IL MODERNISMO DI GUSTAVO BONTADINI – di P. Giovanni Cavalcoli, OP

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di P. Giovanni Cavalcoli, OP

 

 

gbUn aspetto importante dell’attuale modernismo trae origine, già dagli anni lontani del fascismo, dall’opera di Gustavo Bontadini all’Università Cattolica di Milano, la quale già in quel tempo, soprattutto con l’indirizzo di Mons.Francesco Olgiati, avvertì l’urgenza di un serio confronto del tomismo col pensiero moderno, come già stavano facendo in Francia Maritain ed altri valorosi filosofi e teologi cattolici, anticipando in tal modo quello che sarebbe stato l’impulso dato dal Concilio Vaticano II al progresso e al sano ammodernamento della cultura cattolica.

Gustavo Bontadini, discepolo dell’Olgiati, riprese il suggerimento del Maestro, ma purtroppo dette ad esso una cattiva piega, perché il Bontadini, benchè cattolico e sedicente tomista, in realtà si era lasciato sedurre dall’idealismo panteista hegeliano di Giovanni Gentile, ed egli non nascondeva affatto tale simpatia, benchè si sforzasse di metterla d’accordo con la sua fede cattolica, senza la quale del resto non avrebbe avuto titoli per insegnare in un’Università Cattolica.

Anche Bontadini sentiva questa esigenza di assumere il positivo della filosofia moderna nel tentativo in sé generoso di mettere pace tra realisti ed idealisti e di porre in continuità la filosofia moderna con quella che egli chiamava “filosofia classica”, con un’espressione in realtà non molto felice, desunta dalla cultura corrente, per cui si parla di “musica classica”, “moda classica”, “vini classici” e cose del genere. Tuttavia era chiaro che cosa egli intendeva: la filosofia antica, soprattutto greca, che poi fu assunta e corretta dai Padri e dai Dottori della Chiesa, soprattutto da S.Tommaso d’Aquino.

Bontadini dunque cercò di mettere in luce una continuità fra l’antico e il moderno, ma nel contempo, come tutti gli idealisti, era convinto che Cartesio avesse segnato un netto discrimine tra la filosofia precedente, impelagata nell’incertezza e nella confusione, e la nuova fondata da Cartesio, in grado di risolvere finalmente una volta per tutte il problema della conoscenza e della verità. Stando così le cose, Bontadini si convinse allora che per salvare la filosofia precedente, occorreva trovare in essa qualcosa che precedesse Cartesio e si convinse che questo qualcosa fosse la concezione parmenidea dell’essere che, secondo Bontadini, era la stessa di S.Tommaso[1].

Da qui il recupero di S.Tommaso, ma un Tommaso non aristotelico, bensì parmenideo: operazione per la verità disperata, che tuttavia sarebbe stata destinata ad un certo successo fino ai nostri giorni. Intanto però questo recupero dell’essere parmenideo fu preso molto sul serio dal discepolo Emanuele Severino, il quale lo intese in modo così estremista da mettere in chiara luce l’assoluta inconciliabilità di questo “essere” con l’ipsum Esse tomista, per cui Severino non solo rifiutò qualunque  contatto con l’Aquinate, ma addirittura apostatò dalla fede cattolica e fu espulso dall’Università cattolica dopo un intervento della Congregazione per la Dottrina della Fede nel 1970.

Merito indubbio del Bontadini fu quello di voler riproporre la questione dell’essere e quindi di una valida metafisica. Senonchè però egli credette di poter reimpostare la nuova metafisica dell’essere sulla base dell’immanentismo di origine cartesiana, che era giunto ad Hegel, del quale gentile era notoriamente seguace in Italia.

In sostanza Bontadini crede alla possibilità di proporre la trascendenza all’interno dell’immanenza, come in fondo aveva già fatto Gentile. Ma ogni sano realista capisce subito che questa “trascendenza” non è una vera trascendenza, cioè non mette in gioco un Dio reale distinto dall’umano pensiero, ma comporta un “Dio” meramente pensato o meramente ideale, quindi immanente al pensiero umano ed in ultima analisi prodotto da questo pensiero.

