Il mito della moda – di Roberto Pecchioli

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“Moda. Io sono la Moda, tua sorella. Morte. Mia sorella? Moda. Sì: non ti ricordi che tutte e due siamo nate dalla Caducità? Morte. Che m’ho a ricordare io che sono nemica capitale della memoria. Moda. Ma io me ne ricordo bene; e so che l’una e l’altra tiriamo parimente a disfare e a rimutare di continuo le cose di quaggiù, benché tu vada a questo effetto per una strada e io per un’altra. […] Anzi generalmente parlando, io persuado e costringo tutti gli uomini gentili a sopportare ogni giorno mille fatiche e mille disagi, e spesso dolori e strazi, e qualcuno a morire gloriosamente, per l’amore che mi portano. Io non vo’ dire nulla dei mali di capo, delle infreddature, delle flussioni di ogni sorta, delle febbri quotidiane, terzane, quartane, che gli uomini si guadagnano per ubbidirmi, consentendo di tremare dal freddo o affogare dal caldo secondo che io voglio, difendersi le spalle coi panni lani e il petto con quei di tela, e fare di ogni cosa a mio modo ancorché sia con loro danno.”

 

Quello riportato è un brano del Dialogo della Moda e delle Morte, tratto dalle Operette Morali di Giacomo Leopardi. Il pessimismo del grande recanatese intreccia la morte, sorella incombente del nostro cammino, e la moda, alleate in nome dell’effimero, del transeunte, figlie della caducità. Rammenta altresì che la moda accompagna l’uomo dai tempi in cui ha iniziato a vivere in comunità e formare società. Tuttavia, è soltanto con la modernità che essa diventa fenomeno di massa, meccanismo economico e persino mito. Non è per caso che nel secolo XIX si siano occupati di moda due grandissimi intellettuali, il nostro Leopardi e Charles Baudelaire, probabilmente il massimo poeta di lingua francese. Baudelaire scrisse un saggio intitolato Il bello, la moda e la felicità. Nel secolo scorso il più acuto indagatore della moda fu Roland Barthes, il sociologo strutturalista, con il suo noto Sistema della Moda.

Dalla grande poesia e dalla filosofia, giacché Leopardi e Baudelaire furono a loro modo grandi pensatori morali, alla sociologia, dall’analisi più penetrante, dalla profondità dell’indagine alla dissezione autoptica di ciò che è per scopi generalmente pratici, anche questo è il senso della decadenza che ci avvolge. Ma perché la moda è mito, qual è il suo rapporto con il resto della contemporaneità, una dei cui tratti orgogliosi è proprio la demitizzazione generale?  La moda, a nostro avviso, è il punto di intersezione, l’incrocio perfetto di altri due miti del nostro tempo: quello del progresso e quello del nuovo.

La parola, nel senso attuale, è stata inventata da Baudelaire. Nell’epoca in cui l’eterno si dilegua, tutto scorre rapido, maestoso e subito declina. Ciò che sorge è giudicato superiore a ciò che scompare. Il poeta dette a tale veloce rincorrersi di cose ed immagini il nome di Moda, mode, al femminile, modalità. L’aggettivo moderno (al modo odierno) diventava, in quella cruciale seconda metà del XIX secolo, il termine adatto a designare in modo specifico la novità e l’attualità di una corrente artistica. Essere “nuovo”, per la prima volta nella storia, non era una semplice circostanza, ma un criterio di merito, dunque di giudizio e pregiudizio positivo.

Marcello Veneziani ha chiamato tale disposizione dello spirito odiernità, ovvero il principio secondo il quale ogni fenomeno, corrente, opera va giudicato in base alla sua conformità al presente. Un metodo assai ristretto, angusto, che riduce la verità all’attualità. E’, appunto, la moda. Una delle sue caratteristiche più curiose è aver sostituito il fatto con la rappresentazione, l’occhio con lo specchio. Riveste l’eterno con le sembianze del fuggevole (Stefano Zecchi), abitua l’uomo moderno a convivere con immagini pervasive, spesso affascinanti, ma effimere come la fioritura di una rosa.

