IL DIALOGO CON I MODERNISTI – di P. Giovanni Cavalcoli, OP

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di P. Giovanni Cavalcoli, OP

 

 

 

I modernisti si vantano di realizzare un dialogo a tutto campo: con i protestanti, gli ortodossi, i musulmani, gli ebrei, i buddisti, gli induisti, i laicisti, i massoni, i comunisti, gli atei e quant’altri. Ma ci sarebbe da chiedersi quanto sono disposti a dialogare con i cattolici che vogliono vivere in pienezza la loro comunione ecclesiale ed accolgono con fiducia e integralmente tutto l’insegnamento del Magistero della Chiesa dal Concilio di Gerusalemme fino al Vaticano II, ovvero con quei cattolici che, in nome della Tradizione, trovano difficoltà ad accettare gli insegnamenti del Vaticano II.

embRicordiamo brevemente che cosa è il modernismo. Esso è una continuazione non dichiarata ma reale del modernismo condannato da S.Pio X, con la differenza che il modernismo di oggi risente di maggiori influssi del pensiero moderno, ma la sua essenza resta la stessa e cioè la volontà di assumere il pensiero moderno in toto facendone criterio per accogliere dal Vangelo ciò che vi si conforma respingendo ciò che gli è contrario, anzichè fare come dovrebbe il buon cattolico e la Chiesa stessa ordina di fare: assumere dalla modernità ciò che è conforme al Vangelo e respingere il contrario.

Il modernismo contemporaneo è un tentativo mal riuscito di ammodernare o aggiornare o far progredire o rinnovare la vita cristiana sulla base di un falsa interpretazione, appunto modernistica, delle dottrine e delle direttive pratiche e pastorali del Concilio Vaticano II.

Non c’è dubbio che nella misura in cui il modernismo contiene vere istanze di progresso e di rinnovamento, è da accogliersi senza riserve. Questo è stato ed è l’atteggiamento di coloro, come per esempio il Maritain, il Gilson, il Congar, il Palazzini, lo Chenu, il Labourdette, il Parente, lo Spiazzi, il Boccanegra, il Daniélou, il Guitton, lo Jolivet, il Galot, il Guardini ed altri, i quali meritano il nome di “progressisti” in senso buono, da non confondere con l’appellativo di “modernisti”.

Il modernismo, peraltro, come tutte le malattie dello spirito, presenta diversi livelli di qualità, a seconda della convinzione e dell’estensione con le quali si è soggiogati o drogati dagli errori della modernità, facendo nel contempo resistenza agli insegnamenti del Magistero della Chiesa. In molti però si trovano semplicemente tracce di modernismo; pochi o pochissimi – e sono i più pericolosi – sono gravemente contagiati, abili maestri e divulgatori dell’errore, pericolosi perché come lupi travestiti da agnelli, seducono molti, soprattutto se occupano posti di potere.

Dialogare con i lupi non è facile. Eppure Cristo manda i suoi agnelli in mezzo a loro e dà istruzioni su come comportarsi: “Semplici come le colombe, prudenti come i serpenti”. Occorre imparare da S.Francesco che ha dialogato col lupo. I pastori dovrebbero avvertire il gregge dell’arrivo del lupo, ma purtroppo raramente lo fanno, ed anzi fuggono, sicchè il lupo sbrana le pecore.

E’ difficile dialogare soprattutto con quei modernisti più colti, astuti ed ambiziosi, che sono radicati nell’errore,  ultraconvinti di essere nel giusto ed occupano posti di potere o sono rivestiti di incarichi accademici, contornati da un vasto seguito di fedeli discepoli. Se vengono sollecitati al dialogo, anche se si riconoscono loro aspetti validi, facendo loro presente anche con garbo e ragionate motivazioni la loro opposizione alla dottrina cattolica, facilmente non rispondono o s’indignano.

Considerano gli avversari con totale disprezzo, neanche meritevoli di essere presi in considerazione, non importa se in vari modi si rifanno al Magistero della Chiesa o sono addirittura rappresentanti del Magistero, fino a giungere al Papa stesso. Né sì difendono con  argomenti, perché non li hanno, ma con la calunnia e la menzogna. Non ritengono di dover motivare la loro prepotenza, perché pensano che essa sia sufficiente per ottenere quello che vogliono.

Se poi si tratta di superiori, costoro tentano di imporre il silenzio agli obiettori e passano all’insulto o alla diffamazione. In alcuni casi vi sono vere e proprie persecuzioni. Negli ambienti accademici i docenti fedeli al Magistero vengono ignorati, emarginati e calunniati. Si cerca di dissuadere i giovani dal mettersi alla loro scuola. Si intimidiscono o si minacciano quelli che tentano di esser loro discepoli. La S.Sede e i buoni vescovi hanno difficoltà nel governare la situazione.

