É difficile immaginare il futuro, nell’epoca dell’odiernità, l’eterno presente che si consuma nell’attimo. Addirittura arduo è pensare in termini di comunità nel triste trionfo di infinite individualità, di gruppi reciprocamente ostili impegnati a rivendicare diritti, puntualizzare con il dito alzato, denunciare offese, lamentare discriminazioni. Lo spirito del tempo è il sentimento soggettivo che si sente obbligato a mostrare continuamente la propria singolarità. Siamo uguali, anzi identici, ma io sono unico più di te. Unito all’esplosione delle reti sociali, il modello di relazione si traduce in una competitività identitaria individuale che, specie tra i più giovani, determina un caos esistenziale il cui prezzo non è solo un individualismo malato di conformismo, ma l’atomizzazione e l’isolamento di ciascuno nella prigione del sé, in contemplazione di un orizzonte che non eccede il proprio ombelico.

Questi disvalori si sono diffusi soprattutto attraverso la mentalità progressista. Il primo obbligo autoimposto è cancellare ogni traccia del passato, comportandosi esattamente all’opposto delle generazioni precedenti e dei regimi politici e morali oscurantisti di ieri. La legge del pendolo si è trasformata in norma di condotta che presenta come sinonimo di libertà la facoltà soggettiva di decidere sulla realtà circostante in base alla tesi – discutibile ma oggi intoccabile – che “la vita è mia e sono libero di viverla come mi pare, decidendo chi sono e chi voglio essere”. Il problema è che entrambe le cose non si decidono, bensì si scoprono. Non si diventa ciò che si è, come esigeva Nietzsche, ma si sogna ciò che vorremmo essere in base alle sollecitazioni di un sistema basato sull’apparenza, il consumo, la sostituzione dell’identità – personale e comunitaria – con i segni momentanei che la esprimono, marchi, griffe, mode, capi firmati, modelli di apparati informatici. Proiettiamo e tentiamo di vivere un falso ideale imposto dall’esterno, assorbito nella convinzione di sceglierlo, spesso contrario alla nostra vera natura.

L’irruzione dell’individualismo di gregge (un ossimoro che non cessa di sorprendere) ha portato due, tre generazioni a credere che l’identità, la stessa coscienza si possano costruire dalle fondamenta, il che implica la negazione delle caratteristiche naturali e un lavoro di imitazione sapientemente guidato dal potere. Una delle conseguenze è la polverizzazione sociale che impedisce la coesione, l’arroccamento su posizionamenti ideologici provenienti dall’esterno, i cui effetti sono la manipolazione e la confusione. Non sappiamo distinguere tra il rispetto e la popolarità, il desiderio e l’amore, né riconoscere il tangibile dall’intangibile, gli atti dai fatti, la libertà dall’uguaglianza, il vero dal falso.

Serve ritornare al senso comune, alle leggi naturali che governano mondo e natura, fuggire dalla cosmopoli artificiale. Montesquieu, di fronte alla superficialità e frivolezza dell’aristocrazia del suo tempo, rilevava come fosse più saggio l’uomo semplice, il contadino rispetto all’istruito cittadino di una società retta da leggi false. Lo sgangherato progressismo odierno impedisce un’autentica libertà. Nessun cambio politico è possibile senza un rinnovamento culturale. Invece, viviamo immersi negli slogan dei mezzi di comunicazione, nelle parole d’ordine della forma merce, nella nuvola rosa dell’onnipotente apparato tecno-pubblicitario, servi volontari di varie oligarchie. Eppure non ci sarebbe bisogno di combattere il tiranno, e nemmeno di difendersi da lui. Non si tratta di strappargli qualcosa, ma solamente di non offrirgli nulla e non prestargli ascolto, scriveva nel XVI secolo Etienne de La Boètie.

L’oligarchia finanziaria e le grandi corporazioni mercantili si approfittano di noi, ma è intollerabile che dettino le leggi a governi e inutili parlamenti nella generale indifferenza. Incatenati allo spettacolo del presente, siamo semplici spettatori consumatori paganti di un parco tematico che ci espropria della realtà. Sepolti nelle bugie coatte, adoratori della futilità, dipendenti dalla meraviglia, straordinarie armi di distrazione di massa, stiamo bene attenti a non risvegliarci dall’allucinazione seriale. Chi si desta, finisce come Re Lear, maledicendo il risveglio. “Hai fatto male a strapparmi dalla tomba. Tu sei un essere di beatitudine, ma io sono legato ad una ruota di fuoco e le mie stesse lacrime mi scottano come piombo fuso.”

