ad una delle più inquietanti tesi irrazionalistiche di Emanuel Levinas, e nel frusciare dell’ulivo festoso, dichiarò risolutamente che, per contrastare l’egoismo, non è sufficiente rifarsi al principio di solidarietà ma occorre “ribaltare tutta l’impostazione occidentale, rimandando all’impostazione ebraica originale”. [2]

Non si tratta più della doverosa critica a quelle scuole di pensiero illuministico e liberale, che hanno diffuso l’egoismo disgregatore e sfruttatore. Dossetti aggredì quell’impostazione occidentale che include la metafisica greca riformata e adottata dalla Cristianità.

Un buonista potrebbe supporre che Dossetti non conoscesse la radice modernistica del suo pensiero, ma questo non cambia la sostanza delle cose. L’attacco all’impostazione occidentale, infatti, non risparmia neppure il preambolo logico della morale cristiana, in altre parole l’assioma “nihil volitum nisi praecognitum”.

Dossetti, dopo aver citato, dal libro dell’Esodo, la risposta degli ebrei a Mosé, “faremo e udiremo”, si contorce in un cunicolo ermeneutico senza sbocchi ed afferma solennemente il nuovo principio della logica: volere prima di conoscere.

Testualmente: “Essi (gli ebrei) scelsero un’adesione al bene precedente alla scelta tra il bene e il male. Realizzarono così un’idea di una pratica anteriore all’adesione volontaria. L’atto con il quale essi accettarono la thorà precede la conoscenza”.[3]

Secondo l’ispiratore dell’aggiornata ideologia catto-progressista, sarebbe dunque possibile scegliere l’ignoto, e, in concreto, eseguire un comando di cui s’ignora il contenuto.

Di più: sarebbe possibile un’azione (“una pratica”) indipendente dall’arbitrio della volontà che dovrebbe promuoverla.

Per quanto sembri incredibile nel pensiero di Dossetti avvenne il passaggio dalla teoria del servo arbitrio a quella del servo senza arbitrio e senza ragione. Obbedire non perché ipse dixit ma trasformarsi in automi, perché ipse non dixit. Questa sarebbe la risposta giudeo-cristiana all’impostazione occidentale.

Le vertiginose acrobazie di Dossetti non erano suggerite dalla tradizione ebraica ortodossa, ma tratte ultimamente da Heidegger, un filosofo che aderiva all’irrazionalismo di Nietzsche ed aveva stabilito un rapporto privilegiato con la negazione “teologica” della trascendenza di Dio.

Le sfida lanciata da Dossetti contro la ragione è un’avventura nel vuoto. Prima di ricevere la tavola delle leggi, infatti, Mosé fu messo a conoscenza delle verità (in via di principio attingibili anche dalla ragione) che riguardano Dio quale “ipsum esse subsistens”.

Il Dio della Bibbia non ha mai preteso dagli uomini un’obbedienza cieca e demente. Prima di rendere manifesta la sua Legge, ha anticipato la più alta verità di ragione. A Mosé che l’interrogava, “Si dixerint mihi quod est nomen eius quid dicam eis?”, Egli risponde: “Sic dices eis: Qui est misit me ad vos”. [4]

Dio è l’essere perfettissimo. Questa verità rivelata coincide con la verità più alta attingibile dalla metafisica, dall’impostazione occidentale. Altro che conflitto tra Atene e Gerusalemme: nell’Antico Testamento sono ben visibili i punti di convergenza tra la rivelazione e la vera metafisica. Dossetti, evidentemente, immaginava che la filosofia greca avesse corrotto la fede ebraica delle primitive comunità cristiane. Di conseguenza egli era preso dall’ossessione missionaria di separare totalmente la fede dalla ragione.

Egli era fanaticamente convinto d’essere impegnato per la salvezza della fede cristiana dalla contaminazione razionalista, in cui vedeva l’empietà pagana ritornante in veste di “cavaliere nero”.

Se non che proprio Paolo VI, il papa che esonerato Dossetti e deposto il suo maestro card. Lercaro, ha affermato autorevolmente il contrario: il compito fondamentale della cultura cristiana, nell’età postmoderna, è la difesa della ragione, insidiata dalle filosofie dei postmoderni: “Noi siamo oggi i soli difensori della ragione”.

Gli eredi di Dossetti non dicono, o forse ignorano la conseguenza rovinose della dottrina, che insegna la separazione della carità dal Logos: chi agisce per amore non è più nel raccoglimento della razionalità e dell’etica.

Romano Amerio, al proposito, citava un esempio spaventoso: un vescovo cattolico, che predicava l’assolutezza illogica dell’impulso sentimentale: “La prostituzione è una missione d’amore presso i poveri, è un servizio di carità, e una suora, in certe circostanze, può prostituirsi per carità”.

Nel vuoto del pensiero il non senso vola abbracciato al ridicolo. La suora batte il marciapiede per carità e il deputato cattolico militante nel partito dei post-comunisti, vota a favore dell’aborto, dell’eutanasia e/o della famiglia pederastica

A tali paradossi conduce la sequela della fede de – ellenizzata: a trasformare il Cristianesimo in spettacolo osceno.

L’orgogliosa pretesa di superare l’impostazione occidentale conduce alla disgraziata “terra del tramonto”, dove tiene scuola la demenza nichilista.



[1] Cfr: Giuseppe Dossetti, “Sentinella, quanto resta della notte?”, Edizioni Lavoro, Roma, 1994.

[2] Op. cit., pag. 24, dove sono citate le “Quattro letture talmudiche” di Emanuel Levinas.

[3] Op. Cit., pag. 48.

[4] Ex., 3, 13, 14.

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