IL NATALE VISTO DA SAN FRANCESCO DI SALES – di Don Marcello Stanzione

di Don Marcello Stanzione

 

Francesco nasce nel 1567, al castello di Thorens, in Savoia, a qualche lega di distanza sia da Annecy, a sud, e sia da Ginevra, a nord. I primi anni di scuola li trascorre nei collegi di La Roche e di Annecy, gli studi umanistici e l’anno di filosofia a Parigi, al collegio Clermont (che presto verrà chiamato Louis-le-Grand), infine studia diritto a Padova. La famiglia lo ha infatti destinato alla magistratura. I viaggi gli aprono lo spirito: a Padova, frequenta alcuni protestanti, e persino degli atei, dimostrando sempre la propria benevolenza nei confronti degli uni e degli altri. Scopre che l’uomo è un essere mutevole, diverso, e che di conseguenza è importante non imporre nulla, bensì convincere, o meglio dire sempre ciò che si pensa e aspettare che l’altro tragga da solo le conclusioni.sales

Probabilmente Francesco ha qualcosa di Michel de Montagne, maggiore di lui di un quarto di secolo, eccetto, però, lo scetticismo. Francesco, per parte sua, è un cattolico sicuro della sua fede, a tal punto che non diventerà magistrato, ma prete, prevosto del capitolo di Annecy e, a tale titolo, riceverà l’incarico di diffondere la fede cattolica in tutta la contrada limitata a nord dal lago Lemano, passata più o meno di forza al protestantesimo calvinista. Quasi alla fine della sua vita, scrivendo al Papa annoterà: “ quando giungemmo in questa regione si potevano contare un centinaio di cattolici appena. Oggi, rimangono appena un centinaio di eretici”.

Quando predica, di fronte alle sue pecorelle, Francesco di Sales non entra mai in dotte disquisizioni dottrinali, che lascia ai dottori della Sorbona o a teologi illuminati. Egli cerca di chiarire i percorsi della preghiera, di far comprendere ai suoi fedeli come anche la vita di tutti i giorni possa trasformarsi in preghiera. La sua santità personale, la sua autorità morale, la sua dolcezza attirano numerosi laici, tra i quali alcune dame della nobiltà che si consultano con lui per avere consigli. Una sua giovane parente, Mme de Charmoisy, affascinata dalla sua predicazione, lo persuade a iniziarla alla preghiera verbale. All’inizio, egli le scrive delle lettere, poi dei brevi trattati di argomenti vari, che si fanno sempre più abbondanti con i progressi dell’allieva, la quale ama condividerne la lettura. Presto, verrà chiesto al giovane prelato di raccoglierli in volume, giacché Francesco è diventato vescovo di Ginevra, feudo del protestantesimo che obbliga i vescovi all’esilio di Annecy.

Francesco ha già pubblicato Le Controversie, nel 1595, e La difesa dello stendardo della santa Croce, nel 1600, ma ha anche dei doveri nei confronti dei fedeli e verso l’amministrazione dell’intera diocesi. Deve dare al popolo sviato di Ginevra l’esempio dell’ortodossia cattolica, riformare le abitudini del clero, istruire nuovi sacerdoti, cercare di placare, a Parigi come a Lovanio, interminabili dispute a proposito della grazia, continuare ad accordare il suo appoggio all’ordine della visitazione, che la sua penitente Jeanne de Chantal ha da poco fondato, organizzare ovunque opere di carità. Come trovare delle ore da dedicare alla scrittura? I suoi amici insistono; Francesco di Sales riprende dunque la penna e decide, per non perdere troppo tempo, di riunire le pagine già scritte per Mme de Charmoisy. Egli le cuce con abilità, sviluppando qualche punto toccato in precedenza che gli sembra essenziale, e conservandone il semplice tono epistolare, chiamando la destinataria Filotea (colei che ama Dio). “Voi aspirate alla devozione, carissima Filotea, perché, essendo cristiana, sapete che è una virtù immensamente gradita alla divina Maestà…”. Comincia con queste parole l’opera che l’autore intitolerà Introduzione alla vita devota e che terminerà l’8 agosto 1609. Me de Charmoisy non è un’erudita ed il vescovo si rivolge a lei in maniera semplice, diretta. Appartiene al mondo, possiede la cultura delle persone del mondo; per questo Francesco illustra i suoi insegnamenti con immagini tratte dalla vita quotidiana, talvolta di una freschezza gradevolissima, sempre di buon senso. Mme de Charmoisy è arguta, un po’ troppo scrupolosa, preoccupata di non capire perfettamente ciò che Dio si aspetta da lei, di una grande onestà intellettuale: il direttore spirituale ha fiducia in lei, si appella alla sua logica, la rassicura spiegandole le Sacre Scritture o raccontandole le vite dei santi. Ancora oggi, leggere l’Introduzione significa scoprire non tanto un autore, quanto piuttosto un uomo che non opprime mai il lettore con la sua scienza o la sua autorità.

