Il bullismo e la devianza giovanile: altri segni del degrado che stiamo vivendo – di Carla D’Agostino Ungaretti

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di Carla D’Agostino Ungaretti

 

bllsmL’ultima volta che mi sono intrattenuta con gli amici di Riscossa Cristiana che mi fanno l’onore di leggere le mie riflessioni di cattolica “bambina e parruccona” ho parlato del turpiloquio e del linguaggio volgare, sintomi del degrado umano ed esistenziale in atto che ormai imperversa un po’ dovunque e soprattutto sui mass-media che, invece, dovrebbero svolgere una funzione educativa sulle giovani generazioni. Ma mi ripromettevo di parlare anche di un altro episodio, di cui recentemente sono stata testimone, che ritengo anche più grave del primo e dal quale purtroppo scaturisce una riflessione ancora più amara.

         Pochi giorni fa, sempre dopo essere salita su un autobus, ho assistito a un’altra scena deplorevole che però stavolta, grazie a Dio, ha suscitato la reazione indignata dei pochi passeggeri che, a quell’ora, viaggiavano su quella linea. Alcuni adolescenti, dopo essersi offerti di aiutare un’anziana signora a salire sul mezzo, il cui gradino era evidentemente troppo alto per lei, all’ultimo istante le hanno dato uno spintone all’indietro, impedendole di salire tra schiamazzi e sghignazzate di derisione. Credevano di essere spiritosi e di averle fatto uno scherzo molto divertente. Fortunatamente il conducente, resosi conto della situazione, ha evitato di chiudere le porte dell’autobus e gli altri passeggeri hanno  aiutato a salire la poveretta – che per puro miracolo non era caduta – e l’hanno fatta subito sedere, a dimostrazione del fatto che, fortunatamente, non domina solo l’indifferenza nei confronti del prossimo.

         Anche stavolta non ho potuto fare a meno di pensare al “Cuore” di Edmondo De Amicis – lettura edificante imposta a tutti i bambini della mia generazione – e, in particolare, al giovane Franti ( … e l’infame sorrise … )  il piccolo bullo, il ragazzo cattivo che alla fine sarà espulso dalla scuola. “Povero De Amicis!” ho pensato “forse ti rivolteresti nella tomba se potessi vedere come si comportano certi ragazzi più di cento anni dopo il tuo libro didascalico con il quale ti sei tanto sforzato di  instillare nelle anime dei più giovani la religione civile del rispetto per i vecchi, i deboli, gli sfortunati!”  ” Ma quale religione civile ?!” ha obiettato subito dopo l’altra parte di me, nel dialogo che stavo intrattenendo con me stessa “si vede quale progresso umano ha prodotto, nel lungo periodo, la “religione civile” professata da Edmondo De Amicis (che nel suo libro non nomina mai Dio, se non en passant)  come quella promossa dai nostri “Padri” risorgimentali, atei e massoni, da lui pienamente condivisa!”. Poi, sempre proseguendo nel colloquio con me stessa, mi sono detta: “Sicuramente questi ragazzi, che non  dimostrano più di tredici o quattordici anni, avranno dei nonni, e allora che cosa avranno insegnato loro i genitori? A fare lo sgambetto ai “vecchi matusa” quando  scendono le scale?”

