Il liberalismo è obsoleto. Parola di Putin (prima parte)

Gli statisti si distinguono dai politici e dai semplici politicanti perché hanno in mente un progetto di lungo periodo e si impegnano con perseveranza a realizzarlo. Vladimir Putin può piacere o no, ma certamente fa parte della ristretta cerchia degli statisti. Non solo per la sua capacità di risollevare economicamente, politicamente, strategicamente e demograficamente la Russia, ma anche per essere divenuto un punto di riferimento internazionale, addirittura una speranza per una parte significativa dell’opinione pubblica europea. Resta insuperato il discorso di Valdai del 2013 in cui rivendicò le radici del suo popolo-continente e ripropose senza timidezza il modello di civiltà umanistica rispettosa delle identità, delle tradizioni spirituali, incardinata saldamente nei principi della legge naturale.

Recentemente, Putin è forse andato oltre, attaccando frontalmente uno dei fondamenti dell’Occidente. In un’intervista al “Financial Times”, vangelo indiscusso dell’ortodossia economica, ha affermato con chiarezza che il liberalismo “è superato”. L’allarmato titolo del giornale amato dai mercati è stato ancora più tranchant, poiché ha usato il termine obsoleto. Sì, il liberalismo è superato ed obsoleto. In Europa, solo Viktor Orbàn, tra i politici, ha osato tanto, dichiarando di operare, in Ungheria, per una “democrazia illiberale”. Ma Orbàn dirige una piccola nazione e può essere ignorato. Putin no, le sue dichiarazioni fanno rumore, mantengono un’eco, tendono a propagarsi come cerchi nell’acqua. È dunque interessante verificare quel che ha davvero detto il presidente russo, riflettere seriamente sulle conseguenze e capire se ha ragione o torto.

Innanzitutto, occorre ricordare che Putin, come responsabile politico di una potenza che sta risalendo faticosamente la china della storia, ragiona in termini russocentrici o eurasiatici; è cioè portatore di interessi strategici che non coincidono necessariamente con quelli del nostro pezzo di mondo. Tuttavia, le sue parole sono pietre e devono essere meditate alla luce dell’ultimo trentennio neoliberale, nonché delle prese di posizione di intellettuali importanti di distinto orientamento, come il suo connazionale Aleksandr Dugin, i francesi Alain De Benoist, Alain Soral, Jean Paul Michéa, il canadese Mathieu Bock-Coté, e poi Slavoj Zizek, gli americani Wallerstein, John Mearsheimer e altri.

Il presente lavoro si articola in due parti, più una conclusione. Nella prima, esporremo i punti più importanti dell’intervista di Putin, nella seconda cercheremo di individuare le piste antiliberali disseminate dal pensiero più recente, tentando al termine della ricognizione di rintracciare spiragli per aiutare i popoli, la politica e il senso comune ad uscire dalla gabbia liberale. Gabbia in quanto la narrazione liberale mercatista descrive se stessa come unica, conclusiva della storia, non il migliore dei mondi possibili, ma l’unico, al quale non è pensabile né praticabile un’alternativa. Qui sta, a nostro avviso, il primo grande successo di Putin: aver posto, con tutta la forza della sua leadership, il liberalismo sullo stesso piano delle altre idee e forme di organizzazione della società. Riportandolo sulla terra dal piedistallo su cui si è collocato, paradossalmente, ha reso un servizio liberale.

All’inizio, infatti, il liberalismo pensò se stesso come uno strumento pratico, un metodo più che un’ideologia. Nel tempo, si è confusa, o è stata fatta coincidere, la tendenza liberale con l’ideologia economica del mercato misura di tutte le cose, o, se preferiamo la formula marxiana, con il modo di produzione capitalistico. Scherzando, ma non troppo, potremmo concludere che, appiattito sulla dimensione economica della privatizzazione del mondo, considerato un unico mercato di scambi dominati dal calcolo razionale e utilitario, il liberalismo ha perso due lettere, divenendo semplicemente liberismo, ovvero il meccanismo di dominio planetario basato sulla gestione privata del potere economico, finanziario, tecnologico al servizio di un unico centro direttivo tecno oligarchico, che Lewis Mumford chiamò Megamacchina. Fatalmente, la Megamacchina si autoalimenta, espelle ogni ostacolo alla propria espansione illimitata, diventa scopo a se stessa e rade al suolo ogni principio, differenza, identità, radice spirituale, principio etico non compatibile con i propri fini di dominio.

