Il diabolico alfabeto dell’arte contemporanea (seconda parte) – di Gabriella Rouf

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Pubblichiamo la seconda e ultima parte di un’istruttiva e godibile analisi della cosiddetta Arte Contemporanea uscita sulla rivista “Il Covile” seguendo un criterio alfabetico. Molti pensano che certi temi interessano solo gli intellettuali, ma si sbagliano, specialmente se hanno a cuore la salvaguardia della fede e della ragione. Non caso, Gabriella Ruf scrive tra l’altro: “Dato che l’Arte Contemporanea ha bisogno di andare oltre, per sopravvivere a se stessa, c’è da attendersi un ulteriore accanimento su questa strada, che del resto corrisponde alla natura profonda dell’AC, che può definirsi diabolica in quanto antiumana, mortifera, nichilista”. Ebbene, consideriamo con attenzione questo giudizio e leggiamoci le note seguenti tenendo davanti agli occhi la bestiale videoproiezione con cui l’8 dicembre 2015 venne profanata la Basilica di San Pietro. Allora si capirà che questioni come queste ci toccano da vicino: tutti e tutti i giorni.

Musei. Quelli costruiti per l’AC non le bastano, perché vuole invadere gli altri, quelli dell’arte vera. E si capisce perché: i vari MAXXI, MAC ecc. sono enormi, squallidi contenitori dove nessuno va, dopo la mondanità e i clamori scandalistici del vernissage. Invece l’AC ha bisogno di accredito, di vetrine di prestigio, di «confronti» e «colloqui» con l’arte del passato, quella che i teorici dell’AC dichiarano morta e sepolta, ma che, guarda caso, la gente va a vedere e apprezza. L’AC ha bisogno delle piazze, delle chiese, degli antichi palazzi, non solo per ostentare un’ingannevole continuità con l’arte del passato, ma per destrutturarla, degradarla, portarla al suo livello, puntando magari sulla biografia dell’artista storicizzato, i suoi retroscena, i suoi vizi. Ed essendo l’arte europea arte cristiana, si coglierà l’occasione per smascherare i meccanismi del potere della Chiesa, la manipolazione delle coscienze, di cui l’artista del passato è stato vittima o a cui si è ribellato, essendo un genio, un essere eccezionale, come appunto sono gli artisti contemporanei che possono dialogare con lui da pari a pari. Per realizzare queste ignobili operazioni, occorre — altro tassello del sistema — la complicità di sovrintendenti, direttori dei musei, responsabili delle istituzioni, che aprono le porte, sperperano denaro pubblico, espongono alla beffa il patrimonio che dovrebbero tutelare.

 

Nitsch. Herman Nitsch dispregia cadaveri e gioca col sangue. E, se lo fa oltre i limiti della legge, non va esentato «perché è arte». Non è arte, e se il denaro pubblico è stato gettato, tale sarebbe anche se pasticciasse coi peluche e spalmasse marmellata. Nitsch, come altri — e sono in tanti, fra l’altro — che manipolano sangue, carogne, liquami vari, graduando l’orrore e adattando i pretesti a secondo il contesto (denuncia della vivisezione ovvero compiacimento di scenari sadici) non hanno niente da dirci, né lo dicono, a dire il vero, lasciando carta bianca ai loro commentatori, esegeti, curatori, capaci di vestire il nulla di sproloqui demenziali e di slogan d’effetto.

 

Opera d’arte che non c’è. Pertanto non si dovrebbe usare questo termine nel caso dell’AC. Si tratta infatti di prodotti che nascono da una progettazione pianificata — ogni nome ha la sua specializzazione, come un marchio di fabbrica — spesso senza che l’autore ci metta mano, replicati e replicabili, assemblati con materiali preesistenti o realizzati con procedimenti e macchinari di tipo industriale; ovvero di installazioni di natura tecnologica, effimera, scomponibile, oppure performance di esibizione/ spettacolo (in genere le piú ripugnanti) o infine, sottoprodotto alla portata di qualunque sede di provincia, la mostra fotografica. Esse nascono dal concetto, dalla trovata ad effetto, o direttamente dalle ossessioni patologiche dell’autore. Non c’è l’opera, nella quale un’idea, un’immagine, passa dalla mente alla mano e — qui è il momento dell’artista artigiano e dello stesso tempo del genio — dalla mano alla materia, che da questo atto viene trasfigurata e mutata in modo unico e stabilmene nel tempo. Non c’è l’opera, per cui chiunque possa riconoscere: è arte. Anzi, tolto dal contesto espositivo, il prodotto AC o si annulla del tutto, o appare un coacervo indecifrabile — un rifiuto, un detrito — o torna materia bruta — un pietrone, un pezzo di legno.

