Il caso dei Francescani dell’Immacolata. Un gruppo di fedeli di Ognissanti scrive al commissario Padre Fidenzio Volpi

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Redazione

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In data 28 ottobre 2013 il commissario dei Francescani dell’Immacolata, Padre Fidenzio Volpi, scriveva una lettera indirizzata a un gruppo di fedeli che avevano espresso il loro rammarico per i provvedimenti inspiegabili presi contro la Congregazione dei Francescani dell’Immacolata. Per leggere il testo completo della lettera, in cui P. Volpi usava toni molto duri, accusando quei fedeli di sedevacantismo, CLICCATE QUI

Pubblichiamo ora la lettera con cui questi fedeli rispondono, con molto rispetto non disgiunto da chiarezza, alle accuse di Padre Fidenzio Volpi:

Molto reverendo Padre Fidenzio Volpi,

alcuni fedeli della parrocchia di Ognissanti hanno voluto pregare e riflettere molto, prima di rispondere alla Sua lettera, sbigottiti ed increduli per la durezza del tono, tanto lontano non solo da ogni carità, ma da ogni sentimento di comunione ecclesiale, da ogni cordiale senso di appartenenza all’unica Chiesa di Cristo, tono che non ci si aspetta da un fratello nella Fede; sbigottiti ed increduli anche per l’assoluta gratuità ed infondatezza delle accuse che Ella ha voluto così copiosamente riversarci addosso…

Vede, Padre, come Ella ci accusi apertis verbis di «sedevacantismo», accusa della quale, perdoni la franchezza, sorge il sospetto che Ella non apprezzi appieno la gravità, dato il modo assolutamente gratuito, con il quale la porge, e, soprattutto, l’appiglio formale, che, a Suo dire, dovrebbe costituire la prova regina di tale nostra colpa: non ci siamo permessi di inviare, per conoscenza, al Santo Padre la lettera che Le abbiamo scritto, limitandoci ad inoltrarla a Sua Eccellenza il Prefetto della Casa Pontificia. Ella, inoltre, definisce tale errore come «reso […] più evidente dal fatto che Monsignor Ganswein ha servito anche l’anteriore Papa». Ella può comprendere come questo Suo argomentare, se si utilizzasse la medesima logica che impregna la Sua lettera, La esporrebbe all’accusa di non credere nella perfetta continuità tra il pontificato di Benedetto XVI e quello di Papa Francesco, tanto da porre addirittura dei dubbi sulla possibilità di essere egualmente fedeli ad entrambi i Pontefici. Ella comprende che questa argomentazione potrebbe risultare altamente offensiva non solo nei confronti di Monsignor Ganswein, ma addirittura dello stesso Papa Francesco, che terrebbe in posizione tanto delicata e fiduciaria persona tale da essere gradita addirittura a dei «sedevacantisti». Ci auguriamo che, ora, possa vedere come l’ansia di screditare sul piano personale l’interlocutore, magari attribuendogli retropensieri che non si possono conoscere, soprattutto quando non esistono, in luogo di contestarne le affermazioni, non sia il modo migliore di confrontarsi e, tanto meno, di dialogare.

A parte un accenno di spiegazione a riguardo dell’utilizzo del questionario da parte del Visitatore Apostolico, accenno, come vedremo, anch’esso lacunoso e formalistico, Ella non affronta alcuna delle questioni, che noi, sommessamente, ci siamo permessi di sollevare: a tutto Ella contrappone un «avevo formalmente il potere di farlo», senza mai entrare nel merito dei provvedimenti, delle decisioni, in una parola, della realtà oggettiva dei fatti. Per quanto concerne il questionario, Ella ci dice che era strumento legittimo, «il cui scopo consisteva nell’informare il Visitatore degli orientamenti espressi dai nostri Religiosi»: evita di dire e, quindi, di spiegare, l’abnorme peso attribuito a tale strumento di indagine, che, in realtà, se non si può definire come esclusivo, certamente riveste un ruolo sproporzionato rispetto al fine che Ella stessa, giustamente, gli attribuisce. Il reale svolgersi dei fatti non viene da Lei neppure sfiorato, quasi non interessasse altro che la presunta astratta correttezza giuridica dei mezzi, indipendentemente dal loro effettivo utilizzo e dalle modalità operative di questo. L’apice di questo irrealistico formalismo viene, forse, toccata a riguardo dei trasferimenti, da lei definiti «normali avvicendamenti, che rientrano nell’ordinaria attività di governo di ogni Istituto Congregazione. Vi ricordo che nessuno di tali atti si è qualificato come provvedimento disciplinare: ho svolte infatti le mie funzioni senza sanzionare un solo Religioso».

Riferendo queste sue affermazioni all’effettivo svolgersi degli eventi, saremmo costretti a concludere che, in assenza di qualsivoglia provvedimento disciplinare e/o sanzionatorio (come da lei stesso affermato), lo smantellamento del Seminario interno all’Istituto, la soppressione dei conventi in diocesi di Albenga, il trasferimento sistematico della quasi totalità dei frati in posizione di autorevolezza a luoghi e funzioni assolutamente differenti da quelli in cui hanno finora così bene operato, la sostituzione di sì detti frati con confratelli assolutamente meno titolati e meno esperti, l’elevazione in posizione di responsabilità unicamente di religiosi dissenzienti dal padre fondatore e dalla maggioranza dei confratelli… tutto questo e molto altro ancora non sarebbe che l’insieme di «normali avvicendamenti».