In questo senso, si è convertita nel contrario del suo principio originario. Ricordiamo un pensiero di José Ortega y Gasset: il liberalismo è l’idea che tutela le minoranze, anche le più deboli. Missione fallita, anzi rovesciata nel suo opposto, giacché la prassi liberale risolve tutto nel primato dell’economia e, al suo interno, dei grandi attori privati cui viene lasciato campo libero per dominare l’intera vita umana.

La riflessione di Putin non si basa sulle dinamiche economiche negative, ma su una critica che in Francia definirebbero “societale”, ossia etica, antropologica, valoriale. È esattamente l’armamentario indispensabile agli avversari del moloch liberale per condurre una battaglia di idee, alimentare un’alternativa di civiltà che necessariamente deve affrontare il nodo gordiano del formidabile potere conseguito dai grandi agglomerati privati, in grado di esautorare gli Stati nazionali e troncare ogni politica di interesse pubblico. Ma la forza e l’importanza delle parole di Putin sta proprio nella capacità di opporsi all’idea malsana di libertà come assenza di limiti e principi che rende tanto pervasiva l’ideologia liberal-liberista.

Interessante è il titolo completo scelto dal Financial Times per l’intervista: “Putin dice che il liberalismo è diventato obsoleto”. Splendida l’intuizione di un osservatore francese, Philippe Grasset: si tratta precisamente della struttura delle frasi che i bambini piccoli usano per raccontare alla madre ciò che il temuto ragazzo più grande ha appena detto. Il giornalone si mostra disorientato e ricorre all’accusa, al dito puntato come il ragazzino impaurito che chiede agli adulti di intervenire.

Putin l’ha sparata grossa, va attaccato, punito e intanto smascherato di fronte a tutti. Sì, non è andato per il sottile, il Malvagio Globale di ghiaccio: “i suoi sostenitori [del liberalismo, ndr] non fanno nulla. Dicono che va tutto bene, che tutto è come dovrebbe essere. L’idea liberale è diventata obsoleta. È in conflitto con gli interessi della stragrande maggioranza della popolazione. Se c’è davvero un’ondata di populismo, questo è probabilmente il fallimento del consenso liberale. Le persone pensano di essere abbandonate e incolpano l’ideologia del liberalismo”.

Non fa una piega; soprattutto, si pone al lato dei popoli e delle persone concrete e afferma con chiarezza che il liberalismo-liberismo è un fallimento per la vita dei più. Lo sperimentiamo sulla pelle, ma Putin è il primo grande leader ad affermarlo senza contorsioni verbali. La notizia è di quelle che cambiano la realtà: “l’idea liberale ha esaurito la sua utilità perché non serve più ai bisogni della maggioranza dei popoli”. La chiave è nel plurale, “popoli”. Tutti diversi, ognuno con la sua specificità distrutta dall’identico liberista, che conosce solo economie di scala, produzioni uniche, idee uniche, taglie uniche. Se esistono i popoli, è perché sentono vivi i principi di nazione, comunità e famiglia, perché avvertono se stessi come diversi dagli altri, ciò che il liber(al)ismo aborre e stritola.

Il mondo può ancora cambiare, se un protagonista internazionale osa affermare che l’idea liberale è morta. A bassa voce, sembra che non sia solo: “i nostri partner occidentali hanno ammesso che alcuni aspetti dell’idea liberale non sono realistici, come il multiculturalismo. Molti di loro hanno riconosciuto che non funziona e che dobbiamo pensare anche agli interessi delle popolazioni autoctone”.