 

Palermo. Qualche anno fa, a Palermo, si è capito che la gente sopporta di sentirsi rinfacciare di non essere colta, di non essere preparata, di non essere aggiornata, di non essere europea, di non capire ecc., da parte di personaggi  arroganti, imbarcati a vario titolo sui bordi della traballante barca delle istituzioni, a gestire assessorati, programmi estivi, eventi, festival, coi pochi spiccioli (per fortuna) di cui può disporre. Le motivazioni di opposizione alla mostra di Nitsch sono varie, tutte pertinenti e tutte confluenti nel giudizio: «Non è arte!» Mentre l’ineffabile assessore vuole con questo exploit «inserire la città nei circuiti dell’arte contemporanea», la città, come una bella signora in abito da sera davanti ad un’immonda pozzanghera, si scansa e continua per la sua strada. No, grazie.

 

Qualità. Quella dell’arte del ‘900 estranea alle avanguardie, alle quali è stata ristretta ufficialmente l’arte del secolo con una narrazione ideologica e settaria, censurandone gran parte e collocando alcune imbarazzanti presenze — per esempio Morandi — come casi isolati, comunque anomali e controcorrente. Diventa cosí diffcile averne una panoramica, perché i musei di arte moderna finiscono per essere i piú disgraziati, come spazi e visibilità, in quanto la grande, ricca, talvolta splendida arte figurativa del 900 è considerata o uno strascico dell’800, o il presagio di una crisi, o peggio l’opera di artisti «in ritardo sul loro tempo».

 

Riciclare. Si sa, è doveroso. Dopo decenni di produzione, anche l’arte contemporanea è una realtà materiale, con la quale prima o poi si dovrà fare i conti in termini di smaltimento di rifiuti. Anzi, applicando un criterio di raccolta differenziata, ci sarà da discernere tra ciò che deve tornare al suo posto e ciò che è da condannare all’assorbimento annientante nel ciclo della materia, a cui forse aspirava sin dalla sua origine. Selezionata con criteri oggettivi e misericordiosi, tanta roba può rivelare la sua utilità, il destino insito nella sua forma e concetto: dalla vetrinistica, agli addobbi dei centri commerciali, la pubblicità, gli stand fieristici, alle attrezzature per lo sport e i giochi, la segnaletica stradale e turistica. Tanti mastodonti possono collocarsi in parchi a tema e luna park, nelle sfilate di carnevale, nelle sagre, tante stravaganze in locations, spettacoli fantasisti, trovarobato vario. C’è un test infallibile da farsi, se per disgrazia capitate ad una mostra di arte contemporanea AC: chiedersi «dove ho visto una cosa simile? (l’avrete vista sicuramente, data la banalità delle trovate, magari in un negozio in-conto-vendita, ricettacolo di oggetti inconcepibili). Ecco, è che deve andare, non deve stare nel museo, nella galleria, nella piazza o chiesa…

 

 

Settantamila. Sono le firme alla petizione «Cancellate la mostra di Hermann Nitsch la cui apertura è prevista il 10 Luglio 2015 presso ZAC a Palermo». Neppure i promotori si attendevano un’adesione cosí ampia, mentre una petizione a favore della mostra ha raccolto appena 450 firme. A nulla è servito il coro di sdegno. Il sindaco ha inaugurato ugualmente la squallida accozzaglia di memorie del triste relitto dell’azionismo viennese. Che ben poca gente sta visitando, al di là della piccola folla che vi si è recata — piú per curiosità che per altro — il 10 luglio.

