IL CONCILIO VATICANO II E LE FONTI DEL “PARACONCILIO” – di Piero Vassallo

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di Piero Vassallo


 

Due scuole di pensiero dibattono aspramente intorno al Vaticano II: i refrattari, che attribuiscono alle ambiguità striscianti nei documenti conciliari l’origine del disordine, che sta devastando la teologia e alterando la morale dei cattolici, e gli osservanti, che incolpano i teologi impazienti (ad esempio Karl Rahner e Hans Kung) di aver narrato un concilio, il paraconcilio, sognato e narrato a somiglianza delle loro fantasiose e avventurose elucubrazioni.

La furente demolizione e la rappresentazione rivoluzionaria del Vaticano II sono le due facce di un dibattito iroso, un usurante conflitto dal quale Benedetto XVI ha saggiamente indicato la via d’uscita stabilendo l’ermeneutica della continuità, una decisione autorevole, che sconfessa e mette fuori gioco l’avventuroso progetto dei teologi discontinui.

Opportunamente don Finotti rammenta il discorso continuista pronunciato da Paolo VI quando fu celebrato il quarto centenario (1564-1964) del Concilio di Trento: “Trento! Tante sono le memorie e le emozioni che questo nome glorioso e benedetto solleva nel nostro spirito … Meravigliosa la coerenza storica, con cui è tessuta la vita della Chiesa, che da Cristo trae la sua origine e da Pietro la sua successione; l’avvertenza di una vitalità, che corre nelle vene del Corpo mistico e storico di Cristo, cioè la Chiesa, e che nelle più disparate e remote vicende eguale si manifesta”.

Anche l’autorevole Ennio Innocenti ha indicato una ragionevole base d’intesa: stabilire, anzi tutto, che “il Vaticano II è nella linea tradizionale e sviluppa concetti preesistenti”, quindi ammettere, in sintonia con mons. Brunero Gherardini e con Paolo Pasqualucci, che “non è tuttavia scandaloso che un documento di un Concilio che non impegna l’infallibilità della Chiesa dia luogo a dubbi”.

Al proposito don Innocenti citata un’affermazione conciliare senz’altro ambigua, quantunque non formalmente eretica, “con l’Incarnazione Dio si è unito in qualche modo ad ogni uomo”, rammenta esser di fede che Dio ha assunto la natura umana unendo all’unica persona del Verbo un solo uomo, l’ebreo Gesù, “dando però un segnale d’immensa benevolenza per ogni singolo uomo, passato, presente e futuro”.

Di qui il saggio criterio che deve guidare il qualunque lettore dei documenti del Vaticano II: “la sicura dottrina tradizionale non può essere contraddetta“.

I fedeli sono pertanto tenuti a cercare la continuità che è presente malgrado le espressioni del Vaticano II che rivestono una forma liquida e sfuggente.

lfAll’ermeneutica della continuità è improntato anche il convincente saggio del dotto teologo roveretano Enrico Finotti, “Vaticano II 50 anni dopo”, edito in questi giorni dalla veronese Fede & Cultura.

In sintonia con il cardinale Mauro Piacenza, don Finetti, preso atto della della continuità sostanziale nel magistero della Chiesa, stabilisce che l’adesione al Vaticano II “implica in maniera necessaria l’adesione a tutti gli altri Concili Ecumenici“.

La prima conseguenza dell’assimilazione del Vaticano II ai precedenti concili è la riduzione delle fughe in avanti all’avventizia categoria del paraconcilio, “forma mentis che vorrebbe come insegnamento autentico conciliare non tanto quanto è espresso dalla lettera, ma quanto è contenuto in un presunto spirito del Concilio, posizioni di pensiero teologico e prassi di azione pastorale che si sono imposte al di là e contro la lettera dei documenti conciliari“.

Di qui il riconoscimento dell’origine paraconciliare della pastorale secolarizzata rivolta unicamente sul versante umanitario senza più l’aggancio con il Mistero che deve trasmetterlo“, un metodo che ha generato i danni che Paolo VI ha definito fumo di satana nella casa di Dio.

Opportuno e condivisibile è anche il capitolo scritto da don Finotti “per rendere giustizia al magistero del papa Paolo VI, che dimostrò un equilibrio quanto mai raro e costante nella guida della Chiesa postconciliare”. Al proposito è doveroso rammentare che il carteggio tra Paolo VI e l’intransigente card. Siri svela una perfetta, sorprendente identità di vedute fra i due protagonisti della recente e tormentata storia ecclesiastica.

Va da sé che la certezza della continuità non implica l’attenuazione della polemica sul paraconcilio. Tanto meno implica la mitigazione del severo giudizio (formulato da Paolo Pasqualucci e da Roberto de Mattei) sulle illusioni comunicate a Giovanni XXIII e ai protagonisti del paraconcilio da teologi folgorati dalla visione di un mondo moderno piamente inteso alla critica dei propri errori.

L’involuzione del moderno e la sua discesa nel tenebroso sottosuolo neognostico, francofortese e californiano, infatti, era stata avvistata e annunciata a metà degli anni Cinquanta dal cardinale Siri.

In atto sulla scena storica non era l’autocritica ma l’avanzamento del pensiero moderno in direzione della capovolta religiosità e del nichilismo.

I comunisti d’avanguardia, Benjamin, Bloch, Adorno, Taubes, Marcuse, lavoravano da tempo alla conclusione nichilista della parabola atea e materialista. Solo un accecato ottimismo poteva non vedere la degenerazione del moderno principe.

La discesa dell’antimoderno cattolico negli stati liquidi dell’ottimismo senza fondamento è un capitolo indispensabile alla comprensione del paraconcilio, dunque all’efficace opposizione alla discontinuità felicemente avviata da Benedetto XVI e destinata al successo malgrado le resistenze opposte dagli incantesimi officiati dai teologi progressisti.

 

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