IL MISTERO DELLA MALATTIA E DEL DOLORE – di Carla D’Agostino Ungaretti

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di Carla D’Agostino Ungaretti


 

Ultimamente la vostra amica Carla, cattolica “bambina”, ha avuto modo di riflettere molto su tre straordinarie figure femminile del XX secolo per le quali è stato iniziato il processo di canonizzazione: Antonietta Meo, meglio conosciuta con l’affettuoso nomignolo familiare di Nennolina, (Roma 15.12.1930 – 3.7.1937), Benedetta Bianchi Porro (Dovadola  8.8.1936 – Sirmione 23.1.1964) e Chiara Badano (Sassello 29.10.1971 – 7.10.1990), alla quale Chiara Lubich, fondatrice del movimento dei Focolari di cui ella faceva parte, aveva aggiunto il secondo nome di “Luce”, con il quale tutti avevano continuato a chiamarla. Che cosa hanno avuto in comune queste tre ragazze e perché destano tanta ammirazione e coinvolgimento affettivo in chi legge le loro brevi biografie, al di là del fatto che sono morte tutte e tre in giovanissima età? Nessuna di loro ha fatto qualcosa di speciale agli occhi del “mondo”, e tanto meno avrebbe potuto farlo Nennolina, morta a sette anni non ancora compiuti. La risposta è che tutte e tre hanno avuto lo straordinario e sconvolgente coraggio di caricarsi sulle spalle la Croce di Cristo, costituita da malattie terribili e devastanti; nessuna delle tre ha urlato il suo dolore contro Dio, come fece Giobbe e come sarebbe stato umano e forse anche lecito, ma tutte e tre offrirono eroicamente la loro vita come condivisione della passione di Lui per il riscatto dell’umanità.

Nennolina – colpita a tre anni da un osteosarcoma a una gamba che in seguito dovette esserle amputata – dimostrò, pur nello stile infantile delle letterine che scriveva a Gesù, una capacità di amore per il Cristo e una comprensione del valore salvifico della sofferenza che non possono essere spiegate in termini puramente umani in una bambina di sei anni. Benedetta ha meritato di essere dichiarata venerabile per la serenità e per l’abbandono totale alla volontà di Dio con le quali affrontò una neurofibromatosi diffusa che, dopo averla immobilizzata, la rese anche cieca e sorda. Chiara Luce, colpita anch’essa da un osteosarcoma, ebbe riconosciuta da Benedetto XVI l’eroicità della virtù con la quale affrontò la terribile malattia e fu dichiarata beata a Roma il 25 settembre 2010 nel Santuario del Divino Amore, dopo l’accertamento di un miracolo attribuito alla sua intercessione.

crxBasta dare un rapido sguardo alle loro brevi biografie, prive di eventi eccezionali, perché sorga spontanea nel popolo di Dio – che non è composto solo di santi, ma anche (e soprattutto) di peccatori dall’orizzonte spirituale limitato – un’umanissima domanda: perché esistono il dolore, la sofferenza, la malattia, la morte? Perché due giovani donne, ancora nel pieno delle loro energie, capaci di amore e di dedizione al loro prossimo, come  Benedetta, come Chiara Luce, e addirittura dei bambini come Nennolina, come i due piccoli veggenti di Fatima, Francesco e Giacinta Marto (morti di “febbre spagnola” nel 1919) o degli adolescenti come il giovane Domenico Savio, allievo di S. Giovanni Bosco, morto a 16 anni nel 1857, furono colpiti da malattie  che li portarono a una morte prematura, prima che potessero esplicare – nella costruzione del Regno di Dio – tutta l’enorme potenzialità di amore di cui erano capaci? Questa domanda, che ci riporta al tremendo interrogativo del perché esista il male in tutte le sue forme e che in termini umani non ha risposta, ha provocato negli ultimi secoli molti allontanamenti dalla fede e dalla Chiesa e ha addirittura indotto il filosofo Leibniz a coniare il termine teodicea che, etimologicamente, significa dottrina del diritto e della giustificazione di Dio, ma che egli stesso impiegò nel senso di dottrina della giustificazione di Dio rispetto al male presente nel creato[1] e questo generale significato è quello che è rimasto al termine.

