Il liberalismo digerisce tutto. Anche il povero Marx

In una discussione, un amico di sentimenti conservatori deprecava il declino della morale pubblica e privata e dei vincoli comunitari, attribuendolo ai comunisti, in particolare al cosiddetto marxismo culturale, l’orfanello rapidamente consolatosi all’ombra del globalismo capitalista. Per quanto il marxismo abbia ai nostri occhi innumerevoli colpe, non ci sentiamo di attribuirgli quelle che non ha. La brumosa corrente politica che siamo soliti chiamare marxismo culturale, infatti, altro non è che un filone di un mostro ben più pericoloso, il progressismo, costola del liberalismo e libertarismo culturale.

Non per caso esso nasce, si sviluppa e diventa tendenza egemonica negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, tracimando dalle aule e dai campus universitari sino a diventare l’ideologia ufficiale dell’Occidente terminale. Sono surclassati anche i “padri nobili”, i francofortesi posti in cattedra negli Usa nelle università delle classi dirigenti e lì diventati “venerati maestri”. Gli intellettuali tedeschi di ascendenza ebraica dell’Istituto di Scienze Sociali di Francoforte riuscirono, una volta approdati in America e dopo avere cambiato padrone- nella fase iniziale in Germania furono organici all’Unione Sovietica- nell’impresa di separare il marxismo dal socialismo e dal comunismo. Enfatizzarono la sua componente meno “popolare”, riducendo tutto a liberazione dai legami della società “patriarcale” e della cosiddetta personalità autoritaria (Adorno), da realizzare attraverso lo scatenamento dell’eros (Marcuse). Quelle idee furono l’humus della controcultura giovanile ed attraversarono l’oceano diventando le parole d’ordine del Sessantotto.

La controcultura diventò nel tempo cultura ufficiale, conquistando le casematte accademiche, editoriali, politiche sino a trasformarsi in senso comune di tre generazioni. Chi conosce la storia dei partiti comunisti europei ricorda il disagio, il fastidio e l’aperta, reciproca avversione tra comunisti ortodossi e sessantottini imbevuti di Marcuse, libertarismo estremo, sottocultura della droga e di certi generi musicali e artistici.

Diventato per eterogenesi dei fini – l’astuzia sopraffina della sovrastruttura liberalcapitalistica – una resa dei conti intra e post borghese, lo spirito del Sessantotto si è evoluto nella vulgata liberista in economia, libertaria nei costumi e nei valori e “dirittista”, con la stupefacente sostituzione dei diritti sociali – cari ai marxisti – con quelli detti civili, riferiti alla sfera individuale, pulsionale, intima e sessuale.

In questo senso, la cultura della cancellazione dei “risvegliati” (woke) oltre ad essere un ulteriore prodotto delle università anglosassoni, ha operato una singolare manomissione del marxismo. Al posto degli sfruttati dal capitalismo – la classe proletaria motore della rivoluzione comunista – sono stati innalzati a eroi del nostro tempo ogni tipo di “dannati della terra” (Frantz Fanon) considerati non come classe più o meno omogenea a cui affidare la palingenesi economica e sociale, ma come vittime da riscattare.

La nuova cultura occidentale è indifferente alla questione sociale, ma sensibilissima alla dialettica vittima-carnefice. Il relativismo etico ed esistenziale, il femminismo radicale, l’ideologia di genere non derivano affatto dal marxismo. Hanno, semmai, un debito con la scuola di Francoforte, la prima ad avere compreso che le classi basse della società non sono rivoluzionarie, ma paradossalmente conservatrici e realiste, impegnate a migliorare le loro condizioni materiali e sociali all’interno del sistema esistente.

Di qui la scelta di nuovi soggetti “rivoluzionari”: donne, omosessuali, minoranze etniche e razziali, da risarcire con l’assegnazione di privilegi, quote riservate nell’accesso a professioni e funzioni apicali (la cosiddetta azione affermativa). Dalla lotta di classe marxista il liberalismo-libertarismo culturale è passato alla guerra dei sessi, degli orientamenti sessuali e alla demolizione metodica di ogni ambito della civiltà di riferimento. È l’oicofobia denunciata da Roger Scruton e Alain Finkielkraut, l’odio di sé che fa disprezzare, gettare nell’immondizia e condannare alla damnatio memoriae la storia comune.

