IL FORMALISMO DI JACQUES MARITAIN QUALE VIA AL COMPROMESSO CON IL PENSIERO MODERNO – di Piero Vassallo

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di Piero Vassallo

 

Suscita perplessità Jacques Maritain, che da ateo rivoluzionario di matrice protestante diventa metafisico grazie a Henri Bergson, credente grazie a Lèon Bloy, militante cattolico grazie all’Action française”. Ennio Innocenti


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Cornelio Fabro  sostiene che il pensiero del secondo Maritain si allontana dalla metafisica tomista dell’atto d’essere e di conseguenza si avvicina al formalismo (essenzialismo) degli scolastici decadenti e dei moderni [1].

Il sostantivo moderni non ha in questo caso valenza cronologica [anche i più convinti e lucidi fra i filosofi antimoderni appartengono all’età moderna] ma indica la ostinata sequela della rovinosa linea di pensiero – la via modernorum – tracciata dagli scolastici decadenti ed eterodossi, approfondita dal cogito di Cartesio e indirizzata all’esito catastrofico degli atei devoti e/o puri e – ultimamente – dei nichilisti (gnostici) francofortesi e californiani.

La critica all’essenzialismo fu sviluppata da Fabro al fine di dimostrare che il pensiero di San Tommaso d’Aquino fu indenne dall’ebbrezza di formalismo, generata dalla sequela acritica dell’idealismo greco ovvero da quell’oblio dell’essere che, secondo l’opinione Martin Heidegger, in questa caso condivisibile, costituisce l’inciampo e la malattia mortale della filosofia.

Nella storia della filosofia, il formalismo dominante nelle filosofie della Grecia antica si diffonde in sordina dalla scolastica essenzialista, attraverso l’opera di Francisco Suarez s. j.,  e approda all’allievo dei gesuiti Cartesio, un autore giustamente criticato dal primo, antimoderno Maritain, in quanto precursore dell’immanentismo (formalmente religioso, strutturalmente nichilistico) di Spinoza e di Hegel.

Don Curzio Nitoglia, proponendo la lettura dello scomodo e dimenticato testo di Fabro, sostiene che la metafisica di Jacques Maritain non riconosce la distinzione metafisica, reale e concreta, tra l’atto di essere partecipato dell’ente e la sua essenza come potenza.

Nel tomismo autentico, infatti, “l’esse è l’atto che assume in sé l’essenza attuandola. E’ l’esse che attira e mantiene l’essenza nell’orbita del reale, che è l’ens tutto reale e mai logico“.

Fabro ha dimostrato che Maritain “attribuisce al termine forte di ens non il significato tomistico originario di id quod habet esse ma di id quod habet vel potest habere esse ove la differenza dalla nozione tomistica è abissale com’è quella che separa il reale dal possibile. E’ l’essenza che può essere possibile o reale, l’ens è semanticamente e realmente id quod est, id quod habet esse, id quod non potest simul esse et non esse (a differenza dell’essenza considerata in senso diviso). Quanto è ovvio che l’essenza può essere reale e possibile, e prima possibile che non reale, altrettanto è impossibile, anzi assurdo, che l’ens, intendo l’ens in quantum ens, si ponga in stato di possibilità, cioè non sia”.

La ragione dunque vieta il tentativo di confondere l’essere dell’ente con il poter essere dell’essenza. Nessuno intende discutere la grandezza di Maritain e tanto meno la sua buona fede, si deve tuttavia rammentare che la qualunque seria storiografia contempla nell’opera San Tommaso (e non in Maritain) l’unica e risoluta affermazione del primato dell’essere sull’essenza.

In ultima analisi il tomismo deve essere considerato l’unico percorso indirizzato all’effettivo superamento delle aporie, che costituiscono il passivo della grande e nobile eredità greca.

Dopo che Fabro ha accertato la singolare identità del tomismo, nessuno può seriamente attribuire a San Tommaso l’oblio dell’essere. Applicata al tomismo la sentenza di Heidegger diventa un abbaglio.

Fabro sosteneva addirittura che si dovrebbe liberare il tomismo dalle pesanti catene che lo legano al platonismo e all’aristotelismo e farlo emergere nella sua prospettiva, che l’impone come l’unica filosofia coerente sull’atto d’essere.

La filosofia di San Tommaso, in quanto non plus ultra del pensiero filosofico, può essere paragonata alle colonne d’Ercole. Su di essa si può riflettere, argomentare e approfondire non compiere modifiche sostanziali e rettifiche.

E’ probabile (e di questo si dovrebbe discutere pacificamente con i maritainiani sopravvissuti alla catastrofe del pensiero moderno) che l’allontanamento di Maritain dalla filosofia dell’atto d’essere abbia generato un ottimismo eccessivo intorno al pensiero laicista, ossia alla tradizione che ha – appunto – lontana origine dall’essenzialismo tardo scolastico.