 

Terrorismo intellettuale. Unica modalità di relazione del sistema dell’AC al di fuori del proprio ambito di agenti, propagandisti e cointeressati a vario titolo. Codesti, nell’impossibilità di sostenere con una logica razionale e corretta le proprie ragioni e teorie bislacche, rovesciano sugli altri l’insignificanza e la repellenza di ciò che viene esposto: è la gente che non è preparata, non capisce, è ignorante, è disinformata, è bigotta, è oscurantista, è repressa, e poi è consumista, è razzista, è omofoba, ecc. Vittimismo o arroganza, secondo la situazione e i rapporti di forze in campo. E chiunque è contro l’arte contemporanea AC — giudicando nel merito della sua produzione, e ci vuole stomaco — automaticamente è accusato di essere contro la libertà artistica, di non comprendere i fini meritori della provocazione: svegliare le coscienze, far riflettere, rompere gli schemi… e naturalmente vengono in ballo i diritti, le minoranze oppresse, le ingiustizie della società, l’ecologia, in un crescendo di cinismo e di impudicizia, da parte di gente privilegiata, straricca e che può fare tutto, veramente tutto ciò che vuole… L’aggressione ossessiva al cristianesimo e ai suoi simboli, dovuta anche al fatto che si può sbeffeggiarli e letteralmente lordarli, senza correre rischi — data la confusione di idee di chi dovrebbe difenderli — e anzi avvantaggiandosi del clamore di scandalo, ha una motivazione più profonda: la dissoluzione dell’identità dell’uomo, capace di ragione, morale, bellezza, trascendenza.

 

Unico. Il pensiero è uguale per tutti. Questo è il contenuto e l’imperativo, al di là della fantasmagorica varietà di oggettistica e intrattenimento dell’AC: un politicamente corretto portato all’ennesima potenza e diventato torvo, grottesco. Un mostruoso filo lega i kit di educazione sessuale negli asili promossi dalla UE, (vagine di peluche, peni di plastica e fumetti espliciti) con il gigantismo degli organi sessuali di tante (tante!) mostre AC, con la pornografia e pedopornografia esposta nei musei. È una specie di pedagogia dell’orrido, del perverso, del disperato, né vi è più differenza tra i video di molte performance AC e quelli dei siti porno estremi. È sorprendente che chi critica e si oppone allo sviluppo della società governato dal profitto capitalistico mondialista, non si accorga della connessione necessaria tra esso e l’ideologia relativistica di cui sono propagandisti questi superprivilegiati parassiti. Anche in questo caso, chi accetta una cosa, non può rifiutare l’altra, e viceversa: prendere o lasciare.

 

Valore dell’arte contemporanea AC. Un rompicapo anche per gli economisti. È una merce che non vale nulla intrinsecamente, né dal punto di vista estetico, né della rarità né della preziosità. Da cosa vengono le sue quotazioni, il suo carattere di investimento? La conclusione di tutti quelli che hanno studiato il fenomeno con gli strumenti dell’economia, sono le stesse: si tratta di un meccanismo esclusivamente speculativo, basato sul principio della rete e della convenzione e accordo strategico tra iniziati. La formazione del valore è il risultato delle manovre coordinate all’intersezione delle istituzioni, dei collezionisti, delle case d’asta e dei mercanti. Chi acquista a prezzi elevati si fida dell’organizzazione che sostiene una certa quotazione; a sua volta, e in contropartita, aderisce e investe nelle strategie comuni che mirano ad incrementare le quotazioni stesse (attraverso mostre prestigiose, campagne mediatiche, promozione di eventi, ecc.) Che spesso le stesse persone siano collezionisti, mercanti, azionisti di banche e case d’asta, esperti e consulenti dei musei e delle istituzioni, finanzieri, spiega la ferrea, inarrestabile, planetaria marcia della speculazione, che si estende con identico meccanismo ai nuovi mercati. L’oggetto AC spesso non si sposta nemmeno dal caveau della banca, ma viene trattato virtualmente sul mercato finanziario. Se invece si prospetta una nuova espansione commerciale, è facilissimo fabbricare ad hoc le ennesime repliche di mastodonti, paccottiglia varia, perfo­mance di cui spacciare video e fotografie. Dice Jean Clair: «L’arte contemporanea ha un prezzo, talvolta smisurato, ma non ha valore».