Più concreto, il marxismo interpretava la storia come lotta tra classi dagli interessi opposti, sfruttatori contro sfruttati, la dialettica servo-padrone ereditata da Hegel. Karl Marx inarcherebbe le sopracciglia e reprimerebbe a stento la nausea se qualcuno dei suoi (presunti) discepoli cantasse la bontà di quel complesso eterogeneo di teorie che un intellettualismo pigro riunisce nel sintagma “marxismo culturale”.

Nel suo sistema deterministico, presuntamente scientifico, duro come il cemento armato, non c’era posto per il relativismo né per il femminismo borghese; il proletariato femminile veniva inglobato nella rivoluzione in quanto “esercito di riserva” del capitalismo che inseriva le donne nel mondo del lavoro per motivi di concorrenza tra i lavoratori e per ampliare la base dell’industrializzazione incipiente. Ancor meno il marxismo potrebbe accettare la teoria gender e il principio che non esistono dati naturali-biologici, ma solo ruoli e costrutti cultuali.

La stessa dizione marxismo culturale è equivoca: come può essere considerato marxista un insieme confuso di teorie? Sarebbe contraddirne uno dei pilastri: la sovrastruttura dipende dalla struttura, dunque le modalità di produzione determinano la meccanica sociale. Un sistema economico è legato a un determinato tipo di cultura, non viceversa. Rovesciamo i “rapporti di produzione” e tutto il resto cambierà per conseguenza, dice Marx. L’insolente progressista “risvegliato” pensa il contrario: basta cambiare la cultura. Il progressismo non può essere marxista perché il suo orizzonte è interno al capitalismo, del quale condivide la forma merce e la tensione all’illimitato.

La libertà è confusa con l’illimitatezza delle scelte di consumo. Il desiderio è la stella polare, nella medesima convinzione che l’uomo sia una macchina desiderante. Eppure il marxismo condanna il feticismo della merce; il progressismo, mainstream del liberalismo culturale, considera merce tutto, uomo compreso. Il cartellino del prezzo lo rassicura, poiché certifica l’esistenza di un’offerta che corrisponde a una domanda, fosse anche assurda o immorale. Esisterebbe una sorta di diritto di tutti su tutto che finisce per giustificare il “diritto di sfruttare liberamente il prossimo, di accoppiarsi con il proprio cane e di adoperarsi giulivamente per rimpiazzare l’uomo vecchio con l’uomo nuovo” (J.P. Michéa).

Inoltre, come vincolare il marxismo con l’ideologia di genere o il relativismo, quando Lenin in Materialismo e empiriocriticismo affermava “ognuno potrà rintracciare senza fatica decine di esempi di verità che sono eterne e assolute, delle quali non è permesso dubitare se non si è pazzi. Essere materialista significa riconoscere la verità oggettiva, che ci viene rivelata dagli organi dei sensi. Riconoscere la verità oggettiva ossia indipendente dall’uomo e dall’umanità, significa ammettere, in una maniera o in un‘altra, la verità assoluta. “

Il liberalismo ha mille volti, ma un principio accomuna tutte le sue infinite sfumature, il sospetto per tutto ciò che condiziona e qualifica la libertà, per tutto ciò che non abbiamo scelto. Tutti i liberalismi si definiscono in negativo, ossia nel concetto di libertà come assenza di impedimenti esterni. Il padre più coerente del liberalismo culturale è Benjamin Constant, cantore della libertà dei moderni, la libertà liberale.

“È il diritto di non essere sottoposto se non alle leggi, di non essere arrestato, condannato a morte, o maltrattato in alcun modo, per effetto della volontà arbitraria di uno o più individui. È per ciascuno il diritto di esprimere la propria opinione, scegliere la propria attività ed esercitarla; disporre della proprietà ed anche abusarne; andare e venire senza bisogno di permesso. È il diritto di incontrarsi con altri individui, sia per discutere di interessi, sia per professare il culto che ciascuno preferisce, sia semplicemente per riempire i giorni e le ore nel modo più conforme alle proprie inclinazioni e fantasie.”

Comprendiamo il fascino immediato di tale programma; in realtà, è distruttivo della società e si attua al prezzo della guerra di tutti contro tutti, ossia, in definitiva, la legge del più forte. L’individuo liberale è l’unico soggetto agente, un’altra differenza capitale con il socialismo e con ogni inclinazione comunitaria e identitaria. Egli ha il supremo diritto di possedere e anche di abusare di ciò che ha; opina, discute sino all’estenuazione, abusa dell’opinione, ma non ha convinzioni profonde; gli sono estranei il concetto di bene e di giusto, se non in chiave soggettiva. Il suo fine è agire senza altro limite che la sua propria volontà e piacere. Come Faust che nega il Vangelo di Giovanni (in principio era il Verbo) ed esclama: in principio era l’azione! E faustiano è l’aggettivo che Oswald Splenger usa per descrivere la personalità dell’uomo occidentale.

