IL GIAPPONE DEVASTATO, UN IMPERATORE CHE PREGA – di Alessia Affinito

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di Alessia Affinito

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17 marzo 2011- Nell’antica Grecia indicava l’atteggiamento dell’uomo che conta sulla propria forza e oltrepassa i limiti. La hybris era la colpa che macchiava il protagonista delle tragedie classiche, l’eroe che tentava di elevarsi al di sopra delle circostanze restando schiacciato da un fato più forte di lui. Sisifo, condannato ad un contrappasso senza fine, era memoria – e insieme simbolo – di tale dolorosa consapevolezza.

E’ sorprendente constatare come un modello tragico, apparentemente relegato al passato, ispiri ancora la storia della civiltà. Il terremoto che ha devastato il Giappone in questi giorni, il più forte mai registrato da quando esistono i sismografi, la peggiore tragedia per il Paese dal 1945, restituisce un’umanità che per quanto progredita non stringe nelle sue mani la propria sorte. Come non bastassero le immagini della distruzione, la corsa silenziosa per fuggire dalle città, gli assalti ai viveri che rievocano tempi bui, è il terrore nucleare a non lasciare indifferente anche chi non direttamente coinvolto dalla catastrofe.

L’aspetto che spinge a riflettere, però, è un altro. L’imperatore giapponese Akihito è apparso in televisione per manifestare il suo dolore e per far sapere che sta pregando per i soccorritori e il suo Paese. C’è qualcosa di strano, che stride con il progresso – senza dubbio elevato – raggiunto dalla civiltà nipponica. L’emancipazione dell’umanità, promessa dalla tecnica, a quanto pare non si è realizzata. Da una parte, il Paese leader nell’elettronica, esportatore mondiale di innovazione tecnologica e dei più sofisticati congegni, cede davanti al potere della natura. Dall’altra, un uomo che porta il peso di una grande civiltà non prova imbarazzo a parlare di preghiera ad un mondo sempre più secolare. Quale significato per una società ammalata di hybris, che sfoggia vocaboli come libertà, progresso e scienza senza lasciarsi interrogare dai loro limiti?

Una cinquantina di volontari – gli “eroi di Fukushima” – lavorano da giorni senza sosta per scongiurare il rischio di una contaminazione nucleare. Non è possibile sapere se ci riusciranno o se i loro sforzi resteranno senza successo, con conseguenze imprevedibili. Ciò che sappiamo è che il loro tentativo mette in evidenza uno smarrimento, quello di un’umanità che lasciata a se stessa non sa come farcela. Non la tecnica, non la scienza, non l’economia sono in grado di dire qualcosa su quel che potrebbe accadere. Anzi, in un paio di giorni hanno già mostrato il loro intrinseco limite: l’esplosione avvenuta nei reattori di Fukushima potrebbe aver danneggiato pesantemente il guscio protettivo di contenimento del nocciolo; i rischi per la salute non sono ancora quantificabili, mentre le stime evidenziano già la diffusione di dosi elevate da fonti radioattive; l’indice Nikkei è crollato, trascinando con sé tutti i listini asiatici e costringendo il governo ad un intervento diretto per sostenere i mercati.

Non è il livello di progresso tecnologico a rendere sicuro un paese, ma può rivelarsi per paradosso la minaccia più grave in un contesto di emergenza. Non è sufficiente il sapere scientifico a liberare dall’angoscia un popolo che in queste ore lotta per la sopravvivenza. Non è l’accumulazione di capitali o la bilancia delle esportazioni a salvare una popolazione privata in pochi istanti di ogni certezza, di ogni possesso. La fede nella forza liberatrice del progresso è in ogni caso una fede, che tuttavia non riesce a mantenere nell’ora della prova quel che promette. Cadono all’improvviso le illusioni e resta la fragilità – come osservava Pascal – di una creatura che è più debole di tutte le altre, soggetta ad un fato oscuro ed imprescrutabile, ma pur sempre capace di pensiero e capace di Assoluto.

Un imperatore, erede di una tradizione millenaria, va in tv a dire che tutto ciò che può fare è pregare, cioè porre la sua speranza in qualcosa di più grande e di totalmente altro. Splendida, dolorosa lezione per un Occidente che per ora sta a guardare. E che non ha affatto intenzione di rinunciare alla sua hybris.

 

17 marzo 2011

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