IL CONFRONTO SU DIO – di P.Giovanni Cavalcoli, OP

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di P.Giovanni Cavalcoli, OP


 

gtSi può parlare di uno “spazio neutrale”, ovviamente intellettuale e non fisico, sul quale confrontarsi, ciascuno a suo agio e nel rispetto del diritto di ciascuno, sul gravissimo problema dell’esistenza e dell’essenza di Dio? Dio si può conoscere o resta sconosciuto?

Se ne è parlato a proposito del prossimo incontro di Assisi presieduto dal Card.Ravasi e che vedrà, fra molti ospiti illustri, anche la presenza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, per trattare dell’arduo problema della conoscibilità o meno di Dio.

Quale potrebbe essere questo spazio neutrale, questo “campo da gioco”, dove le due squadre – i credenti e i non-credenti o, se vogliamo, i dubbiosi e i certi – potranno giocare senza tifoserie condizionanti l’una o l’altra squadra? I cattolici sembrerebbero i favoriti, dato che il campo da gioco – non vogliamo dire, speriamo, il terreno di scontro – sarà il Santuario universalmente amato e conosciuto del Poverello di Assisi.

Noi cattolici giochiamo in casa? La nostra tifoseria condizionerà la partita a nostro favore? Non lo so. C’è chi crede che partiamo svantaggiati. Non voglio entrare in questa questione. Voglio abbandonare questo tono un po’ scanzonato, sconveniente alla gravità dell’evento e parlare seriamente.

Riprendiamo dunque la domanda: quale può essere questo “spazio neutrale”, espressione che viene attribuita addirittura al Papa proprio per questa occasione? A tutta prima si potrebbe avere l’impressione che significasse un invito ad astenersi dal pronunciarsi, a non  prender posizione. Ma se si tratta del Papa, non possiamo certo interpretare in questo senso. Sarebbe assurdo e ridicolo vedere nel Santo Padre, colui che per mandato di Cristo ci conferma nella fede, un promotore dell’astensionismo o del dubbio o della pari condicio dell’ateo del credente o, peggio, dell’indifferenza al problema di Dio, quale che sia la soluzione che se ne dà.

Che cosa invece può significare il Papa con questa espressione, ammesso che l’abbia veramente pronunciata? Molto semplice: si tratta del terreno della ragione. Sappiamo bene quanto il Papa insiste sull’importanza della sana ragione, della quale occorre “allargare gli spazi”, per far posto a Dio.

Questo è il campo da gioco sul quale tutti possiamo e dobbiamo giocare. Su questo terreno dovrà avvenire il dialogo e il confronto, l’argomentazione e se vogliamo anche la confutazione, la domanda e la risposta, il dubbio e la certezza, la ricerca e la scoperta, l’interrogativo al quale si può rispondere e quello al quale non si può rispondere.

Tutti, salvo i minori e i malati di mente, esercitiamo la ragione. Certo la si può usare bene e la si può usare male. Ma tutti abbiamo la possibilità di usarla bene, almeno nei suoi princìpi e nelle sue evidenze fondamentali, come ad esempio la nozione della verità o della realtà, il principio di non-contraddizione, di causalità o di finalità. Nel momento in cui pensiamo o parliamo o comunichiamo,  non possiamo fare a meno di usare questi princìpi.

Diverso è il problema di Dio. La sua esistenza e la sua essenza non sono così immediatamente ed universalmente noti o evidenti come lo sono l’esistenza del nostro naso o della persona o della casa che mi sta di fronte. Tuttavia, come la Chiesa insegna sulla base della Sacra Scrittura (Sap 13,5; Rm 1,20), e lo ribadisce il Concilio Vaticano II dopo il Vaticano I, la ragione umana può dimostrare l‘esistenza di Dio, il che vuol dire che essa non può dimostrare il contrario, come gli atei erroneamente credono.

Neppure l’agnosticismo è razionalmente giustificabile (a prescindere dalla buona o cattiva fede dell’agnostico), perché suppone una ragione frustrata nei suoi princìpi fondamentali, cosa che vorrebbe dire la negazione pura e semplice della ragione e la degradazione dell’uomo (animal rationale) a livello delle bestie.

Oggi però pochi sono disposti a continuare a chiamarsi atei, anche se forse alcuni rifiutano la parola ma mantengono il concetto. Molti preferiscono chiamarsi “umanisti secolari”, verrebbe quasi fatto di dire: uomini in ricerca. Li possiamo agganciare noi cattolici? Di alcuni penso di sì. A che scopo? Ma per condurli a Cristo naturalmente, con l’aiuto della Spirito Santo e non certo per cincischiare all’infinito in un “dialogo” equivoco e includente.

Secondo il Vangelo infatti tutti dobbiamo fare i conti con Dio in Cristo, quindi tutti, esplicitamente o implicitamente, coscientemente o inconsciamente, tematicamente o atematicamente, sappiamo che Dio esiste. S.Giovanni dice che il Logos illumina ogni uomo. Tutti infatti sono chiamati alla salvezza. Ma Cristo è il Salvatore di tutti. Per questo tutti possono entrare in contatto con Cristo (non è detto che tutti di fatto ci entrino), magari solo nell’intimo della loro coscienza, anche senza aver conosciuto la Chiesa visibile.

Indubbiamente ad Assisi sarà impossibile affrontare il problema di Dio in modo approfondito e specialistico, anche perché oggi purtroppo c’è molta ignoranza anche tra noi cattolici in fatto di metafisica, che sarebbe indispensabile per chiarire con vera fondatezza la grande questione.  Ma non importa. Questo impressionante confluire di tante personalità mi fa pensare, e di ciò noi cattolici non possiamo che esser contenti, segno che il problema di Dio è tuttora molto vivo.

Sapremo essere all’altezza della situazione? Sapremo ospitare nel nostro piccolo campo gioco della ragione (ovviamente sostenuta dalla grande luce della fede), arbitro il Poverello (insieme col Card. Ravasi in sottordine) e il Papa in tribuna, una squadra di variegati avversari che ha come capitano nientemeno che Napolitano? Chi vincerà la partita? La coscienza di ciascuno, nella sua solitudine con Dio.

 

Bologna, 28 settembre 2012

 

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