Non si può inoltre dimenticare che la metafisica di Maritain, oltre che da Fabro, fu pesantemente contestata e con argomenti efficaci da autori d’alto profilo, quali padre Antonio Messineo,  padre Julio Meinvielle, il card. Giuseppe Siri, do Ennio Innocenti.

Dal suo canto Augusto Del Noce sostenne che in “Umanesimo integrale” “c’è l’idea che il marxismo combatta un falso Dio di cui il mondo borghese e anche un certo mondo cattolico si servirebbe a fini di potere.[2].

Si deve discutere amichevolmente, ma alla fine si è obbligati a tracciare una linea chiara tra la buona modernità e la modernità degli erranti (Locke, Voltaire, Diderot, Kant, Hegel, Schelling, Mazzini, Marx, Freud, Jung, Benjamin ecc. ecc.).

Fabro ha dimostrato che negli scritti dei filosofi sotto influsso dell’eresia protestante e/o della falsa religione illuministica si possono trovare affermazioni atte ad approfondire le verità di ragione. Resta però il fatto che le porzioni di verità affermate dai “moderni” (se realmente affermate) appartengono ai cristiani o perché già dette (ad esempio i critici cattolici del capitalismo precedettero di venti anni Marx…) o perché implicite nella dottrina cristiana. Il resto è “modernità” deteriore e inquinante.

I dubbi e le incertezze intorno ai testi del Vaticano II scritti da teologi che avevano subito l’influsso dei moderni (ad esempio Kant, Hegel e Heidegger, autori dell’influente Karl Rahner) consigliano di usare con estrema cautela i frammenti di verità presenti in filosofi per il resto erranti.

D’altra parte è evidente che il rapporto di Maritain con la storia moderno è stato inquinato da spericolati entusiasmi.

Nel 1956 Antonio Messineo s. j. aveva intuito che la equivoca filosofia della storia elaborata da Maritain trascinava il paradosso della cristianità profana , e perciò (incoraggiato dalle reiterate prese di posizione di Pio XII e dal contenuto della “Humani generis”, in special modo) aveva denunciato l’impostazione storicistica e immanentistica di “Umanesimo integrale” .

Posta la domanda “Il continuo appello al concetto evolutivo della storia fa sorgere spontaneamente la domanda, se la teoria del Maritain non abbia qualche punto in contatto con lo storicismo contemporaneo”, l’illustre gesuita concludeva affermando risolutamente che nell’opera di Maritain “Sul piano della storia non opererebbe il Cristianesimo in quanto religione rivelata e trascendente, non il Vangelo nella sua purità originaria di parola divina trasmessa all’uomo, non l’ordine della grazia e delle realtà superiori in esso contenute, ma un cristianesimo e un Vangelo vuotati del loro contenuto soprannaturale e naturalizzati, temporalizzati. … Questi sarebbero, come li chiama Maritain, riflessi evangelici sul temporale. Sul significato di questa frase non può correre dubbio. Con essa si vuol dire che il Vangelo, nella sua essenza di lievito divino e soprannaturale, non fermenta direttamente la società e non entra tra i componenti della civiltà, di nessuna civiltà. Sul piano umano, in sua vece, agisce un surrogato che si ottiene mediante la perdita del suo carattere originario, mediante la trasformazione dei suoi princìpi in princìpi umani, temporali e limitati, di contenuto profano [3].

Antonio Messineo, pertanto si sentiva autorizzato ad affermare che esiste  “una strana coincidenza tra la concezione di Maritain e quella esposta da Benedetto Croce, in un articolo, poi ripubblicato, che a suo tempo fece scalpore: Perché non possiamo non dirci cristiani“.

Analoghe obiezioni furono rivolte alla filosofia di Maritain da padre Julio Meinvielle, dal cardinale Giuseppe Siri, da don Ennio Innocenti, da Henri Massis, da Jean Madiran e da don Gianni Baget Bozzo.

E’ indubbio che Maritain ha indebolito il confine tra Cristianesimo e laicismo, aprendo le porte a quella teologia unitiva che ha avvelenato le sedute del Concilio Vaticano II e adesso sospinge le sedicenti avanguardie cattoliche, ad esempio la scuola di Bologna e l’intrigante comunella di Sant’Egidio, al compromesso con gli esiti pseudo-umanistici,  bizzarri e grotteschi delle rivoluzioni attuate sotto la cometa del falso progresso.


 


[1] Cfr.: Problematica del tomismo di scuola Nel 100° anniversario della nascita di Maritain, in Rivista di filosofia neoscolastica, 2, 1983, pag. 187-199.

[2] Cfr.  l’intervista concessa a Massimo Borghesi e Lucio Brunelli, in “30 Giorni”, aprile 1984.

[3] Cfr. “La filosofia della storia di Maritain”, in “Civiltà Cattolica”, 1956, vol. III, pag. 449 e seg.

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