         Una triste conferma del mio sospetto l’ho avuta pochi giorni dopo, leggendo che sui campetti di calcio dove giocano le squadre giovanili – ragazzi dai 10 anni in su – è frequente che i genitori in tribuna si comportino come gli ultrà, insultandosi e accapigliandosi nel tifo per i loro rampolli[1]. E allora che cosa pretendiamo dalle povere creature, alle quali evidentemente non è stato insegnato nulla? Il triste episodio di cattivo comportamento giovanile che ho riferito – commesso ai danni di una persona anziana, ma fortunatamente senza conseguenze – non è purtroppo un fatto isolato. Esso è uno dei tanti specchi che riflettono il disagio profondo che alligna nel nostro mondo e in particolare in quello dei giovani, ai quali non è stato fornito un supporto morale e comportamentale valido. Infatti i media riportano spesso episodi in cui bambini e ragazzi sono coinvolti in atti di prevaricazione verso i coetanei addirittura negli ambienti scolastici; né è raro assistere a questi episodi anche all’esterno delle scuole[2]. Nelle strade, poi, capita di incrociare gruppetti di giovani di ambo i sessi che molestano o importunano un compagno o una compagna che non riesce a difendersi.  Altre volte abbiamo avuto notizia di gruppi di teppisti che hanno dato fuoco a un disgraziato e innocente barbone che, senza dar fastidio a nessuno, dormiva sulla panchina di un parco; di “branchi” che, forti del numero, hanno violentato qualche imprudente ragazza.

        Oggigiorno un giovane non “sceglie“, ma si ritrova “cooptato” in un gruppo di importanza per loro superiore a quella rivestita da altri rapporti, che invece diventano secondari, come la scuola o la famiglia, dando spesso luogo ad aberrazioni come i kamikaze, la droga o  l’episodio che ho citato poc’anzi. Infatti questi gruppi di coetanei valutano solo ciò che dà loro potere interno al gruppo, con contenuti banali o perversi (droga, sesso, alcool, satanismo, ecc. ) raramente positivi e validi (come potrebbe essere il volontariato che, come i gruppi cattolici, in genere non è composto solo di coetanei) ma impermeabili a ciò che viene fuori da quel gruppo, anche a ciò che vedono in casa tutti i giorni. Infatti tra i nonni e i nipoti adolescenti c’è oggi una distanza culturale enorme, anche se essi vivono nella stessa casa e se quei nipoti sono stati allevati dagli stessi nonni a causa del lavoro dei genitori, come oggi è molto frequente[3]. Il bullismo è favorito anche dalla cronaca nera nei talk show pomeridiani e nei TG, dai messaggi di violenza che spesso sono veicolati dai media. Perfino alcuni video giochi riproducono attentati e stragi che si sono veramente verificati in qualche parte del mondo con grande risonanza mediatica. E non bisogna credere che questi episodi riguardino solo i maschi: anche se tra le ragazze raramente “ci scappa il morto“ (grazie a Dio!), non per questo bisogna pensare che le dolci fanciulle siano più gentili e buone dei loro coetanei dell’altro sesso[4]. Nelle scuole le ragazze “brillano” per sottili malvagità, dispetti, calunnie, nomignoli dispregiativi ai danni di compagne ritenute bruttine, o  timide o, al contrario, troppo “sexy” al punto di disturbare le conquiste maschili delle altre[5].

         Le amministrazioni locali spendono cifre esorbitanti per cancellare le scritte su monumenti, muri, tram e treni, per riparare danni agli edifici scolastici prodotti da giovani e giovanissimi che evidentemente non hanno un buon rapporto con la loro città e con la scuola. Il vandalismo endemico verso le loro città e le loro scuole è impressionante perché è incomprensibile l’ostilità di tanti ragazzi  nei confronti di beni che, dopo tutto, sono anche loro. Ma che cosa spinge questi giovanissimi alla violenza? Nell’inestricabile groviglio delle motivazioni c’è il gusto della trasgressione, l’emozione per il rischio di venire scoperti e perfino quella di mettere a repentaglio la propria vita (per esempio, guidando senza patente e contromano) e quella altrui (come dimostra il fenomeno dei sassi lanciati dai cavalcavia o collocati sui binari): motivazioni volte a vincere la noia, la solitudine, la mancanza di cose interessanti da fare, per affermarsi e dare un senso alla propria vita. E’ evidente che chi è venuto prima di loro, famiglia, istituzioni, scuola, e perfino la Chiesa, non è stato capace di inculcare in loro valori e principi autentici in armonia con una corretta convivenza civile.