La grande novità del libro, che è opera di un vescovo, un dottore in teologia, consiste nel proporre la vita devota, ossia la vita cristiana in tutta la sua pienezza, ai laici di qualsiasi estrazione. Perché ognuno di noi è chiamato alla santità, ovunque si trovi e qualunque cosa faccia. Francesco di Sales insegna a tutti un metodo semplicissimo, naturalmente graduale, comodo, per lottare contro il peccato e l’abitudine al peccato, per praticare le virtù, grandi e piccole, così da lasciare che la preghiera riempia progressivamente la vita. Ogni occasione è buona per rivolgersi a Dio, ed egli fornisce i dettagli della santificazione della vita nel mondo, senza trascurare di dare conforto a coloro che arrancano o cadono.

Francesco di Sales, in quest’opera, tiene infatti in gran conto il cuore degli uomini, che egli conosce bene: sia il proprio, sia quello di coloro che dirige. Molte sue osservazioni, per esempio nelle pagine sull’inquietudine e la tristezza, sono talmente esatte, talmente dettagliate anche, che tutto il Seicento ne trarrà ispirazione. E infatti, una folla entusiasta di credenti si getterà sul libro e vi imparerà a pregare: a pregare come si deve, interiormente, dunque a vivere come si deve, con umiltà. La salvezza è offerta a tutti; Dio, il quale è grazia e perdono, è sempre presente, la volontà dell’uomo resta fondamentalmente libera di raggiungerlo. In tutta l’opera, l’autore si rivolge al lettore con compassione. L’Introduzione alla vita devota è decisamente uno di quei libri che illuminano meglio il sorriso di Dio.

“O Dio, esclamate, perché non vi miro io come Voi sempre mirate me? Perché, mio Signore, pensate a me tanto spesso, e perché io così di rado penso a Voi? Dove siamo, o anima mia? La nostra vera dimora è Dio, ma dove ci troviamo noi?”.

Fin dal 1650, l’Introduzione alla vita devota venne tradotta in diciassette lingue.