La caducità, rivendicata dalla Moda leopardiana, diventa inevitabile, fa anzi parte del programma stabilito e induce ciascuno ad essere infedele. Vestiti con gli abiti della moda, gli uomini si sono abituati a tollerare e praticare in ogni ambito l’infedeltà. Classico, in effetti, era ciò che restava fedele alla “forma”, resistente alla variabilità, portatore di un equilibrio. Ma se la novità è il principio più sicuro per riconoscere lo spirito della modernità, incarnata dalla moda, significa che quanto è irriducibile al presente scompare insieme con la verità, la quale per esistere deve perdurare, come osserva il filosofo tedesco coreano Byung-Chul-Han. In fondo, sconfiggendo Baudelaire, che suggeriva di imparare a guardare oltre la fragile novità delle mode per capire ciò che accade davvero, la moda non è che il vestito cangiante del progresso. La corazza mutevole dell’homo faber senza interiorità, il costume di un Leopoldo Fregoli impegnato ad abbattere gli dei e domare l’universo.

Per altri versi, la moda è anche il rassicurante involucro in cui milioni di uomini rinchiudono le proprie insicurezze e paure. Essa offre un modello precostituito, una confezione che si fa anche contenuto: chiavi in mano, anzi portafogli in mano, essa ci guida sicura nei meandri dell’oggi. Diventiamo come essa ci vuole, convinti di avere intercettato lo spirito del tempo. Stasera stessa tutto cambierà, il più nuovo che incede sarà la moda di domani. Il tramonto è l’anticipo di una nuova alba in cui, tuttavia, sorgerà solo un magma bollente in cui miliardi di puntini si crederanno tutti il centro dell’universo. È una forza formidabile, che resta però al servizio di una macchina tecnica, economica e pubblicitaria di gigantesche dimensioni, tanto grande da occupare l’intero schermo e dunque di non essere più percepita come sovrastruttura.

Se osserviamo uno dei riti pagani della moda relativa all’abbigliamento, le grandi sfilate organizzate dagli stilisti (non più sarti, ma sacerdoti di “stile”) ci rendiamo conto che gli abiti e gli accessori diventano solo lo sfondo, l’espediente per officiare nuovi riti: la novità, la bizzarria, la meraviglia. Viene in mente il programma poetico di Giambattista Marino: “è del poeta il fin la meraviglia, chi non sa stupir vada alla striglia”. Un manifesto della novità ad ogni costo, dell’innalzamento progressivo dell’asticella che vediamo nelle varie manifestazioni della moda. Ultimamente, spopola l’androgino, l’indistinto, il disprezzo per la donna e l’uomo che sono tali, l’enfatizzazione di tutto ciò che crea stupore, scandalo non più, poiché l’assuefazione è la stessa di chi aumenta le dosi della droga. L’aggravante, negli ambulacri delle mode, è il potere di creativi omosessuali, dunque incapaci di cogliere il fascino della differenza e l’orrore per ciò che è inutilmente eccentrico o capriccioso. È una corsa alla singolarità di massa di durata istantanea, il tempo di un clic, giacché nella fucina di Vulcano già si forgia il nuovo più nuovo, destinato a squalificare l’oggi al tramonto.

Colse assai bene questo passaggio Roland Barthes nel suo Sistema della Moda: “rifiutando dogmaticamente la moda che l’ha preceduta, la nuova moda rifiuta il proprio passato”. La moda non eredita, ma sovverte l’ordine appena affermato e afferma il diritto assoluto del presente, dell’eterno presente, prerogativa del Dio trascendente. Prosegue Barthes affermando che nutrendosi di infedeltà a se stessa e al proprio passato, per sfuggire alla carica colpevolizzante di questo sentimento, aggredisce il tempo col ritmo delle vendette, affondando ogni volta l’intero presente nel nulla del passato.  La moda, quindi, nasconde una potente carica nichilista che eleva il non permanere di tutte le cose a condizione del suo avanzare.

Viene rovesciata la vecchia concezione platonica della superiorità delle idee rispetto alle cose, soggette al tempo, transitorie. Per la moda la transitorietà, attraverso le categorie dell’obsoleto e del demodé, è la condizione del suo esistere. Perciò, essa, con l’aiuto dei saperi accessori, pubblicità, scienza della comunicazione, psicologia, ha la necessità di destrutturare negli esseri umani, ribattezzati consumatori, la dimensione del tempo, sostituendo alla durata, somma di passato, presente e futuro, la precarietà di un assoluto presente.

