IL DIBATTITO SUL CONCILIO. CRISTINA SICCARDI RISPONDE A P. GIOVANNI CAVALCOLI / 2

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Pubblichiamo questa lettera di Cristina Siccardi, in risposta alla lettera di P. Giovanni Cavalcoli, pubblicata su Riscossa Cristiana il 13 luglio.

 

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Molto Reverendo

Padre Giovanni Cavalcoli,

il beato Cardinale John Henry Newman diceva di san Filippo Neri che «visse in un’età insidiosa per gli interessi del Cattolicesimo come nessuna che l’ha preceduta o seguita». Anche noi potremmo affermare la stessa identica cosa. Ancora Newman ebbe ad avvertire, di fronte alla «trappola mortale» del liberalismo: «i leaders cattolici dovranno intraprendere grandi iniziative e raggiungere scopi importanti, e avranno bisogno di molta saggezza e di molto coraggio, se la Santa Chiesa deve liberarsi da questa terribile calamità, e, sebbene qualunque prova che cada su di lei sia solo temporanea, può essere straordinariamente dura nel suo decorso». La Chiesa ha bisogno di essere liberata e per esserlo ha bisogno di uomini saggi e coraggiosi che risalgano alle cause di quegli amarissimi frutti conciliari che vediamo sotto i nostri occhi e che, dopo cinquat’anni di crisi della Fede e della Chiesa, nessuno può più negare.

Per rispondere alle Sue critiche faccio mie le puntuali e perfette affermazioni della lettera del Professor Roberto de Mattei comparse su Riscossa Cristiana.

La verità mai si contraddice. Chi, al contrario si arrampica sui vetri per sostenere l’insostenibile scivola. D’altro canto scrive il Cardinale Walter Brandmüller nel suo recente testo Le “chiavi” di Benedetto XVI per interpretare il Vaticano II (Cantagalli 2012): «Il Vaticano II al contrario [dei precedenti Concili, ndr] non ha esercitato la giurisdizione né legiferato, né deliberato su questioni di fede in via definitiva. Esso è stato piuttosto un nuovo tipo di Concilio, in quanto si è concepito come Concilio pastorale, che voleva spiegare al mondo di oggi la dottrina e gli insegnamenti del Vangelo in un modo più attraente e istruttivo. In particolare non ha pronunciato alcuna censura dottrinale. […] il timore di pronunciare sia censure dottrinali che definizioni dogmatiche ha fatto sì che alla fine emergessero pronunciamenti conciliari il cui grado di autenticità e dunque di obbligatorietà fu assolutamente vario. Per cui, ad esempio, le costituzioni Lumen gentium sulla Chiesa e Dei Verbum sulla Rivelazione divina hanno assolutamente il carattere e la cogenza di un autentico pronunciamento dottrinale, sebbene anche qui nulla fu definito in termini strettamente vincolanti, mentre, d’altro canto, la dichiarazione sulla libertà di religione, Dignitatis humanae, secondo Klaus Mörsdorf prende posizione su questioni dell’epoca senza un contenuto normativo evidente» (pp. 54-55).

Di fronte agli sviluppi dell’importante e sempre più incalzante dibattito in corso, dal 2005 ad oggi (ovvero dalle parole pronunciate  dal Santo Padre alla Curia Romana del 22 dicembre di quell’anno) non ci si può più foderare gli occhi, altrimenti si finisce di fare come il faraone d’Egitto che continuava ostinatamente e pervicacemente a non lasciare partire Mosè e la sua gente, nonostante la sua terra, proprio per sua colpa, subisse, l’una dopo l’altra, le dieci piaghe mandate da Dio.

Lei, Padre, si pone sulla scia di coloro che hanno una visione «carismatica» del Magistero. Ha analizzato sapientemente il teologo padre Serafino Lanzetta FI nel suo editoriale a «Fides Catholica» n. 2 del 2011 dal titolo «Un “anno della fede” a cinquant’anni dal Concilio. Tra ermeneutiche in conflitto». Dentro al Concilio sono avvenute delle riforme che hanno «interessato anche le dottrine e questo principiando non dalle dottrine ma dal modo di insegnarle, dalle forme storiche contingenti, in primis, dalla forma espositiva e linguistica, ovvero da una nuova metodologia, più pastorale ed ecumenica. Di fatto la dottrina – alcune dottrine – è così “nuova”. L’accavallamento di soggettivo e oggettivo nella libertà religiosa è un paradigma. Ma gli esempi riguardano anche altri ambiti come l’ispirazione dei libri sacri, il rapporto Scrittura e Tradizione, la Collegialità episcopale, il concetto di ecumenismo, che fa leva quasi esclusivamente sul sacramento del Battesimo. Si è indubbiamente di fronte ad un insegnamento nuovo […]. Nel Vaticano II ciò che è da appurare anzitutto è la continuità e la discontinuità, secondo livelli diversi, si collocano sul piano del soggetto docente e della dottrina insegnata, altrimenti si rischia solo di declamare la continuità delle dottrine ma senza verificarla. Si rischia di voler conservare col Vaticano II uno status quo nella Chiesa. Se così non fosse, se la difficoltà ermeneutica cioè non ascendesse fino al rango degli asserti magisteriali, del loro essere semplice sviluppo o piuttosto una nuova forma, una ri-forma della dottrina cattolica, sarebbe già risolta tutta la difficoltà ermeneutica, che invece è il vero rompicapo per valutare correttamente il Vaticano II. Se la difficoltà ermeneutica non riguarda la dottrina di prima e quella di dopo, cade la stessa necessità di un’ermeneutica giusta per appurarne la continuità: questa sarebbe semplicemente evidente. […]. Il problema ermeneutico del Vaticano II implica 3 aspetti distinti:

  1. Nel concilio ci sono delle dottrine nuove;
  2. Queste sono uno sviluppo e/o ri-forma delle dottrine classiche;
  3. Il grado dell’asserto magisteriale delle dottrine conciliari».