Non gli importa la moralità o giustezza dei suoi atti: è sufficiente che siano “liberi”, ossia non condizionati da alcunché. Unico giudice, il suo Ego ipertrofico e sovrano: l’assoluto relativo! Per lui non si tratta di orientare la libertà al bene, ma di esercitarla e basta. Il fine non è l’atto buono, ma l’atto libero. Le leggi a cui afferma di sottomettersi sono la volontà prevalente e momentanea declinata in norme scritte, il diritto “positivo”, tale in quanto stabilito con le procedure previste da altre norme, altrettanto positive. Cioè provvisorie, estranee a qualunque principio di legge naturale, che per lui non esiste, ma che se esistesse andrebbe abolita in quanto limita la libertà. Logico che finisca per sottrarsi ai legami familiari, a quelli della comunità di origine e a qualunque altra idea o modalità non scelta soggettivamente con riserva di revocabilità illimitata.

La postmodernità occidentale è il liberalismo/libertarismo compiuto, tanto nei rapporti economici e sociali quanto nelle scelte esistenziali. Nessun marxista autentico potrebbe essere d’accordo. Un altro elemento della contemporaneità liberal progressista è la mancanza di realismo, il peccato originale dell’idealismo – comune a tutti gli epigoni di Hegel – che Augusto Del Noce ribattezzava “ideismo”, ovvero il primato dell’idea sulla realtà.

Iniziò Cartesio con “penso, dunque esisto”, che significava “penso, quindi le cose esistono”. Da allora gli uomini presero a credere che è la loro mente a creare le cose. La realtà, invece, esiste indipendentemente da noi e il peccato più caratteristico della modernità è la convinzione che non esistano di per sé, ma siano la proiezione della nostra soggettività.

Per Chesterton gli uomini hanno perduto il senso comune che fa accettare la realtà. Chiedeva di tornare all’umile contemplazione del vero: nulla di più distante dall’illimitatezza dell’uomo faustiano, dimentico della lezione di concretezza della grande filosofia, da Aristotele a Tommaso d’Aquino. Quell’ oblio è il punto di convergenza tra i cascami post marxisti – sciolti dall’ancoraggio con la giustizia sociale- e il mondo liberal libertario.

Il marxismo è inter-nazionalista, ossia accetta- pur trascendendole nel comunismo- l’esistenza delle nazioni, quindi delle radici. Il liberalismo lo ha sorpassato a sinistra attraverso il progressismo, che sfocia nel globalismo, nella cittadinanza universale, nella non-bandiera arcobaleno. Socialismo e comunismo nacquero dal tronco liberale come reazione a intollerabili ingiustizie, allo sfruttamento dell’uomo delle prime rivoluzioni industriali. Il frutto non cade mai troppo lontano dall’albero. E l’albero è liberale, per quanto la fascinazione marxista abbia fatto credere a una totale incompatibilità.

L’ inimicizia era autentica, ma non irrevocabile. Lo ha dimostrato la rapida conversione dei marxisti occidentali al liberalismo nelle varianti liberista, libertaria, libertina. Strepitavano contro il capitalismo, ma nei fatti segavano l’albero delle identità, dei popoli, della famiglia, del senso comune. Tutto a vantaggio dei vincitori del 1989, che hanno potuto disfarsi in un solo colpo del concorrente e di tutti gli impacci morali, comunitari e spirituali che ne rallentavano la corsa senza freni.

Il volo dell’Icaro liberale ha cancellato tutti i retaggi, ma i marxisti senza popolo e senza proletariato sono stati gli aiutanti di campo, gli utili idioti del liberalismo reale. Decostruita, denaturata, denudata, l’umanità progressista è una sterile accozzaglia di consumatori. Di merci, di esperienze, di diritti, di sé stessi. La libertà liberale ha travolto la “liberazione” marxista e consiste ora nella scelta eterodiretta sullo scaffale del supermercato unico tra merci dai colori diversi e identico contenuto.

Maledetti figli e fratelli nostri, marxisti immaginari, agenti del nemico liberale. E poveri marxisti superstiti e orgogliosi che credono ancora nell’ideologia di Marx e Lenin; poveri anche noi, ex conservatori consapevoli che nulla vi è da conservare, personaggi in cerca d’autore a cui è caduta la bandiera. Divisi, nemici in conto terzi. Poveri untorelli, non saremo noi a spiantare Milano…

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