IL B. PIO IX, PONTEFICE DELLA LIBERTA’ (Omelia nella S. Messa celebrata il 20 settembre 2012) – di P. Serafino M. Lanzetta, FI

Testo completo dell’omelia per la S. Messa celebrata il 20 settembre 2012 nella Chiesa di Ognissanti in Firenze, in occasione del convegno per il 142° anniversario della difesa della Civiltà Cristiana a Porta Pia

 

di P. Serafino M. Lanzetta, FI

 

 

 

Celebriamo una giornata in onore del B. Pio IX, terziario francescano, il grande Pontefice degli anni più terribili della storia dell’Europa e della Chiesa, che sedette sul Trono di Pietro dal 1846 al 1878.

Uno dei più grandi atti di questo lungo pontificato fu senza dubbio la solenne proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione: Maria SS. è stata predestinata sin dal primo istante del suo concepimento dal peccato originale e questo in vista dei meriti di Cristo. Maria, unica tra gli uomini, per la grazia di Cristo non è stata mai schiava del peccato e del diavolo. In Lei Dio mostra la perfezione della sua creazione e la vera libertà creaturale. Maria, ci disse il B. Pio IX, è tutta di Dio e questa è la sua perfezione, la sua gioia che comunica anche a noi suoi figli. Attraverso di Lei, attraverso la sua mediazione materna, possiamo essere anche noi di Dio.

sylL’8 dicembre del 1864, dieci anni dopo il dogma mariano, e con la mente fissa in esso, il Papa redige il Syllabus, in appendice all’enciclica Quanta cura, ovvero dei principali errori dell’età nostra: un elenco di 80 errori in materia di filosofia, teologia, storia e politica. È interessante richiamarne alcuni, i quali, benché di diverso genere e riguardanti materie differenti, fanno trasparire una radice che li accomuna.

Anzitutto un errore riguardante la Chiesa:

Propos. XIX: «La Chiesa non è una vera e perfetta società pienamente libera, né è fornita di suoi propri e costanti diritti, conferitile dal suo divino Fondatore, ma tocca alla potestà civile definire quali siano i diritti della Chiesa e i limiti entro i quali possa esercitare detti diritti».

Poi un errore riguardante il principato civile del Romano Pontefice:

Propos. LXXVI: «L’abolizione del civile impero posseduto dalla Sede apostolica gioverebbe moltissimo alla libertà ed alla prosperità della Chiesa».

Infine due errori riguardanti l’odierno liberalismo:

Propos. LXXVII: «In questa nostra età non conviene più che la religione cattolica si ritenga come l’unica religione dello Stato, esclusi tutti gli altri culti, quali che si vogliano»;

Propos. LXXIX: «È assolutamente falso che la libertà civile di qualsivoglia culto, e similmente l’ampia facoltà a tutti concessa di manifestare qualunque opinione e qualsiasi pensiero palesemente ed in pubblico, conduca a corrompere più facilmente i costumi e gli animi dei popoli, e a diffondere la peste dell’indifferentismo».

Quale era, possiamo chiederci, l’idea di libertà che soggiace a queste proposizioni condannate? Il liberalismo religioso che minacciava la Chiesa, limitandone la sua libertà di espressione, e che poneva tutte le religioni sullo stesso piano, in modo da portare all’indifferentismo e al relativismo, era lo stesso che denigrava il potere temporale del Papa: la sua perdita avrebbe favorito una libertà spirituale del Pontefice e della stessa Chiesa. La spoliazione del Papato, quindi, avrebbe dovuto significare il restringimento della libertà politica della S. Sede, nell’ambito di un pluralismo religioso, in cui la verità cattolica doveva lasciare spazio alla pluralità degli altri culti, fino alla sparizione della stesso concetto di religio vera. Così trionfava il razionalismo assoluto, secondo cui non esiste un Essere trascendente e Dio si identifica con le cose: bene e male, vero e falso, necessità e libertà, spirito e materia, diventano la stessa realtà. Un falso concetto di libertà, identicamente soggiacente tanto all’aspetto politico quanto a quello filosofico-teologico, minacciava la cultura e la Chiesa: minacciava il futuro stesso dell’uomo, lasciandolo precipitare nel baratro del relativismo. Pio IX con grande avvedutezza lo denunciò e ci fu anche qualche altro che s’accorse immediatamente della profezia di quel gesto, del Sillabo, e corse in soccorso e in difesa del Papa dell’Immacolata: il B. John Henry Newman, con la sua Lettera al Duca di Norfolk (1874).

