IL CAPPIO DEL 3% ALLA SPESA PUBBLICA. INTELLIGENZA CORTA E PUSILLANIMITÀ, OPPURE CERVELLI E CUORI ANDATI A MALE – di Piero Nicola

di Piero Nicola

 

miseriaChe cosa è indispensabile per risollevarci dalla crisi? Senza se e senza ma, occorre anzitutto la ripresa dei consumi interni abbinata alla competitività delle aziende. In mancanza di queste premesse, la crisi aumenta e, con essa, il declino generale (disoccupazione, sfiducia, disordini, lo Stivale terra di conquista).

  Quali sono i mezzi per raggiungere lo scopo? Arresto dell’aumento delle tasse e loro diminuzione, evitando bensì i tagli dei costi delle pubbliche amministrazioni, i quali, al presente, significano licenziamenti o, comunque, sottrazione del denaro circolante, indispensabile per gli acquisti. In generale, qualsiasi nuova grossa somma che finisca nel pozzo senza fondo del debito comporta una perdita economica, quand’anche si tratti dell’introito proveniente dall’evasione fiscale.

  Quali inevitabili conseguenze comportano i necessari provvedimenti? Lo sfondamento del famoso e disgraziato tetto imposto dall’Europa alla spesa pubblica, cioè il superamento del 3%. Bisognerebbe, allora, fare i conti con le sanzioni di Bruxelles, con lo spread e la sfiducia dei mercati? Bisogna, altrimenti siamo condannati alla inesorabile desolazione economica e civile. Ma esiste il modo di fronteggiare il problema. E su questo dovrebbero concentrarsi i ragionamenti e le chiacchiere.

  Incaponirsi a voler trovare le coperture, a voler mantenere l’attuale assetto delle finanze statali, dando credito alle voci di banche e finanzieri, nazionali e internazionali, e ai loro satelliti, è questo, l’atteggiamento floscio, irresponsabile. Il mantenimento di tale virtuoso statu quo, appartiene a chi non ha capito niente o è interessato a non capire.

  Che si contenga o riduca l’IVA o che si ridimensioni il cuneo fiscale (tasse sul lavoro e sulle imprese), alla fine, o vengono accresciuti i profitti, lo sviluppo e la circolazione monetaria, mediante il pubblico esborso (minore prelievo fiscale e sovvenzioni statali), quindi mediante lo sfondamento del 3%, oppure, non solo non cambia nulla, ma il male ingrandisce: industrie che chiudono ancora, che vanno all’estero creando disoccupati, impoverimento diffuso, svendita di imprese agli stranieri i quali, facendo i loro interessi, danneggiano i nostri interessi.

  Per non parlare dei danni delle privatizzazioni mal gestite e mal controllabili, dell’immigrazione irregolare, che toglie posti di lavoro o genera quantità di assistiti. Se questo è un altro paio di maniche, che riguarda la moralizzazione della vita pubblica, è tuttavia un fenomeno negativo e crescente, da mettere in conto.

  Perciò la legione dei preoccupati che il governo resti in piedi, la pletora degli ignavi che plaudono al suo salvataggio, è completamente fuori strada. Questo governo, col poco e male che ha fatto e che promette di fare, resta una condanna al depauperamento dell’Italia. Così, restiamo tenacemente, pervicacemente attaccati all’umiliante e soffocante cappio del  3%. Altro che storie!

  Finché l’Italia sta in soggezione di banche e superinvestitori, che perseguono scopi contrari al suo bene, finché non mette in funzione cervello e virilità, la soluzione è appannaggio dei parolai politicanti e dei loro cortigiani. In chi dobbiamo sperare? Non più in quel tale che avanza e retrocede. Non in chi riesce a convincere il popolo dei seguaci e dei curiosi compiacenti che è bello ammettere le mele bacate o marce nel paniere. La speranza dimora altrove!

  Sono queste le considerazioni di uno qualunque, che ha la presunzione di sapere un poco tirare le somme, di arrivarci col proprio raziocinio; ma è sicuro che siano pochi quelli che ci si provano. Ad ogni modo, m’insegnava un antico professore di Religione, che andare contro Dio comporta una correzione o una pena in una forma e in un tempo per noi imperscrutabili, ma andare contro natura riceve a tempo contato la naturale rappresaglia; e andare contro il buon senso è già un insulto alla natura. Speriamo che il suo castigo, prima o poi, venga compreso e serva di lezione.

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