Allora i teologi a queste serissime due domande, poste da Padre Lanzetta, sono tenuti a rispondere per il bene della Chiesa, per il bene delle anime (quante se ne perdono perché non viene più trasmessa la vera Fede? La responsabilità davanti a Nostro Signore è davvero spaventosa… di fronte a ciò non si può fare come Pilato): «In che modo il magistero del Vaticano II si colloca in continuità con quello precedente? Dove si coglie la continuità?». Ecco che Monsignor Brunero Gherardini, con il suo grido d’allarme, desta i sonnolenti che affermano: «la continuità è garantita dal magistero stesso». Afferma ancora Padre Lanzetta nel suo editoriale: «per il fatto che siamo dinanzi ad un’asserzione del Vaticano II, dunque del magistero solenne, abbiamo la continuità. Fondamentalmente è la posizione di P. Giovanni Cavalcoli […]. Il magistero diventa ragione di se stesso. […]. Il problema “cuore”, dunque, è coordinare continuità e discontinuità secondo livelli differenti, in modo da leggere una nuova dottrina insegnata dal medesimo soggetto. È proprio qui il nodo: la continuità è assicurata dall’unico soggetto che insegna, il magistero, che però non si identifica con la Chiesa e con l’infallibilità totale di essa, rimanendo questa più ampia e includendo ad esempio il sensus fidei del Popolo credente, dunque un’infallibilità in credendo che precede e fonda quella in docendo. È necessario radicare in modo assoluto, oggi più che mai, l’infallibilità del magistero, nelle Verità credute infallibilmente per mezzo della fede, per evitare di scadere in una visione meramente “burocratica”, in cui il soggetto docente diventerebbe l’ultima ragione del porsi della verità stessa. Ci sarà sempre un Küng, che potrà inveire contro il monopolio del “potere romano”, dimenticando che la gerarchia è un’origine sacra, scende dall’alto quale munus, ministero, servizio alla Verità».

È venuto a crearsi un fortilizio dentro il quale coloro chi si fanno paladini del Vaticano II hanno paura che le carte vengano scoperte alla luce del sole, senza pregiudizi, senza malafede. Alle teologiche e documentate argomentazioni di Monsignor Gherardini e alle storiografiche e documentate affermazioni del professor de Mattei, si risponde con fumogene confutazioni, dove il luogo comune fa da padrone.

Il Vaticano II va considerato su quattro distinti livelli, come insegna Monsignor Gherardini:

a)      Quello generico, del Concilio ecumenico in quanto Concilio ecumenico;

b)      Quello, specifico, del taglio pastorale;

c)      Quello dell’appello ad altri Concili;

d)     Quello delle innovazioni.

Il quarto livello è il più problematico, perché è innegabile che le innovazioni (tali perché mai, fino ad allora, contemplate nella Chiesa) hanno introdotto un nuova cattolicità, più in sintonia con le istanze contingenti del mondo, che con il Credo da sempre professato. Sono proprio tali innovazioni, che alcuni “addetti ai lavori” hanno finalmente individuato e focalizzato, ad essere la causa, la radice del malessere generale della cattolicità. La Tradizione sarà la terapia, ma prima occorre affrontare il problema nel concreto e nella Verità.

È ormai evidente che tutti i mali che oggi affliggono la Chiesa derivano, direttamente o indirettamente, dalla crisi della Fede e, più precisamente, da quella protestantizzazione che sposta la Fede dal suo oggettivo contenuto al soggetto che la insegna e/o la apprende. Ecco perché la pretesa continuità dei documenti conciliari con la Tradizione può e deve essere valutata principalmente, se non essenzialmente, sul piano oggettivo dei contenuti, più che su quello soggettivo di chi li ha pronunciati, visto che quello stesso soggetto (è bene sempre ribadirlo) ha rifiutato ogni tipo di infallibilità. Fare il contrario è cadere in una pericolosa forma di soggettivismo, quella che Padre Lanzetta definisce concezione carismatica del Magistero: il Magistero annuncia la Verità e non la crea e, quando non è infallibile, è gerarchicamente subordinato alla Tradizione, questa sì infallibile. Per uscire dall’ormai innegabile crisi della Chiesa occorrono pastori vigili e responsabili che facciano scudo contro le «terribili calamità» soggettivistiche denunciate nel XIX secolo dal beato Newman, nel XX da san Pio X e nel XXI da Benedetto XVI e che oggi ci colpiscono senza pietà, offendendo Cristo Re e la sua mistica Sposa.

 

 

Cristina Siccardi

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