       Ricordo che alcuni anni fa il Governo Prodi aveva emanato un decalogo che raccomandava ai ragazzi di non offendere i più deboli, di riferire ai genitori le  violenze o i maltrattamenti subiti, di non strapazzare il compagno antipatico ma, se possibile, di difendere i più deboli, cercando l’aiuto degli insegnanti e del personale non docente[6]. L’allora ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni aveva messo a disposizione  di genitori e alunni un sito Internet e un numero verde, oltre a promuovere nelle scuole iniziative volte a prevenire quei tristi fenomeni. I risultati furono deludenti e il cahier de doléances rimase identico. Purtroppo oggi la percezione dell’emergenza si scioglie nel pulviscolo dell’informazione quotidiana, i propositi si affievoliscono, i progetti diventano obsoleti per il sorgere di una nuova emergenza,  dell’arrivo  di un nuovo ministro nel governo o di un nuovo preside nella scuola.

        Si riaffaccia allora di nuovo la domanda cui sembra tanto difficile dare una risposta: che cosa induce i nostri giovani a bruciare un uomo, oppure a uccidere “in branco”? Vorremmo trovarle fuori di noi le risposte, e invece esse stanno dentro di noi, in mezzo a noi. La nostra società si va sempre più liquefacendo (tanto per usare la celebre espressione coniata da Zygmunt Baumann), mentre sempre più forte diventa il desiderio di soddisfare bisogni e capricci individuali, sospinto dalla pubblicità e dal bisogno dei produttori di spingere i consumi; perciò, a ben guardare, la situazione che abbiamo davanti mostra come i bulli siano il risultato di una società che, nevrotica o alienata, coglie i fenomeni solo quando si manifestano, lasciandoli poi cadere nel dimenticatoio fino a quando un fatto ancora più grave dei precedenti la costringe a riflettere. I bulli, infatti, sono tutti quei ragazzini che bruciano le tappe nell’indifferenza colpevole degli adulti, perché convinti che l’aggressione sia un gioco crudele che resta impunito e che produce ammirazione.

        Allora tutti noi adulti dobbiamo metterci una mano sulla coscienza e affrontare questi problemi con la presenza, il dialogo, l’esposizione delle ragioni opposte e anche lo scontro, quando è necessario! Oggi tutti sembrano dimenticare che Il buon educatore sa anche punire. Con il dilagare del relativismo, l’idea filosofica del bene comune, sia per quanto riguarda l’individuo che per quanto riguarda la società, non è più sorretta da un‘etica condivisa e allora perde progressivamente la sua funzione vincolante e orientante.

        Ma che cosa è successo, nel breve volgere di una generazione, per trovarci di fronte a questa “inciviltà”? Che ne sarà delle generazioni future, se non riusciamo a invertire  la tendenza? Qualche generazione fa i genitori, ma anche gli educatori in genere, di fronte a un figlio o a uno scolaro riottoso non esitavano a ricorrere alle maniere “forti”: sberle, scapaccioni e, ove questi non fossero stati sufficienti, si usavano metodi coercitivi, come la limitazione della libertà[7]. Oggi è impensabile tornare a quelle usanze, nell’epoca in cui la TV spadroneggia e i videogames sono sempre più violenti. Per non parlare della stampa che esalta sempre il più forte e della famiglia sempre più sfasciata.