Era in discussione il concetto di libertà rivendicato con quello che poteva sembrare il suo contrario, la sua negazione, la coscienza. La libertà condannata era un gesto proditoriamente in contrasto con la coscienza dell’uomo. Il Papa violava il suo imperativo e l’obbedienza alla Chiesa avrebbe favorito una massificazione delle intelligenze, ostacolando la scelta personale secondo un giudizio morale soggettivo. L’illustre statista Gladstone, a cui Newman risponde nella sua Lettera, sosteneva che il Concilio Vaticano I avesse creato un nuovo tipo di cattolicesimo: una chiesa che toglie ogni libertà alla discussione, una Chiesa che perfino infallibilizza il suo Pontefice rinchiudendo la sua dottrina come in un circolo vizioso. Così non era più possibile essere buoni cattolici e buoni inglesi. Gladstone, capo del partito liberale britannico e per quattro volte primo ministro, col suo fervore tutto anglicano, s’interessò da vicino del Sillabo, del Vaticano I e della politica della S. Sede e in particolare di Pio IX. Era simpatizzante del Risorgimento italiano. Temeva che i dettami del Vaticano I, i cosiddetti “decreti”, come da lui chiamati, avessero effetti dannosi sull’obbedienza e sulla fedeltà civile dei sudditi inglesi a sua Maestà, la Regina Vittoria. I cattolici erano così schiavi del pensiero di un altro, di una potenza straniera, perché non vi sono settori della vita umana che non cadano sotto l’obbligo della legge morale, dettata dal Pontefice. In una parola, per Gladstone il Papa era un limite alla libertà, alla stessa civiltà. Ma al motto echeggiato da questi in modo sarcastico, «prima cattolico e poi inglese», Newman rispose che le due cose non erano affatto incompatibili: si poteva essere pienamente cattolici e perfettamente inglesi ad un tempo.

All’origine di questo pensiero però c’era un’idea di coscienza come costruttrice di se stessa, senza alcun riferimento a Dio. L’uomo era misura di se stesso e il suo giudizio creatore dell’azione morale. Newman ribatté rimanendo sullo stesso livello del suo interlocutore: la coscienza è, in verità, il sacrario dell’uomo, lì dove Dio parla nell’intimo e pronuncia quelle parole infallibili, iscritte nel suo cuore. Una libertà assoluta e irrazionale della coscienza porta al deliramentum. Questa libertà era stata denunciata da Gregorio XVI e da Pio IX. La Chiesa invita a seguire non il giudizio arbitrario di una libertà assoluta ma paradossalmente proprio «la voce della coscienza sulla quale la Chiesa è fondata», scrive Newman (Lettera, V).

C’è una falsa coscienza che è l’uomo misura della verità e invece una coscienza che, quale giudizio morale sul bene da scegliere o sul male da evitare, mi propone il sentiero della verità. La coscienza non è un assoluto ma deve essere guidata da una luce superiore ad essa: la verità. Si tratta di passare da un’idea soggettiva di coscienza e di vita morale a una oggettiva: proprio questo fece Pio IX, in continuità con tutta la Tradizione anteriore, denunciando il pericolo del liberalismo religioso, quasi come una sintesi delle insidie alla vita della Chiesa e dell’umanità stessa. Non si può impugnare la coscienza contro la verità, contro Dio e contro la religione vera.

Il 17 maggio 1879, Newman nel suo discorso sulla ricezione del biglietto papale che lo nominava Cardinale di Santa Romana Chiesa, da neoporporato così disse:

«E mi rallegro ora al pensare che, fin dal principio, mi sono opposto ad un grande pericolo: per trenta, quaranta, cinquant’anni ho resistito con ogni mia forza allo spirito del liberalismo in religione…Mai vi fu un sistema così ostile costruito con maggiore intelligenza e più fecondo di successo».

La definizione dogmatica dell’Immacolata Concezione dichiarò il vertice della libertà raggiunto in una creatura umana, la Vergine Maria. Maria in Dio, suo tutto, è pienamente libera perché può scegliere solo la Verità e l’Amore, può solo essere di Dio.

Il Sillabo, con la condanna delle idee libertarie sia filosofiche che politiche, mirava proprio a combattere la radice velenosa dell’arbitrio, camuffato dietro le false sembianze del rispetto dell’uomo e della precedenza della sua coscienza, che necessariamente porta al ripiegamento su se stessi fino al disprezzo di Dio e della Chiesa.

Il Concilio Vaticano I, con la definizione solenne dell’infallibilità del Papa, quando ex cathedra dichiara irreformabili verità di fede o di morale, liberò ancora una volta la teologia e la fede da un’insidia ricorrente, quella di vedersi in qualche modo autonome rispetto al mistero. Il modernismo di fine Ottocento e il neomodernismo dei nostri tempi postula difatti una scissione insanabile tra fede e ragione, in mezzo alle quali vi è, come maestra, l’esperienza soggettiva.

Nella Chiesa vi è non la libertà intesa come domino dispotico sulle cose e sulla realtà, come promessa d’immortalità ma senza Dio o contro di Lui, echeggiando i versi del serpente velenoso, ma l’obbedienza, che è un legarsi liberamente alla verità, a Cristo, che ci rende liberi col suo sacrificio della Croce. Non è la Chiesa che è rimasta indietro perdendo un’occasione, ma è la modernità, che costruita unilateralmente su questi principi ha smarrito se stessa, lasciando ora il posto ad un vuoto di senso.

Potremmo allora ben dire che il Beato Pio IX fu il grande Pontefice della libertà: del primato di Dio sulla storia, sulla politica, sulla scienza e sulla filosofia. Con grande lungimiranza vide il pericolo di offuscare la vera portata della libertà e di ridurla a un mero pretesto. Il suo insegnamento è allora di grande attualità e di notevole lungimiranza sui tempi che lo avrebbero succeduto.

Che il Signore doni anche oggi e nuovamente alla sua Chiesa questa lungimiranza, quest’acutezza di giudizio, questa profezia per un mondo rinnovato dall’azione infallibile della grazia. Amen.

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