Attaccare il multiculturalismo è un peccato capitale, poiché è una delle architravi dell’intero edificio globalista. L’idea è che genti diverse possano convivere nel medesimo spazio senza problemi in assenza di principi, valori, modi di essere condivisi; il conflitto sarebbe spento dall’adesione comune al consumo, al mercato, all’idea dello scambio razionale misurabile con il criterio universale del denaro e del profitto. Sappiamo per esperienza diretta che non è così; il liberalismo, strumento pratico per eccellenza, mostra il suo lato oscuro utopico, anzi distopico nel momento in cui realizza il suo programma, una luccicante Babilonia omogeneizzata di soggetti/oggetti diversamente identici in corsa senza posa privi di meta.

L’idea liberale, osserva Putin, è sopravvissuta al suo scopo, che era fornire un impianto di regole pratiche per governare il conflitto nelle società complesse, accettando il principio del pensiero libero e dichiarando che la maggioranza, formata attraverso procedure stabili e periodicamente verificata, ha sì il diritto di dirigere la società, ma non ha ragione per il fatto di essere provvisoriamente tale, né possiede il diritto di schiacciare dissidenti ed oppositori.

È il presupposto, fa capire Putin, ad essere errato: “I liberali non possono più permettersi di dettare le regole come hanno fatto negli ultimi decenni” perché laisser faire, laisser passer, lasciar fare, dare mano libera all’ipotetica società civile è in realtà consegnare il mondo senza limiti a un grumo di potenti. Immigrazione, folle apertura dei confini, libertà di merci e capitali, distruzione delle consuetudini e delle forme di economia non mercatista sono nell’interesse di costoro, non certo dei popoli, delle comunità e delle persone comuni.

Putin viene al nocciolo: “questa idea liberale presuppone che non sia necessario fare nulla”. Tutto si aggiusterà da sé, nell’interesse di pochi: una follia. Che la lingua batta dove più duole, ovvero sul problema migratorio, è sottolineato da Putin con un’osservazione che i liberali d’antan avrebbero sottoscritto senza esitare: nelle società liberali “gli immigrati possono uccidere, saccheggiare e violentare restando impuniti, perché i loro diritti in qualità di migranti devono essere protetti. No, ogni crimine deve avere la sua punizione”.

Permissivi con qualcuno in nome del buonismo o dell’imbroglio multiculturale, si finisce per diventare tali con tutti, lasciando senza protezione il corpo sano della società. Questo genera “il conflitto con gli interessi della travolgente maggioranza della popolazione”. Sorprende in positivo la lucidità di Putin nel rivolgersi agli interessi dei popoli, concretamente, evitando di citare esplicitamente principi permanenti come legge e ordine, la supremazia della dimensione pubblica del potere, uniti alle identità nazionali e religiose. Questi valori funzionano da secoli, sono convenienti in quanto rendono la vita migliore, offrono continuità, sicurezza, stabilità materiale e società coese, penetrando come un’onda benefica nella quotidianità.

I governanti occidentali, rivela Putin, non sono soddisfatti del presente stato di cose, ma non cambiano perché servi del dogma liberale, lasciar fare alla società, cioè ai poteri forti estranei al popolo. “Stanno nei loro confortevoli uffici mentre quelli che affrontano ogni giorno i problemi non sono felici. Qualcuno pensa a loro? Dicono che non possono perseguire una politica intransigente per una serie di motivi. Perché esattamente? Solo perché è così, c’è la legge, dicono. Quindi cambino la legge!”. Qui Putin scopre un altro nervo scoperto dei nostri tempi, la sovranità ceduta ai poteri esterni, alle oligarchie del denaro, della tecnica, ai padroni dell’intrattenimento che fa opinione, che hanno svuotato la democrazia riducendola all’impotenza, quindi all’inutilità. È la realizzazione del programma liberale: dimensione pubblica minima e priva di valore, tutto il potere alle oligarchie private, eufemisticamente chiamate “società civile” e ai loro interessi, procedure obbligate, governance impersonale.