Infatti se noi, umili persone comuni e non certo santi, ci immedesimiamo anche per un solo istante nei genitori di quei ragazzi, che hanno assistito impotenti al Calvario dei loro figlioli, rimaniamo attanagliati dall’angoscia e siamo tentati di respingere l’idea di un Dio che, pur essendo infinitamente buono, permette che anche le  creature innocenti muoiano di terribili malattie e tra atroci sofferenze. L’umanità del XXI secolo non accetta più il dolore: essendosi enormemente affievolito il senso religioso, si fa fatica ad attribuirgli un significato e allora si tende a confinarlo e a rimuoverlo. Inoltre il passaggio dall’accettazione della malattia alla rivendicazione del diritto alla salute, avvenuto nell’ultimo secolo a seguito degli enormi progressi compiuti dalla medicina, ha fatto sì che ci si affidi sempre di più alla tecnica per la soluzione dei relativi problemi, senza prestare altrettanta attenzione ai bisogni e alle attese complessive della persona.

Perciò, quando ci si trova davanti a un evento inesorabile, come una malattia mortale, si ripropone il problema tremendo, che fin dall’Antico Testamento l’uomo ha affrontato nel tentativo di decifrare la misteriosa volontà di Dio al riguardo. Una perfetta risposta in senso cristiano la trovò lo scrittore cattolico francese Paul Claudel:  “A quel terribile interrogativo, il più antico dell’umanità, quello a cui Giobbe ha dato la sua forma quasi ufficiale e liturgica, Dio solo, chiamato direttamente in causa e messo alle strette, era in grado di rispondere; l’interrogativo era così enorme che il Verbo solo poteva dare una risposta, non con una spiegazione, ma con una presenza: “Non sono venuto per spiegare ma per compiere, cioè per sostituire con la mia presenza il bisogno di spiegazione”[2].

Se poi pensiamo che i più grandi Santi che hanno illuminato la Chiesa in tutti i tempi hanno offerto la loro vita per la redenzione dei peccatori, allora – sconvolti e disorientati dal loro esempio, ci domandiamo: che cosa li spinge ad offrirsi loro stessi vittime per la conversione e la salvezza dei peccatori? Di persone, cioè, che – nella maggior parte dei casi – essi neppure conoscono? Alla celebrazione della sua prima Messa, il 14 agosto 1910, S. Pio da Pietrelcina si offrì vittima al Signore: [3]. Pochi giorni dopo gli comparvero le stimmate e per tutto il resto della sua pur non breve vita fu tormentato da inspiegabili malattie – sconosciute ai medici, i cui sintomi erano costituiti da febbri altissime e debilitanti – oltre che dall’assalto del demonio. S. Teresa del Bambino Gesù si offrì vittima totale per la salvezza delle anime, componendo un Atto di Offerta di straordinaria profondità spirituale che tuttora sconvolge chi lo medita e morì a ventiquattro anni di tubercolosi polmonare. Dopo la sua conversione, nel 1930, Edith Stein (S. Teresa Benedetta della Croce) ebbe un incontro con il suo antico maestro Edmund Husserl, durante il quale discusse con lui della sua fede, alla quale sperava che anch’egli si convertisse. Poi scrisse una frase sconvolgente: [4]. Un altro grande testimone del nostro tempo – per il quale è stato pure iniziato il processo di beatificazione – fu il giovane domenicano boemo P. Tomas Tyn (Brno 1950 – Bologna 1990) del quale si seppe, solo dopo la sua morte, che aveva offerto a Dio la sua vita per la liberazione della sua patria dal comunismo ateo[5].

Lo stesso S. Paolo conosceva bene quell’ interrogativo che si ponevano anche i cristiani del suo tempo: chi accetterebbe di dare la vita per un peccatore? Forse si può trovare qualcuno disposto a morire per una persona dabbene (Rm 5, 7), ma chi morirebbe per salvare un malfattore? L’unica risposta possibile è: chi mette in pratica, senza esitazioni, quel “Comandamento Nuovo” (Gv. 13, 34s.) che Gesù ha dato ai suoi discepoli come tratto distintivo della loro appartenenza a Lui, quella “carità” che  tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta (1Cor 13, 7), oblio e dono totale di se stessi che rendono efficace la fede, dimostrazione che la Parola di Dio è stata presa sul serio. Quell’Amore per Dio e per il prossimo del quale tutti i grandi Santi hanno sentito come “imbevuta” ogni fibra del proprio essere, se è consentito usare quella espressione.    