A sostegno, poi, della asserita, quanto irreale, libertà di movimento e di azione di Padre Manelli, Ella afferma che il Fondatore «può accedere – per esservi curato – alla casa di cura di sua fiducia […] [e] può inoltre allontanarsi – previo permesso del Commissario». Ella comprende che queste sono le condizioni di un detenuto agli arresti domiciliari, che, a dire il vero, gode di maggiore libertà di movimento rispetto a quella consentita a Padre Stefano, che, come Ella stessa ha affermato, non è colpito da nessun provvedimento disciplinare o sanzionatorio.

Gli scriventi si sono limitati a citare alcune delle innumerevoli questioni che la conduzione del Commissariamento del benemerito Ordine dei Frati Francescani dell’Immacolata lascia tristemente aperte. Sarebbe facile per gli scriventi constatare come Sua Eccellenza il Signor Vescovo non abbia ritenuto di ravvisare nel nostro comportamento la benché minima mancanza, degna, non solo della più lieve sanzione, ma neppure di richiamo, ma essi non intendono farlo, per dimostrare e mostrare il rispetto che nutrono nei confronti della Sua Autorità e dell’Autorità dei Suoi Superiori, che, ancora, non sono intervenuti sulle modalità effettive di utilizzo di tale autorità; è proprio in relazione alle suddette modalità che ci permettiamo di richiamare, ancora una volta, la Sua attenzione: Ella non commetterebbe nessun delitto, contrariamente a quanto da Lei affermato, se correggesse ciò che si è messo in atto di erroneo, eccessivo o eccessivamente rigido e troppo poco temperato dalla Carità cristiana e dall’amore verso l’Ordine che Ella è chiamato, pro tempore, a governare.

Nella speranza che Ella voglia accogliere quanto ci siamo permessi di scriverLe con l’obiettività che deriva dall’umile grandezza, così caratteristica di ogni religioso e, in forma particolare, di un figlio di San Francesco, porgiamo rispettosi ossequi.

 

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5 commenti su “Il caso dei Francescani dell’Immacolata. Un gruppo di fedeli di Ognissanti scrive al commissario Padre Fidenzio Volpi”

  1. Giovanni Novelli

    Molte persone dotate di fede non si interesserebbero neanche a queste vicende, probabilmente non considerandole possibili. Pur considerandole possibili ed avendo letto un po’ tutti i trascorsi della vicenda, anche prima ed altrove, posso dire che tutta questa storia è surreale, ridicola, vergognosa. Tutto ciò però più che altro rattrista, pur sapendo che ci sono persone in buona fede che se ne stanno facendo carico di propria iniziativa. Getta al di là di tutto un’ombra grande, per quanto invisibile ai più, sulla Chiesa e la sua guida. Dove e come riportare ordine a questa vicenda senza alla fine prenderne atto ed accettarne l’eventuale, quanto probabile, esito infausto?

  2. “… si è sempre anteposto il dovere della Carità”. Sine verbis.
    E la carità di sostenere, magari facendo un po’ di necessaria chiarezza, anche le migliaia persone che si sentono disorientate (per usare un eufemismo) da tanto assurdo accanimento nei confronti di un ordine religioso esemplare (per tutte le note ragioni) ? No, eh ?

    Anche il KGB era buono a far della simile “carità” …

  3. Soprattutto leggendo la originaria lettera del gruppo di parrocchiani, veramente risulta in modo impressionante la sproporzione e l’inaudito tono della risposta del “commissario” p. Volpi. Per chi, come me, sia “esterno” alla questione (sempre che esterno possa dirsi chi appartiene alla Chiesa Cattolica), davvero risulta incredibile ed inaudita la “maliziosità” (per usare un eufemismo) della risposta del religioso. E’ evidente a chi solo voglia vedere, ed abbia la serenità per farlo, che, come minimo, questo “commissario” sia evidentemente animato da una profonda (e malcelata) acredine per chiunque “osi” chiedere a lui spiegazioni, anche in un modo civilissimo e direi, anche caratterizzato dalla giusta dose di “umiltà cristiana”, come nel caso dei “moderatissimi” fedeli che gli avevano scritto. Una simile reazione scomposta rivela (è una sorta di “prova del nove” che evidentemente la Provvidenza ha “tirato fuori” utilizzando la stessa animosità che evidentemente affligge il detto p. Volpi- lo dico perché la carità non è tacere di ciò che appare in chiarità, ed è utile dire) che nell’animus del detto p. Volpi non vi è né serenità, né carità fraterna, né comprensione per chi (com’è del tutto comprensibile) si trova nella sofferenza spirituale, come il gruppo di parrocchiani in questione. Senza qui entrare nel merito della questione “commissariamento f.i.” (che lascia qualunque cattolico sincero per lo meno “perplesso”), mi limito a rilevare che se colui che dovrebbe governare, correggere,valutare le manchevolezze di una Congregazione, è animato da tali sentimenti di malizia,malevolenza ed astio…..C’E’ DA STARE FRESCHI!! A questo punto, Francesco, pensaci tu! (e spero che non dovremmo appellarci direttamente al Santo di Assisi, anziché al Santo Padre, nel caso malaugurato ed incomprensibile che non ritenesse opportuno riprendere in mano la questione…..)

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