 

Zitti. È come dovremmo stare, secondo i propagandisti dell’AC, perché non siamo esperti d’arte, non siamo professionisti del settore… insomma, se non ci piace la mostra di Nitsch, possiamo andare da un’altra parte, lasciare che i semicolti si compiacciano l’un l’altro, con lo sfondo di schizzi di sangue e bestie squartate. Invece zitti siamo stati anche troppo, voltando la testa, come di cosa che non ci riguardi. In fondo ci sono stati anche in passato ambienti che ostentavano stili di vita stravaganti, che volevano scandalizzare, épater les bourgeois, fare la rivoluzione alle tavole dei caffè e nei salotti bene. Per lo più venivano da quegli stessi ambienti che volevano scandalizzare, anzi ne godevano i privilegi economici e sociali. Qui si tratta di qualcosa di diverso, di una specie di internazionale della volgarità e dell’orrore, che dispone di risorse inaudite, muove interessi notevoli, ha una strategia, ma che proprio per questo è riconoscibile, tracciabile, intercettabile nelle sue mosse caratteristiche: evento scandalo, sbandieramento della libertà artistica, campagne mediatiche, corruttela intellettuale e morale degli ambienti con cui viene a contatto. Non è arte, bisogna dirlo, in tanti, e senza equivoci.

 

(2- fine)

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4 commenti su “Il diabolico alfabeto dell’arte contemporanea (seconda parte) – di Gabriella Rouf”

  1. Ma ci sono i responsabili di questo obbrobrio. Alcuni giorni fa è morto il celebre critico e artista Gillo Dorfles che ha incarnato l’uomo aristocratico. Dorfles si è prestato con ironia e genialità a giustificare le abominevoli realtà dell’arte di oggi, frutto di un equivoco. Un equivoco nato da un’America che ha cercato in ogni modo di distruggere la civiltà greco-romana, dalla quale era nata con l’illuminismo delle origini, un illuminismo fuggito dall’Europa prima che questa precipitasse nella spirale delle guerre terminate solo con la fine dell’Europa. Questo equivoco maturò con la volontà di dominio mondiale degli americani, destinati al governo del mondo. Nessuno spazio andava concesso alla parte avversa: il blocco comunista, che “ingenuamente” concepiva ancora un’arte destinata al popolo.

  2. Quindi un’arte realista, di cui nel mondo occidentale si trovano tracce solo in qualche manifesto pubblicitario, e in qualche cartone animato, che il popolo deve poter comprendere. La Francia, madre di quel certo illuminismo, trapiantato nel XVII secolo nelle colonie inglesi del nord America, restò per gli americani una patria spirituale. Così quando la Francia, dopo essersi dissanguata nella prima guerra mondiale, concepì un’arte suicida, espressione estrema di rivolta contro ogni tradizione, contro l’idea stessa di dedizione ad una patria sanguinaria che divorava i suoi figli, il vero potere politico americano: la CIA pensò di adottarla come strumento di lotta contro l’arte realista del comunismo. Anzi fece di più. Dette a questa arte connotati misterici, quasi un culto che si tradusse nell’adorazione dell’Impressionismo Astratto. La bandiera della libertà senza limiti, in concreto una serie infinita di gruppi e gruppuscoli asserviti a circuiti esclusivi di galleristi e critici ammaestrati. E questo fu un equivoco in cui caddero i più potenti personaggi americani.

  3. Pensarono che l’arte fosse un affare che valeva quanto si pagavano all’asta le opere d’arte. Allora vennero costruiti artisti artificiali come Pollock, le cui tele imbrattate vennero comprate a vendute a prezzi artificialmente enormi. Ma ci volevano personaggi come Dorfles, espressione dell’Europa profonda, quella che aveva elaborato più di due millenni di storia, di pensiero, di miserie e di grandezze, per santificare la bestialità messa in atto dalla CIA. Per fare un esempio fra tanti, vediamo Dorfles amico di Gehery, l’architetto dell’assurdo, e poi a Dorfles ogni tanto scappava il concetto di “funzionalità”, assolutamente sconosciuto all’arte dell’assurdo. Dorfles voleva che i politici stessero lontani dall’arte che nei secoli passati era vissuta all’ombra dei potenti. Un minimo di residuo buon senso avrebbe potuto distruggere anni di lavoro che sono stati necessari per costruire da parte dei critici quel castello dell’assurdo e della malvagità che indebitamente viene chiamata arte. Se ne è accorto?

  4. Lui così elegante, scultoreo, così perfetto nella sua parte al punto che la morte si era dimenticata di lui, rimasto lucido e spietato nella sua squisita cortesia sino all’ultimo. Si era accorto che cosa aveva combinato la CIA contro il volere dello stesso Truman? L’arte rispecchia fedelmente l’anima degli uomini che l’hanno creata, ma l’anima degli uomini si forma sull’arte. Così la CIA, il vero governo degli USA, ha regalato all’umanità la condanna alla perdizione, che si sta avvicinando con la guerra totale.

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