       La Chiesa, Mater et Magistra, non si disinteressa affatto di questo tremendo problema, ma raramente trova orecchie disposte ad ascoltarla e a seguirne i consigli. Come sempre, le parole più forti ed incisive sono state pronunciate da Benedetto XVI[8]: “Quando in una società e in una cultura, segnate da un relativismo persuasivo e non di rado aggressivo, sembrano venir meno le certezze basilari, i valori e le speranze che danno un senso alla vita, si diffonde facilmente, tra i genitori come tra gli insegnanti, la tentazione di rinunciare al proprio compito, e ancor prima il rischio di non comprendere più quale sia il proprio ruolo e la propria missione. Così i fanciulli, gli adolescenti e i giovani, pur circondati da molte attenzioni e tenuti forse eccessivamente al riparo dalle prove e dalle difficoltà della vita, si sentono alla fine lasciati soli davanti alle grandi domande che nascono inevitabilmente dentro di loro, come davanti alle attese e alle sfide che sentono incombere sul loro futuro”. Di qui, ha continuato il Papa, “l’emergenza educativa, che assume un volto ben preciso: quello della trasmissione della fede e degli orientamenti morali alle nuove generazioni”. Per fronteggiare queste sfide il Papa raccomandò di valorizzare “ le molte forme e occasioni di incontro e di presenza che abbiamo col mondo giovanile: nelle parrocchie, negli oratori, nelle scuole – in particolare in quelle cattoliche – e negli altri luoghi di aggregazione”.

         Che fare allora di fronte a una simile emergenza? Tutti noi, cattolici e laici, credenti e non credenti, purché uomini e donne di onesto sentire e di buona volontà non possiamo perdere altro tempo! In concreto, latitanza e buonismo degli adulti, genitori, insegnanti e anche (purtroppo) sacerdoti, devono finire. Dobbiamo essere tutti meno assenti, più forti e, soprattutto, trovare tempi e modi per parlare con i giovani dei valori, dei principi e delle regole che rendono una vita degna, rispetto a quella di chi invece, calpestandoli, li ignora. Dobbiamo essere noi adulti a colmare il vuoto di conoscenza che dilaga nella società delle immagini, ed evitare quell’assenza di consapevolezza che, sovrastando i ragazzi, li rende incapaci di fare le scelte giuste.

        Saremo capaci di un simile compito?

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[1] La notizia merita di essere riferita. Mentre si disputava una partita della categoria Esordienti, bambini delle scuole elementari, un saggio allenatore ha deciso di porre fine all’incontro per il pessimo esempio che, in tribuna, stavano dando due genitori che si insultavano a vicenda. All’estero una simile decisione sarebbe stata applaudita; da noi, la giustizia sportiva ha deciso invece di punire l’allenatore e i ragazzini con la sconfitta a tavolino (0 – 3), un punto di penalizzazione in classifica e addirittura 100 Euro di multa alla società, perché è vietato interrompere la partita prima della fine del tempo regolamentare. Così i piccoli calciatori hanno ricevuto un doppio esempio negativo: quello dei propri genitori e quello del farisaico legalismo del giudice sportivo. Cfr. AVVENIRE, Popotus, 24.12.2013.

[2] Tutto questo in Italia, ma sappiamo che negli USA molte scuole hanno dovuto installare i metal detector, come negli aeroporti, perché gli studenti si presentano a scuola armati.

[3] Questo problema è stato ampiamente esaminato da Ugo Borghello, Liberi dal sarcasmo, Ed. ARES.

[4] Infatti qualche anno fa, in Valtellina, alcune ragazze appartenenti a una setta satanica, tesero un tranello a una povera suora che voleva aiutarle a riscattarsi e la assassinarono. La poveretta, prima di morire, perdonò le sue assassine.

[5] Appassionata cultrice di cinema come sono, mi torna in mente un ottimo film di Brian De Palma del 1976, ogni tanto riproposto anche in TV: “Carrie”, al quale la versione italiana, sempre alla ricerca di effetti shock, ha aggiunto, come secondo titolo “ Lo sguardo di Satana”. Carrie è un’adolescente con una madre bigotta e oppressiva e delle compagne di classe di rara crudeltà che la prendono  continuamente in giro per la sua ingenuità. Alla fine Carrie, esasperata, si servirà dei suoi poteri telecinetici per vendicarsi in maniera apocalittica. Il film è un thriller di buona fattura ma rispecchia anche la situazione che ho descritto, non solo in America, ma purtroppo anche da noi in Italia.