Sorge quindi la necessità, per conquistare l’anima della maggioranza, di organizzare un complesso sistema di credenze, dilatazione di comportamenti, automatismi psicologici tesi ad abbattere le difese interiori dei singoli; di qui la straordinaria diffusione della pubblicità e di tutte le tecniche di psicologia di massa. La parola propaganda, termine latino legato all’apostolato cristiano (propaganda fide), ha assunto il significato corrente dopo la pubblicazione dell’omonimo libro di Edward Bernays, nipote e seguace di Sigmund Freud, vangelo delle tecniche di persuasione pubblicitaria a scopi di mercato, ma anche di potere. Lo stesso Bernays sostenne che la democrazia è la migliore forma di dittatura, a patto di controllare i mezzi di comunicazione. Detto e fatto.

Il profondo risvolto mercatista della moda nella sua declinazione contemporanea fu perfettamente colto da Barthes, già mezzo secolo or sono, in un brano di grande lucidità: “Per obnubilare la coscienza contabile del compratore, è necessario stendere davanti all’oggetto un velo di immagini, di ragioni, di senso, insomma creare un simulacro dell’oggetto reale, sostituendo al tempo greve dell’usura un tempo sovrano”. Noi, sulle tracce di Costanzo Preve, lo chiameremmo il tempo del desiderio sovrano, scandito dagli ordini suadenti della moda e della sua ancella fidata, la pubblicità. Fateci caso: per convincerci, il primo meccanismo che attivano è abbassare le nostre difese intellettuali sino a inibirle. Voci suadenti, ipnotiche, oppure allegria forzata, messaggi improntati alla velocità: affrettati a comprare questo o quello. Neanche i vecchi, nei messaggi loro rivolti, sono vecchi davvero. Le famiglie sono stranamente unite, chi vive a ritmi diversi da quelli scanditi dal metronomo-moda non è moderno, non è al passo con i tempi.

Barthes conia un efficace neologismo, neomania. Il “nuovo” si presenta come un valore che si compra. Il consumatore di moda viene sommerso di messaggi (pensiamo a quanti spot dobbiamo vedere ed ascoltare nel tempo di un telefilm) che gli mostrano l’attuale sotto la specie di un nuovo assoluto da accogliere senza riserve in cui immergersi e naufragare, un pallido simil infinito risolto nell’attimo.

Nel passato, la foggia dell’abbigliamento, gli accessori, la capigliatura, persino la postura sancivano l’appartenenza ad un gruppo. In linea con l’economia di scala e l’imposizione di una fittizia uguaglianza, la moda ha generalizzato una falsa identità globale, che ha condotto ad un’accentuata disintegrazione etnica e culturale, con la perdita simbolica e visibile dei legami con le comunità in cui ciascuno era integrato. La trasgressione è ribaltata in conformismo: la moda impone una stramba uniformità in cui tutto si confonde, a cominciare dal maschile e dal femminile, poiché così vuole l’ideologia dominante che, come un fiume carsico, tracima dal basso, poi si insinua, avvolge e travolge.

Un’altra caratteristica della moda contemporanea è il suo ambiguo rapporto con il desiderio. Ne fu consapevole Jean Baudrillard, scoprendo che il desiderio indotto dalla moda non è un fine ma una posta in gioco. Si provoca, illude e delude costantemente il desiderio, il cui destino è brillare e decadere. Esattamente ciò che vogliono i padroni della moda, ovvero del “modo” di essere dell’homo consumens. La loro grande vittoria, la prestazione intellettuale che più desta meraviglia per il successo conseguito è aver associato la moda, per natura gregaria, sequela di meccanismi, idee, comportamenti, atteggiamenti indotti e massificati, ad una sorta di religione della spontaneità, della libertà, persino della creatività. Ci hanno convinto non solo che ciò che ci piace è precisamente quello che ci vendono ed impongono, ma addirittura che ognuno di noi vi pone il suo tocco, la sua irripetibile e straordinaria individualità. Il sistema della moda ci ha persuasi per scopi commerciali che siamo tutti speciali e ci abbiamo creduto.

È forse per questo che non è insensato parlare di mito della moda. Sentiamo ancora Barthes: “il mito è una parola rubata e restituita. Solo che la parola riportataci non è più interamente quella sottratta.” Sgomenta l’onnipotenza della moda, la sua impressionante facilità di trasformarci come creta nelle mani dell’artigiano. Con artifici di ogni tipo, ci rettifica, ci ricrea, dando a suoi adepti più accaniti un senso di euforia e di potenza illimitata. Il simbolo è nella figura dello Zelig: un individuo dalla personalità multipla, dunque privo di personalità, in grado di assimilare le caratteristiche dell’ambiente in cui trova. Qualcuno che muta, si rinnova continuamente, del tutto privo di idee proprie, giudizi personali, radici in uno spazio o in un’idea. Il contemporaneo ideale, frutto terminale di quell’odiernità che ha sostituito il tempo.