La pretesa liberale contestata da Putin è quella di dettare le regole in nome di una superiorità indiscutibile, un postulato cui è vietato opporsi. Ne scaturisce un misto di intolleranza verso gli altri sistemi di pensiero e di arrogante disprezzo per i dissidenti, in conflitto con la conclamata tolleranza di cui il liberalismo si ammanta. In più torce l’idea di libertà in una prospettiva individualista, nemica di ogni identità comunitaria, ostile a qualsiasi afflato spirituale, un materialismo gaio quanto impenetrabile. La conseguenza è l’utilitarismo elevato a regola unica, con i rapporti socio economici lasciati alla legge del più forte, ovvero agli “spiriti animali” di un modo di produzione, quello capitalista, elevato a unico stile di vita. Di qui l’abolizione dei confini, fisici, legislativi e morali e la fuoriuscita dai modi di vita che hanno costituito e improntato i popoli per secoli e millenni.

Putin sembra l’unico leader a cui importano le radici. Così si esprime: “viviamo in un mondo basato sui valori tradizionali della Bibbia. Non dobbiamo dimostrarli tutti i giorni, ma dobbiamo averli nei nostri cuori e nelle nostre anime. In questo modo, i valori tradizionali per milioni di persone sono più stabili e più importanti di questa idea liberale che, a mio avviso, cessa di esistere”. Si tratta di un altro punto essenziale, in cui Putin coglie la natura distruttiva della prospettiva neo-liberale, impegnata soprattutto a decostruire per riconvertire la persona in consumatore e individuo teso esclusivamente al guadagno, all’utile e al piacere. L’arma più potente è la confusione dell’identità personale sotto il profilo sessuale. Afferma di non comprendere le trasformazioni, anzi “trans formazioni” in atto.

Quanti sessi ci sono, si chiede, evitando di utilizzare l’equivoco neologismo “genere”, ribadendo il divieto di propaganda in Russia per l’omosessualismo, specie se rivolta ai minori. “Giù le mani dai bambini” è la forte risposta di Putin all’invadenza del mondo LGBT tanto popolare in Occidente. “Si dice ora che i bambini possono giocare cinque o sei ruoli di genere. Non posso nemmeno dire di che razza di idea si tratta, ma questo non deve oscurare la cultura tradizionale, le tradizioni e i valori familiari dei milioni di persone che costituiscono il nucleo della popolazione”. Incredibile all’orecchio occidentale del Terzo Millennio: un capo politico si rivolge alla gente comune, a chi vive e veste panni, difendendola dalle ubbie da cui sono aggredite, ribadendo la legge naturale, perfino in nome di quella Bibbia sulla quale pure continuano a giurare i politici anglosassoni.

La riflessione di Vladimir Putin va oltre: “penso che le idee puramente liberali o puramente tradizionali non siano mai esistite. Tutto finisce rapidamente in un vicolo cieco se non c’è diversità. Tutto alla fine diventa estremo in un modo o nell’altro. Le idee e le opinioni diverse devono avere la possibilità di esistere e manifestarsi, ma allo stesso tempo gli interessi del pubblico in generale, di questi milioni di persone e delle loro vite non dovrebbero mai essere dimenticati. Quindi, mi sembra che potremmo evitare grandi sconvolgimenti politici. Questo vale anche per l’ideologia liberale. Penso che smetterà di essere un fattore dominante, ma non significa che debba essere immediatamente distrutta. Anche questo punto di vista dovrebbe essere trattato con rispetto. Però non possono dettare niente a nessuno, come hanno cercato di fare negli ultimi decenni. Vediamo diktat ovunque: nei media e nella vita reale. È persino considerato indegno parlare di alcuni argomenti. Ma perché?”.