Bontadini confondeva l’immanenza di marca idealista con l’interiorità della tradizione agostiniana, che sono invece due cose ben diverse. Un conto è l’interiorismo agostiniano, un conto è l’immanentismo idealista. Entrambi dicono una certa immanenza di Dio nell’uomo. Tuttavia l’interiorismo agostiniano comporta la consapevolezza della presenza di Dio nella propria coscienza; ma è chiaro che Dio trascende la coscienza, per cui essa, per raggiungerlo, deve trascendere se stessa, pur restando sempre lei la creatura ed egli il Creatore.

Viceversa nell’immanentismo di origine cartesiana Dio non è nella coscienza come un Tu trascendente esterno alla coscienza, presupposto alla coscienza e indipendente dalla coscienza, in quanto creatore della stessa coscienza, ma, come emergerà nei continuatori di Cartesio, Kant e Fichte, è un’idea della coscienza umana, per cui non è un Dio reale, ma un Dio pensato dalla coscienza e quindi posto dalla coscienza, un essere immanente alla stessa coscienza.

Infatti in Cartesio, come si evince facilmente dal famoso cogito, l’essere coincide con l’essere pensato o con l’“idea” (da cui il nome “idealismo”). Da qui l’idealismo tedesco ricaverà la coincidenza del pensiero con l’essere, del resto secondo l’antichissima tesi che si trova già in Parmenide (to autò to noèin kai to èinai: il pensiero e l’essere sono la stessa cosa).

E’ noto come S.Pio X nell’enciclica Pascendi condanna l’immanentismo. Purtroppo però Bontadini non ha tenuto conto di questa condanna e ha preteso di concepire un immanentismo conciliabile con la dottrina di San Tommaso, cosa impossibile.

Il Padre Fabro, con la sua solita acutezza, ha mostrato la vanità e la pericolosità dell’impresa bontadiniana, che tese a dare un cattivo indirizzo all’Università Cattolica di Milano, indirizzo dal quale non pare essa a tutt’oggi si sia corretta del tutto[2]. Ma anche altri eminenti filosofi e teologi cattolici[3], sin dagli anni ’20 del secolo scorso, avevano messo in guardia con ottime confutazioni contro il pericolo proveniente da Giovanni Gentile, che aveva addirittura la pretesa di esser lui il vero interprete del cristianesimo[4]. Ma ciò non servì a nulla al Bontadini, che proseguì imperterrito per la sua strada, raccogliendo anzi attorno a sé numerosi discepoli che tuttora operano negli ambienti accademici cattolici.

Bontadini ha tutte le ragioni nel dire che il pensiero è pensiero dell’essere. Il guaio è che egli respinge la concezione tomista, conforme al realismo biblico che si riflette nella distinzione del pensiero dall’essere e nel primato dell’essere sul pensiero. Viceversa per Bontadini l’assoluto non è l’essere ma il pensiero, sicchè non si dà un essere “presupposto” al pensiero ed esterno al pensiero mentre il pensiero è intrascendibile. L’essere, come dice Bontadini “si risolve nel pensiero”. Per Bontadini l’“essere è nel pensiero” non come risultato del fatto che l’intelletto umano inizialmente in potenza, e quindi ancora ignaro dell’essere, successivamente si attua rappresentando l’essere nel concetto, mentre l’essere in sé resta esterno al pensiero.

Parlare di una intrascendibilità del pensiero umano viene a significare la negazione del Mistero divino nella sua infinità, in quanto la mente umana non riconosce i propri limiti e pretende di avere quella infinità che può avere solo il pensiero divino, il quale è il solo ad essere intrascendibile, mentre il pensiero umano, anche illuminato dalla fede, è infinitamente trasceso dall’Essere divino.

Viceversa Bontadini vede il rapporto pensiero-essere come se fosse in gioco solo il pensiero divino, nel quale soltanto i due termini coincidono, perché Dio, come dice Aristotele, è Pensiero sussistente, riducendo quindi al divino anche il pensiero umano e finendo di fatto, anche se egli non lo vuole, nel panteismo. Infatti in sede teologica Bontadini è fermamente convinto della distinzione tra Dio e il mondo, accetta il dogma della creazione, ammette l’esistenza del divenire e si sforza appunto di dimostrare l’esistenza di Dio partendo dall’esperienza del divenire.