Anche l’arte è moda, soggetta ai capricci del momento, soprattutto agli umori del mercato, dominato da chi, uniti agli scopi economici, ha l’obiettivo di costruire un’antropologia a suo uso e consumo. Tutto deve essere “nuovo” e la moda è il veicolo privilegiato. L’arte, quindi, non deve più rappresentare, trasfigurare o trascendere, ma semplicemente, stupire, o colpire, o sconvolgere. Oppure essere il semplice testimone delle crisi, una nebulosa nel tramonto senza alba che ci pervade.

Charles Baudelaire, il poeta dei Fiori del Male, lo avvertì acutamente nel turbinio della Parigi del suo tempo, che faceva tendenza fino a diventare essa stessa moda, nella sua borghesia, nei suoi salotti, nella sua architettura, nell’ansia inesausta di novità, sullo sfondo di quel luogo artificioso ed innaturale che è la metropoli. La modernità che si fa Moda obbligatoria è “il transitorio, il fuggitivo, il contingente, la metà dell’arte, la cui altra metà è l’eterno e l’immutabile. “Un secolo e mezzo dopo, la prima metà si è allargata a spese dell’altra, ha occupato tutta la scena sino a non distinguere più moda da novità, moda da progresso, persino, ed è devastante per la confusione dei piani, moda da bellezza.

Baudelaire cantore dell’Albatros, metafora del poeta esule in terra tra gli scherni a cui impediscono il cammino le ali da gigante, ci ricorda che la moda è il trionfo dell’artificio sulla natura. La modernità intera è il tempo effimero della moda, che ha anche un suo abitatore ideale, il flaneur, l’affettato personaggio “alla moda” che vaga per la grande città – oggi tra i canali televisivi, i centri commerciali e le connessioni della Rete-  osservando, provando emozioni estese ma in nessun caso profonde, ciascuna destinata a scacciare la precedente. Oggi la moda ha distrutto anche il flaneur, decadendo in merce da supermercato, impiantando la propria essenza di effimero che non permette più di attingere l’immutabile caro a Baudelaire.

Il mito della moda si dissolve nella figura del Mutante, un po’ uomo e un po’ apparato, pronto ad ogni novità, tanto disincarnato quanto impermeabile allo spirito, in cui l’orrore del vuoto non è più ansia di infinito, ma assenza della novità che scaccia l’immagine precedente, frammento che fugacemente si fa Moda, da rincorrere alla stregua delle fatiche di Sisifo.

Quando il mito esprimeva il senso profondo delle cose, non ancora degradato a idioma inappropriato per presentare certi fatti, destinato ad essere abolito- demitizzare è stato il più instancabile esercizio della modernità-  nasceva il racconto di Sisifo.  Presente già nell’Odissea, il mito che lo riguarda parla del più sagace dei mortali punito dagli Dei, destinato a rotolare eternamente sulla china di una collina un macigno che, una volta sulla cima, ricade inesorabilmente in basso. Accolto da Camus come metafora dell’insensatezza dell’esistenza umana, Sisifo ci sembra il simbolo dell’uomo incatenato all’odiernità. Il nuovo, il progresso ribattezzati moda lo costringono allo sforzo continuo di mutare – abiti, idee, coscienza, spazio – senza alcun risultato. Il macigno ricade crudelmente in basso, la fatica è inutile.

Probabilmente, la moda, il suo mito, nella versione moderna della dinamo che si avvita su stessa a velocità crescente per mostrare nuove cose da afferrare, consumare e gettare via nel mare magnum dei rifiuti, aiuta l’uomo a non riflettere più sulla sua condizione di creatura. Essere alla moda, forse, significa dimenticare di essere uomini, creature destinate a sfidare l’infinito. Mediocre surrogato della felicità, la moda. Lo sapeva bene Zarathustra: “noi abbiamo inventato la felicità, dicono gli ultimi uomini, e strizzano l’occhio.”

                                                                               

 

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1 commento su “Il mito della moda – di Roberto Pecchioli”

  1. Marco Boggia

    La moda – la dipendenza dalla moda – insieme al ristorante è lo specchio fedele della nostra società in decadenza. Non siamo più capaci di pensare ad altro. Grazie per questo articolo profondo e illuminante.

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