Da molti anni la Chiesa ci insegna l’arte del dialogo. Lo stesso Concilio è un grande maestro di dialogo. La S.Sede, a seguito della riforma promossa dal Concilio, ha istituito, come sappiamo, diversi organismi a vario livello istituzionalmente dediti al dialogo con tutte le componenti dell’umana società, con le culture e con le religioni. Famosa è rimasta la grande enciclica Ecclesiam Suam di Paolo VI, del 1964, da lui pubblicata mentre ancora era in corso il Concilio.

Da allora molti si sono o sono stati proposti come maestri di dialogo, con notevole successo. I loro nomi sono notissimi e non è il caso di citarli, né  peraltro intendo misconoscere i loro meriti. Ma, volendo fare un bilancio di decenni della loro attività, ci sarebbe da chiedersi quanti tra di loro, con quanta prudenza, correttezza ed evangelica efficacia hanno svolto o svolgono questa delicatissima attività, pregna di serissime conseguenze per il bene delle anime, sia che si tratti di condurle alla verità, sia che ci sia da temere per la loro salvezza.

Mi domando quanto costoro hanno pensato a quell’eminentissimo e divino esempio di dialogante che è lo stesso Nostro Signore Gesù Cristo. Sembra infatti che il dialogo sia una scoperta della Chiesa moderna. Indubbiamente essa ci dà nuove indicazioni, atte per noi a divulgare meglio il Vangelo e ad operare per la salvezza delle anime.

Ma dove trovare un miglior Maestro, dove troviamo maggiormente tutti gli aspetti del dialogo, tutte le sue sfumature, tutta la sua apertura, tutti i suoi metodi, i sui segreti, i suoi fini, i suoi motivi, i suoi atteggiamenti, i suoi toni, le sue forme, che negli insegnamenti e nella condotta di Nostro Signore? Dovremmo essere noi oggi a insegnare a Cristo come si dialoga? Ecco la presunzione dei modernisti.

Si può dire che Cristo non abbia saputo dialogare con i farisei, con i dottori della legge, con i sommi sacerdoti? Certo Gesù agli inizi ha attirato le folle, ma sappiamo poi come ha terminato la sua vita terrena. Egli non ha concepito il dialogo come fine a se stesso né come modo di attirare semplicemente le folle assecondando i loro gusti.

Nessuno meglio di Lui conosceva gli universali bisogni, fini e diritti degli uomini ed era in grado di soddisfarli. Ma non ha avuto timore di mettersi in contrasto con tutti e con gli stessi capi, quando c’era in gioco l’onore di Dio e il bene dell’uomo, il bene di coloro stessi che lo contrastavano. Gesù ha modificato la sua predicazione e il suo dialogo per non avere noie? Per nulla. E’ andato avanti fino alla morte, fino al sacrificio della propria vita. E’ questo il vero dialogo.

Ha saputo dialogare con i suoi stessi nemici, certo con un tono che non ha usato per i peccatori pentiti, per i piccoli, per i poveri, per i sofferenti, per gli umili. E’ appunto da questa duttilità di Cristo – agnello e leone – che dobbiamo imparare: non spegnere il lucignolo fumigante e non spezzare la canna fessa, ma ad un tempo coraggio e fermezza contro chi si ribella a  Dio e si mostra nemico dell’uomo.

I modernisti non sono il modernismo. Si deve pertanto condannare l’errore ma avere rispetto per le persone. Con loro bisogna avere una gran pazienza ed aspettare che passi la sbornia, confidando nell’aiuto del Signore, anche perché certamente molti non si rendono conto del loro errore, visto che esso è diffuso dai capi.

Alcuni di loro, i più compromessi, indubbiamente sono intrattabili: se provate a far loro osservazioni, vi mangiano la faccia, come si suol dire. Chi li critica, passa per essere presso i loro sostenitori un sacrilego, reo di lesa maestà o uno scemo irrecuperabile, fosse anche dottore in teologia.

Tuttavia, in linea di principio, possono, dovutamente avvicinati ed anche grazie all’intercessione dei Santi[1], pentirsi e rendersi conto del loro errore, valorizzando le istanze positive. Sono fratelli anch’essi chiamati alla salvezza ed anzi alla santità, partecipi della comune umanità che unisce tutti gli uomini, si considerano e sono discepoli di Cristo. Siamo insieme nella Chiesa, sottoposti al medesimo Vicario di Cristo.

E’ importante cercare il dialogo anche con loro, siano o non siano costituiti in autorità, e ciò con fiducia, pazienza, mitezza, disinteresse, competenza, umiltà, speranza, insistenza, carità, fermezza, nella certezza che non si lavora invano, ma per costruire il Regno di Dio.




[1] Per esempio il Servo di Dio Padre Tomas Tyn, per un caso a me ben noto.

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