IL DIBATTITO SULL’ AUTORITA’ DEL CONCILIO PASTORALE VATICANO II – di Piero Vassallo

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di Piero Vassallo

 

Paolo VI, quando il suo pontificato stava declinando nell’amara delusione, definì “fumo di satana” e “dissenso che è sembrato passare dall’autocritica all’autodistruzione“, i risultati ottenuti dalla teologia progressista rumoreggiante e giubilante nel Concilio Vaticano II.libro de mattei

Nel 1985, il cardinale Joseph Ratzinger confermò i giudizi di papa Montini, rammentando che, dopo il Vaticano II, “ci si aspettava un balzo in avanti e ci si è invece trovati di fronte a un percorso progressivo di decadenza”.

Di qui le due opposte interpretazioni o ermeneutiche del Vaticano II, che stanno dividendo i cattolici dell’età postmoderna.

L’ermeneutica della continuità, formulata da Benedetto XVI, riafferma le indeclinabili verità della tradizione cattolica, legge il Vaticano II nella loro luce e raccoglie la sfida lanciata dal relativismo, mediocre succedaneo del defunto pensiero moderno.

L’avventizia ermeneutica della discontinuità, elucubrata dal professore bolognese Giuseppe Alberigo e adottata dagli irriducibili eredi di Jacques Maritain e Giuseppe Dossetti, nel Vaticano II contempla un evento epocale: l’abbassamento della fede cattolica a opinione felicemente menomata e  servilmente appiattita sul passato del pensiero moderno.

L’irriducibilità delle due scuole di pensiero manifesta le ragioni della restaurazione timidamente avanzante fra gli ostacoli elevati dai teologi progressisti  e perciò nutre la speranza dei cattolici incapaci di rinunciare alla loro identità.

L’indirizzo perdente dell’ermeneutica eventuale si manifesta, peraltro, nelle anacronistiche escandescenze dei cattocomunisti, radunati in un’esangue aggregazione di nostalgici salmodianti intorno ai relitti della rivoluzione sovietica.

Nel pregevole ed esauriente saggio “Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta“, edito in questi giorni dalla torinese Lindau, Roberto De Mattei chiarisce le ragioni del contendere e risale alle cause lontane della divisione in atto nella Chiesa cattolica.

Per prima cosa l’autorevole pensatore tradizionalista  dimostra che l’ermeneutica della continuità ammette l’esistenza dell’effimero e dell’insicuro fra le righe dei testi del concilio pastorale Vaticano II.

La liceità di tale ammissione è confermata da monsignor Brunero Gherardini, caposcuola dei continuisti, il quale sostiene l’autorità della ininterrotta tradizione e pertanto conclude che “le dottrine del Vaticano II non riconducibili a precedenti definizioni, non sono né infallibili né irreformabili”.

Dal suo canto l’autorevole padre Giovanni Cavalcoli o. p., nel sito “www.riscossacristiana.it“, dichiara che “è lecito avanzare riserve e anche critiche a certi aspetti del Concilio, ossia a quelli che mostrano eccessiva indulgenza nei confronti degli errori moderni”.

La scuola di Bologna, invece, sostiene che l’ermeneutica della discontinuità non è fondata nei documenti ma trae alimento dalla mitologia intorno all’evento conciliare, inteso come causa di definitiva rottura con la tradizione cattolica.

Scrive De Mattei: “Per questa scuola il Vaticano II, al di là dei documenti che esso ha prodotto, è stato innanzi tutto un evento storico che, in quanto tale, ha significato un’innegabile discontinuità con il passato … ha aperto, in ultima analisi, un’epoca nuova“.

L’ermeneutica della continuità, dunque, ha fondamento nella lettura dei testi alla luce della verità cattolica.

L’ermeneutica della discontinuità, al contrario, dipende dalla convinzione (di trasparente fonte modernistica e storicistica) che la dottrina cattolica debba conformarsi ai magnifici pensieri del mondo moderno.

Se non che il malinconico tramonto e la metamorfosi nichilista delle ideologie privano della qualunque giustificazione la meraviglia un tempo pulsante nel pensiero dei cattolici modernisti.

Oggi il pregiudizio di Raïssa Maritain a favore dell’Unione sovietica ha il suono di una barzelletta surreale.

Lo storicismo degli ermeneuti eventuali si rovescia pertanto in umilianti paradossi antistorici.

Opportunamente De Mattei rammenta che negli anni dell’incubazione progressista (1920-140) “la neoscolastica mancò di una teologia della storia e rinunciò alla lotta contro l’avversario, rifugiandosi in una torre d’avorio intellettuale”.

La debolezza della filosofia della storia fu la breccia che consentì l’attraversamento dell’errore progressista  – il fumo di satana – nella cultura cattolica.

L’assenza di una filosofia della storia permise la circolazione di giudizi sul comunismo che umiliavano la verità, censurando le notizie sul gulag e nascondendo la feroce persecuzione anticristiana in atto nell’Unione sovietica.

L’ingiustificato e talora ridicolo irenismo, vibrante e trionfante nelle sedute del Concilio Vaticano II e nelle sedi degli intrallazzi paralleli (ad esempio l’avventurosa iniziativa di Tisserant, che concesse il silenzio sul comunismo in cambio dell’invio a Roma di alcuni agenti del kgb travestiti da vescovi ortodossi) aveva origine dall’incapacità di vedere l’azione della divina provvidenza nella storia, cioè il destino fallimentare delle rivolte  della follia umana contro la verità divina.

Nessuno desidera la cieca censura dei documenti del Vaticano II. Ma il qualunque sguardo non offuscato dal pregiudizio vede l’urgenza di demolire le ridicole costruzioni elevate per celebrare un evento dai risvolti ora ridicoli ora drammatici.

 

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