[6] www.governo.it: il link era Contro il bullismo che fare?

[7] Nell’Inghilterra vittoriana, paese i cui metodi educativi erano particolarmente ammirati, gli insegnanti erano addirittura autorizzati a colpire con le verghe le palme delle mani degli studenti che si comportavano male.

[8] Incontro con i Vescovi del 29.5.2008, riportato da L’OSSERVATORE ROMANO del 30.5.2008..

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5 commenti su “Il bullismo e la devianza giovanile: altri segni del degrado che stiamo vivendo – di Carla D’Agostino Ungaretti”

  1. Il primo ambito dell’emergenza educativa rimane la famiglia, sorretta, valorizzata, sostenuta dalla Chiesa, dalla società e dalla politica.

  2. Gentile Signora Carla, come in altre occasioni, anche oggi mi dichiaro perfettamente d’accordo con lei. Ma purtroppo sono consapevole che questo “non è più quel tempo e quell’età” in cui niente era meglio di qualche salutare scappellotto. Chi osasse un’ azione del genere, anche di fronte a certi fatti ripugnanti e vergognosi come quello che lei ci ha raccontato, andrebbe difilato in galera. Il problema è uno solo: mancano le fondamenta. E mi pare pure vana l’esortazione dell’amato Benedetto sul ricorso alle parrocchie, agli oratori e alle scuole. Nelle parrocchie i sacerdoti svolgono ormai servizi a ore e l’educazione viene delegata a catechisti laici spesso bisognosi essi stessi di soccorso; gli oratori fungono da luogo di imprecisato ritrovo ricreativo; le scuole sono nella quasi totalità inaffidabili, visto il disinteresse e l’inadeguatezza morale di molti insegnanti. Rimangono le scuole cattoliche, ma sono impraticabili data la scarsità di mezzi economici di molti di quelli che vorrebbero andarci. Bene ha detto l’altro giorno don Pierpaolo Petrucci: – La sola via possibile è la predicazione integrale della verità cattolica in campo religioso e sociale e la condanna coraggiosa e pubblica degli errori che gli si oppongono, senza paura di sfidare il mondo mediatico e le opinioni comuni. Che Dio ci conceda oltre ai laici, anche numerosi ecclesiastici che abbiano questo coraggio-.

  3. ll’Inghilterra vittoriana, paese i cui metodi educativi erano particolarmente ammirati, gli insegnanti erano addirittura autorizzati a colpire con le verghe le palme delle mani degli studenti che si comportavano male.
    Signora, non nell’Inghlterra vittoriana, ma nella scuola pubblica italiana dei primi anni ’60, le mie mani l’hanno assaggiata più volte, la “Rigata”. E me ne trovo contento, OGGI, ma allora mi sentivo vittima di ingiustizia.

  4. Sono il referente del progetto “La città educativa”-Vallo di diano(territorio a sud di Salerno)il cui fine è quello di valorizzare il protagonismo del bambino quale persona capace di dare il proprio contributo per realizzare città/paesi a misura di bambino(convenzione ONU sui diritti infanzia e adolescenza).Condivido quanto esposto da Carla è necessario creare una rete collaborativa tra le agenzie educative,sociali e culturali del territorio quale “voce unica”di contrasto a queste azioni devianti dei bulli.Noi abbiamo predisposto un documento”Patto educativo di corresponsabilità territoriale”sottoscritto da coloro,anche il semplice cittadino,che condividono che il lavoro d’insieme porterà risultati.Il 7 di febbraio 2017 si terrà “La prima giornata nazionale contro il bullismo a scuola”,argomento mal presentato perchè il bullismo non è un fatto settoriale(certo la scuola ha un ruolo importante ma deve essere inserita in un progetto integrato di territorio perchè il bullo al di fuori della scuola non diventa un “santariello”).Cara Carla,dobbiamo credere nella nostra…

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