In quanto persone, non possiamo sottrarci alla vita in una società governata da false idee prêt à porter, ma possiamo salvarci nonpartecipando alla menzogna. Senza la consapevolezza di ciò che siamo come comunità, non possiamo vivere pienamente da persone libere. Possiamo credere per un po’ di vivere solo per noi stessi, isole autosufficienti in un presente senza profondità, ignari e disinteressati agli altri, alla verità, al domani, ma si tratta di una bruciante illusione. Nell’uragano, ci viene imposto l’universalismo astratto del mercato e ella società globale in cui l’infernale prospettiva dello Stato planetario si risolve nella frammentazione di miliardi di naufraghi alla deriva in gurgite vasto.

Senza appartenenza sociale, senza patria, senza Dio e senza famiglia, viviamo più che mai desolati, con il groppo in gola di chi avverte una mancanza. Ci è stato sottratto tutto quanto vi era di più immediato e rassicurante: la casa, la nostra gente, il lavoro quotidiano, persino la speranza di diventare, alla fine della strada, un venerato ricordo per i nostri cari e gli amici. Tutto deve essere cancellato dalla lavagna. La decomposizione dell’ordine antropologico, l’interruzione della comunicazione con gli altri è collegata intimamente alla globalizzazione astratta e al nuovo ordine che essa comporta. Le parole autonomia, indipendenza, pronunciate dalla voce ipnotica del potere risuonano nell’eco come solitudine, assenza.

Le nazioni negano la loro appartenenza a se stesse, esigono l’immersione nell’ordine universale della cosmopoli. Folle confuse gestite da strutture amministrative incaricate di custodire la libertà indeterminata, la libertà per nulla, vagano come file di profughi. Parleranno una lingua spuria falsamente comune, trasportati dal vento cosmopolita del grande mercato planetario. Questo è l’imperialismo trionfante, l’unico universalismo in vigore, nascosto dietro uno stupido grido di liberazione e democrazia morbosa. Questa è la terra guasta del presente e di quanto possiamo immaginare del futuro negato.

La verità rende liberi, dunque non resta che fare opera di verità, preparare il futuro, contribuire a crearlo, senza troppe illusioni, ricordando i versi di Banquo rivolti a Macbeth. “Se puoi vedere nei semi del tempo / e dire quale grano germoglierà e quale no, / allora parlami.” Pure, un nuovo giorno verrà e occorre progettarlo: è lì che passeremo il resto della vita, ironizzò Woody Allen.

Il futuro dipende dalla verità, e questa dalla capacità di distinguere tra informazione, storia, menzogna e indottrinamento. Conoscere per decidere era il motto di un liberale onesto come Luigi Einaudi. In momenti difficili, dobbiamo perseguire la verità per affrontare un domani inesplorato, un bivio privo di segnali che, come in Alice nel Paese delle Meraviglie, ci costringe a correre per rimanere nello stesso posto. Luce, più luce, invocava Goethe in punto di morte. Siamo circondati da informazioni, notizie, novità. Sazi di breaking news che si accavallano cancellando le precedenti, tutto ci appare uno spettacolo, anche le tragedie. Il sovraccarico fa sbadigliare, perdere di vista l’essenziale e, soprattutto, porta a guardare il mondo con mappe fornite da chi ha interesse a manipolare.

L’istantaneità trova nella rete, apoteosi dell’attimo, il suo terreno migliore, ma ci rinchiude nella prigione del presente, la dittatura di chi possedendo i mezzi di comunicazione, determina ciò che possiamo, quindi dobbiamo, pensare, credere, sapere. L’immagine del mondo non può mai essere neutra, poiché vi siamo immersi, ma non può diventare una visione precostituita, un photoshop obbligatorio ritoccato dagli stregoni del potere. La rete è simile a un flusso continuo di acqua in cui alcune notizie e idee ne sfrattano altre. Scrisse Eraclito che nessuno fa il bagno nello stesso fiume; c’è tuttavia chi, possedendo le chiuse, presidiando le sponde, apre e chiude le paratie a piacimento. L’acqua che arriva a noi è filtrata dall’alto, censure, bavagli e narrative ufficiali sono le dighe che, allontanandoci dalla verità, rendono difficile costruire un futuro comune.