Anzi su questi punti capitali Bontadini si opporrà vigorosamente al monismo eternalista ed acosmico del suo discepolo Severino, che negava sia l’esistenza del divenire che della creazione. Ciò allora vuol dire che esiste oggettivamente uno stridente e sorprendente contrasto in Bontadini tra la sua metafisica e la sua gnoseologia da una parte, di marca prettamente gentiliano-hegeliana, e dall’altra parte la sua teologia, che è in linea con S.Tommaso e la fede cattolica.

Ma tutto ciò vuol dire che la proposta bontadiniana di un confronto della filosofia classica con quella moderna è fallito ed è fallito perché Bontadini non si è fatto guidare da S.Tommaso, o quanto meno dal vero S.Tommaso, da sempre raccomandato dalla Chiesa, ma da quello stesso idealismo che doveva essere vagliato alla luce di Tommaso per prenderne il positivo e respingerne il negativo. Invece Bontadini ha assunto l’idealismo acriticamente e in blocco, restando quindi colpito dal veleno in esso contenuto. Le dottrine filosofiche sono digeribili. Ma sono come i serpenti: prima occorre togliere il veleno. Chi non lo fa resta ucciso e propinando questo veleno uccide gli altri.

Recuperare l’essere parmenideo non è una cattiva idea. Ma prima bisogna liberarlo dall’univocismo che favorisce il panteismo, per poterlo adattare alla concezione biblica, realistica, pluralistica, analogica dell’essere (Aristotele), che prevede un essere per essenza accanto e sopra l’essere per partecipazione (Platone).

Solo così non si darà un unico Essere necessario ed eterno, esclusivo di ogni divenire e molteplicità creati, sicchè poi tutto dev’essere necessario ed eterno, ma si dà un Dio sì necessario ed eterno, ma accanto ed insieme ad un mondo temporale e contingente, mondo da Lui creato dal nulla e non “apparizione” o “teofania” dell’Eterno, espressioni, queste, che sono segno inequivocabile del panteismo, giacchè in tal caso se il mondo è ammesso, non sta fuori di Dio con una propria consistenze ontologica, ma viene assorbito in Dio. Oppure può capitare il processo contrario: che Dio viene assorbito nel mondo ed allora abbiamo l’ateismo. In ogni caso c’è sempre la confusione tra Dio e l’uomo.

La vera concezione cristiana e tomista, perfettamente adatta anche alla modernità, perché la detta concezione è sapienza perenne, è quella di un’unione dell’uomo con Dio che non confonda le nature, pur essendo un’unione fondata sulla intima presenza della Causa prima alla sua creatura ed ancor più essendo dono di grazia all’uomo che lo rende figlio di Dio, ad immagine di Cristo e partecipe della vita divina.

 

 

 


[1] Bontadini espone questo suo progetto in alcune occasioni, come per esempio nei seguenti suoi scritti: Valutazione analitica e valutazione dialettica della filosofia moderna, in Studi sull’idealismo, Edizioni Vita e Pensiero, Milano 1995, pp.221-237 e Idealismo e immanentismo in  Conversazioni di metafisica, Edizioni Vita e Pensiero, Milano 1995, vol.I, pp.5-32.

[2] Vedi la critica a Bontadini in C.Fabro, L’alienazione dell’Occidente, Edizioni Quadrivium, Genova 1981,pp.133.142.

[3] Cf per esempio: Emilio Chocchetti,OFM, La filosofia di Giovanni Gentile, Società Editrice “Vita e Pensiero”,Milano 1922. Il Chocchetti fu docente nella medesima Università dove insegnò il Bontadini; Angelo Zacchi,OP, Il nuovo idealismo italiano di B.Croce e G.Gentile, Edizioni Francesco Ferrari, Roma 1925; Mariano Cordovani,OP, Cattolicismo e idealismo, Società Editrice “Vita e Pensiero”, Milano 1928. Il Padre Cordovani fu Maestro del Sacro Palazzo e morì in fama di santità: ma anche ciò non è giovato nulla a Bontadini. Intanto in Francia il Maritain attaccava anch’egli con grande sapienza l’idealismo. Vedi per esempio il suo famoso Les Degrés du savoir e La vita propria dell’intelligenza e l’errore idealista, in Riflessioni sull’intelligenza e la sua vita propria, Editrice Massimo, Milano 1987, c.II.

[4] Cf G.Gentile, La religione. il modernismo e i rapporti tra teologia e filosofia. Discorsi di religione, Edizioni Sansoni, Firenze 1965.

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