Una domanda senza risposta, tranne quella dell’assolutismo del pensiero liberale, chiuso nella prigione del divieto pratico di diversità delle idee. Putin usa la parola diversità per farci cogliere la contraddizione: “tutto finisce molto rapidamente in un vicolo cieco se non c’è diversità”, ovvero il liberalismo nega la sua ragione iniziale, perché nessuna distinzione di idee è accettata per non riconoscere la diversità delle comunità e dei valori, al fine di imporre un nuovo senso comune. Tale atteggiamento ricorda l’intransigenza dei bambini nel difendere le loro idee, l’insistenza testarda nel rifiuto di ogni sfumatura, la riduzione del pensiero immaturo a diktat indiscutibili, capricci, umori intolleranti, irritazione violenta verso le contro argomentazioni: liberalismo come totalitarismo infantile.

Nello specifico, le reazioni scomposte alla sola possibilità che la doxa liberale divenuta obbligo possa essere oggetto di critiche, mostrano lo scompiglio nella cucina del potere, schierato in blocco contro Putin, l’eretico che osa discutere il sacro corano liberale che, dall’alto di se stesso, non accetta sfide né critiche. Accettano qualsiasi cosa, tutto lasciano passare – quello è il loro obiettivo finale – ma diventano totalmente intolleranti quando le loro convinzioni vengono messe in discussione. Se il liberalismo è una specie di Eden conquistato attraverso il progresso materiale, nessuno può revocarlo in dubbio senza porsi, eo ipso, fuori dal consesso della Civiltà, dell’Umanità, del Bene.

Spiacente, signor presidente russo, i liberali non sono qui per consentire punti di vista diversi. La società è aperta solo per i suoi tifosi. Un pensiero difforme può portare a una riflessione, ad esempio se il liberalismo sia diventato un soffocante dogma ideologico, ma non c’è alcuna possibilità, nel mainstream dell’Occidente malato, che possa avvenire una relativizzazione dell’ideologia liberale, una critica dell’inganno circa l’idea di libertà. Il vero interesse, l’autentico respiro storico dell’intervento di Putin è di aver seminato il terrore – una confusa ma palpabile sensazione di vulnerabilità – tra i chierici del liberismo. Il mostro incantato, o diavolo incarnato, è odiato perché ha avuto l’audacia di mettere in discussione la “cosa sacra”, il dogma liberale, tanto potente ma così fragile da non sopportare sguardi critici, un edificio di menzogne che può crollare perché circondato dalle termiti, una struttura apparentemente inattaccabile, ma totalmente marcia all’interno.

Putin non funziona come capro espiatorio, sacrificato il quale torna il sereno, secondo l’intuizione di René Girard: è un osso troppo duro da rodere con la guerra preventiva, abbastanza popolare da non essere demonizzato come altri nemici veri o presunti della democrazia liberale, cioè degli interessi oligarchici occidentali. È un leader, finalmente, che abbiamo dalla nostra parte, pur con tutti i distinguo del caso, il portatore di un pensiero alternativo, di una fiammella per alimentare la resistenza.

Il metodo dialettico ha insegnato a cogliere le contraddizioni del pensiero avversario per indebolirlo dall’interno e allargarne le crepe. La fenditura di cui Putin è simbolo cresce come il rilievo di pensatori dissidenti in grado di arrivare al grande pubblico, fornire strumenti etici, culturali e pratici per dare sangue e carne alla lotta contro il leviatano liberale, obsoleto, superato, ma fortissimo. Ne analizzeremo le idee nel successivo capitolo.

2 commenti su “Il liberalismo è obsoleto. Parola di Putin (prima parte)”

  1. E difatti Putin è messo al bando e demonizzato nemmeno fosse satana in persona.
    Con la scusa della Crimea tolta all’Ucraina,quando ognun sa che la Crimea è Russa sino al midollo,ma a chi importa questa considerazione?
    Peccato poi che quando il Nostro era un Ufficiale del KGB non puzzasse più di tanto,hai visto mai che magari ha trasbordato qualche valigetta piena di quattrini oltre cortina,
    Allora si che i milioni piovevano al PCI ed al PCF, la memoria è corta ma la malafede è chilometrica.
    Detto dal sottoscritto,anticomunista viscerale dalla nascita,appare incredibile ma adesso sto con Putin tutta la

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