Il dolore è parte inevitabile e profonda della condizione umana ed è un inestimabile valore elaborarlo e conservarlo nel proprio cuore facendolo lentamente depositare nella coscienza fino all’esito grandioso della santità, come ha fatto Nennolina – che, nelle sue letterine infantili, offrì totalmente a Gesù le sue sofferenze per l’amputazione di una gamba (a sei anni!) –  come hanno fatto Benedetta e Chiara Luce. Esse, con l’offerta della loro vita, hanno anticipato l’insegnamento che Benedetto XVI ha rivolto ai giovani nel 2011 alla Giornata  Mondiale della Gioventù di Madrid: <<Spesso la croce ci fa paura perché sembra essere la negazione della vita. In realtà è il contrario! Essa è il SI’ di Dio all’uomo, l’espressione massima del suo amore e la sorgente da cui sgorga la vita eterna>>[6]. L’uomo che soffre non può fare a meno di ricercare la causa della sua sofferenza e le Lamentazioni, insieme al libro di Giobbe, ne sono il linguaggio biblico,  ma solo nella prospettiva cristiana l’innocente Servo di Dio, nel Deutero – Isaia, soffre per solidarietà con i peccatori e i deboli come prefigurazione del sacrificio di Cristo (Is 42 ss.). Gesù, vero Servo innocente, ha accettato la diminuzione inerente alla condizione umana compromessa dal peccato originale e ne ha rovesciato il significato vivendola nella vicenda pasquale (Fil 2). La Resurrezione, culmine della rivelazione cristiana, spiega il significato della Croce come la più alta manifestazione possibile dell’Amore oblativo: (Lc 24, 26). Nennolina, Benedetta e Chiara Luce, accettando serenamente le diagnosi infauste delle loro malattie e abbandonandosi totalmente alla volontà di Dio, hanno ricevuto in cambio da Lui una forza spirituale e morale inesprimibile in termini umani, dando così una perfetta risposta teologica alla domanda rivolta da Gesù ai discepoli di Emmaus e, attraversando con gioia tutto l’itinerario della sofferenza, si sono fatte anch’esse “anatema”, a vantaggio dei fratelli, consanguinei secondo la carne” (Rm 9, 3).

Tutti i Santi, a cominciare da S. Paolo, i martiri della fede e i grandi mistici hanno vissuto con gioia  l’esperienza di <<compiere nella loro carne ciò che manca ai patimenti di Cristo>> (Col 1, 24) attraversando con Lui l’abisso della Croce e  partecipando veramente alle sue sofferenze (Rm 8, 17;  Fil 3, 10-11) perché Gesù dalla Croce “costringe ” alla risposta dell’amore. Infatti, se ci si accorge che qualcuno ci ama sacrificando se stesso per noi, il nostro cuore si sconvolge e si apre. Per essere mediatori della carità e della consolazione di Dio bisogna aver saputo soffrire, come fecero le nostre tre piccole Sante, senza dire “basta!”. L’uomo a volte protesta di fronte alla malattia devastante gridando a Dio: <<Perché lo permetti?>>: invece di lasciarsi sopraffare dallo scandalo, che giustificherebbe l’egoismo, bisogna diventare “consolazione di Dio[7]. Non a caso il Messale romano contiene la bella preghiera eucaristica nella quale è sottolineato il valore salvifico della sofferenza:


Padre Santo, Dio onnipotente ed eterno,

in ogni momento della nostra vita,

nella salute e nella malattia,

nella sofferenza e nella gioia,

per Cristo tuo servo e nostro redentore.

……………………………………………………….

Per questo dono della tua grazia,

anche la notte del dolore

si apre alla luce pasquale

del tuo Figlio crocifisso e risorto.

…………………………………………….[8]


 

 


[1] Cfr. Gottfried Wilhelm Leibniz, Saggi di teodicea, 1710

[2] Cfr. Paul Claudel, Toi, qui es – tu?, Paris, 1936.

[3] Cfr. Lettera di P. Pio da Pietrelcina a P. Benedetto da S. Marco in Lamis, in Epist. I, pag. 206.

[4] Cfr. RISCOSSA CRISTIANA, Biografia di Santa Edith Stein.

[5] Fonte: www.studiodomenicano.com.

[6] Cfr. www.romasette.it

[7] Cfr. Ugo Borghello, Liberare l’amore, Edizioni Ares, 2009

[8] Ottavo Prefazio Comune

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