Sfortunatamente, gli alchimisti dell’ingegneria sociale lavorano a pieno ritmo: la società civile, tanto osannata, non sembra più chiedere verità, pluralità, critica e dibattito Quando un evento inizia ad assomigliare a ciò che pensi sia vero, diventa molto difficile notare la differenza tra fatti reali ed episodi che non lo sono. La tecnologia modifica la verità, il monopolio fa sì che l’interesse oligarchico sia l’unica fabbrica di opinioni, un’officina instancabile che manipola i fatti e confeziona i giudizi. Ciò che si vuole nascondere è la vera notizia, mentre chi tenta di approfondire o fornire visioni alternative viene tacciato di fabbricante di falsità, attraverso apparati informativi e reti sociali da cui è espulsa la discussione ma è gradito il rancore di massa, l’agguato organizzato ai solitari della libertà.

Apparentemente, siamo informati di tutto, in realtà non siamo consapevoli di nulla. La deriva di ciò che resta della democrazia è evidente. Dovremmo decidere su questioni complesse che non comprendiamo di cui vediamo solo la superficie. La conseguenza è doppia: il conformismo, l’adesione acritica all’idea corrente, diffusa dal potere; poi il disinteresse per sovraccarico, fastidio, desiderio di liberarsi del disturbo di ragionare e assumere responsabilità. La servitù volontaria di cui parlava il citato De La Boétie.

Da Internet ai media digitali, viene generata una quantità di dati impossibile da gestire, costringendoci a ripensare le nostre abitudini affinché il cervello non esploda di fronte al flusso ininterrotto. C’è un collo di bottiglia tra informazioni, sollecitazioni e capacità di elaborarle, assai gradita al potere. La conoscenza è potere, l’informazione non loè. Tutto scade nella volgarità e nell’elementarità, che trascina sempre più in basso milioni di individui solitari privati di confronto, derubati dei codici del pensiero critico, della cultura e dei principi della comunità di appartenenza, screditati, derisi, considerati retaggi di un passato oscuro, sorpassato dal progresso in cui ogni cosa è più di ieri, meno di domani.

Internet ha aperto un immenso mondo di possibilità, esalta il potere delle immagini, celebra la velocità, ma genera un linguaggio scarnificato, codici che conducono a un pidgin globale, l’abc elementare di comunicazione delle popolazioni confinanti, ma ci ha introdotti in un mondo labirintico, in cui conta la quantità e mai la verità. La menzogna ripetuta mille volte, come sapeva Goebbels, diventa verità, specie se i mezzi per diffonderla sono immensi e chi li controlla sono cartelli monopolistici privati che possiedono tutto. Ci ubriachiamo di apparenti libertà, ma ci capita quel che accadde a Platone nel suo rapporto con il tiranno di Siracusa Dioniso. Convinto di sedurlo con la forza delle idee, finì per diventare uno strumento nelle sue mani.

Quale libertà, quale indipendenza, quale verità, quale futuro potrà mai scaturire da un dominio culturale, finanziario e tecnologico che è padrone di tutto e che controlla in regime di monopolio anche il mercato della pubblicità da cui siamo bombardati? Google e Facebook rappresentano l’80 per cento del mercato degli annunci: ovvio che le nostre vite, il giudizio su fatti, valori, condotte di vita, sia determinato dagli interessi di questi giganti, che ci compravendono mille volte al giorno. Senza la consapevolezza della natura di dominio, potere, orientamento del mondo globale privatizzato, potremo solo assistere in prima fila allo spettacolo della nostra sepoltura come esseri liberi, responsabili, morali, in grado di riconoscere la verità, perseguire il bene comune.

Nessun uomo è un’isola, nessuno può vivere senza l’ancoraggio di un’identità e la speranza di un futuro in comune con altri uomini. La campana suona sempre per ciascuno di noi. Senza la notizia della verità, viviamo nell’oscurità, inquilini di una caverna arredata con fiori finti, illuminata da luci artificiali, in competizione per piaceri effimeri in una vita d’allevamento; una specie diversa dalla creatura fatta a immagine del creatore.  

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