Riguardo al Santo Natale egli, nell’esortazione per la festa di Natale pronunciata alla messa di mezzanotte del 1622, così scrive: “ Celebriamo, dunque, la nascita del Salvatore sulla terra; ma, prima di parlarne, diciamo qualcosa della nascita divina ed eterna del verbo. Da tutta l’eternità, il Padre ha generato il Figlio, che è simile a lui ed eterno come lui, perché non ha mai avuto inizio, essendo in tutto uguale al padre. Per cui, il Figlio è nato dal Padre, come dire dal suo seno, dalla sua sostanza; è così, per esempio, che noi diciamo che i raggi del sole escono dal suo seno, perché il sole e i raggi del sole non sono che la stessa cosa. Siamo costretti ad usare queste parole e a servircene perché non ne abbiamo altre. Se fossimo Angeli, parleremmo di Dio ben diversamente ed in modo molto più elevato. Ma, ahimè, non siamo che un pugno di polvere e come bambini che non sanno quello che dicono. Il Figlio, dunque, è generato dal Padre, proviene dal Padre, senza occupare altro spazio. E’ nato nel Cielo dal padre, senza madre, e pur essendo origine della Santissima Trinità, rimane vergine tra tutte le vergini. Sulla terra, è nato dalla Madonna, senza padre. Diremo una parola su queste due nascite, delle quali abbiamo prove certe, come dimostreremo tra breve. Il Vangelo (Lc 1,35) ci assicura che il Verbo divino si è incarnato nelle viscere della santissima Vergine, alle parole dell’angelo: Spiritus Sanctus, ecc., comunicandole che lo Spirito Santo sarebbe sceso su di lei e la virtù dell’Alto l’avrebbe coperta con la sua ombra. Con ciò, non si deve dire che in Gesù Cristo ci siano due Persone, perché – la Divinità unendosi alla nostra umanità nell’istante medesimo del concepimento – Gesù fu perfettamente Uomo e Dio senza alcuna separazione. Diamo qualche esempio. I naturalisti hanno osservato che il miele si forma con una certa gomma, che noi chiamiamo manna, che scende dal cielo e viene ad unirsi e a fondersi con i fiori che, d’altro lato, traggono la loro sostanza dalla terra; ora, quelle due sostanze, mescolandosi insieme, formano un solo miele. Similmente, nel nostro Signor e Maestro, la Divinità ha assunto la nostra natura nella sua e Dio ci ha resi partecipi, in qualche modo, della sua Divinità ( 2 Pt 1,4), poiché si è fatto uomo come noi (Fil 2,7; Eb 4,5). C’è differenza tra il miele che si ricava dal timo, in quanto è molto migliore di quello detto di Eraclea, che si ricava dall’aconito e da altri fiori; assaggiandolo, si riconosce subito quello raccolto dal timo, perché è forte e dolce allo stesso tempo, mentre quello di Eraclea dà la morte. La stessa cosa è della sacra umanità di Nostro Signore, che, uscendo dalla terra verginale di Maria, era molto diversa dalla nostra, che è completamente rovinata dalla corruzione e dal peccato. E così, come l’eterno Padre volle che il suo unico Figlio fosse capo e Signore assoluto di tutte le creature (Col 1,15-18), allo stesso modo volle che la santissima Vergine fosse la più eccellente di tutte, avendola scelta prima di tutti i secoli per essere la Madre del suo Figlio divino. In verità, le sacre viscere di Maria sono un mistico alveare, nel quale lo Spirito Santo ha impastato quel dolce miele con il sangue purissimo di lei. Inoltre, il Verbo ha creato Maria ed è nato da lei, come l’ape fa il miele e il miele l’ape, tanto che non si è mai visto ape senza miele o miele senza ape. Nella nascita di Nostro Signore, abbiamo delle prove della sua Divinità, e prove molto evidenti: si vedono gli Angeli scendere dal cielo per annunciare ai pastori che è nato per loro il Salvatore (Lc 2,8-14) e i re Magi che lo vengono ad adorare (Mt 2, 1—1). Tutto questo ci prova che è più di un semplice uomo, d’altra parte, con i pianti che fa nella culla, tremante di freddo, noi scopriamo veramente uomo. Consideriamo, vi prego, la bontà dell’eterno Padre; infatti, se avesse voluto, avrebbe potuto creare l’umanità di suo Figlio, come aveva creato i nostri progenitori; oppure dargli la natura degli Angeli poiché questo era in suo potere. Se fosse avvenuto così, Nostro Signore non sarebbe stato della nostra natura, per cui non avremmo avuto alcun legame con lui. E la sua bontà l’ha condotto fino al punto di farsi nostro fratello per darci l’esempio (Rm 8,29; Eb 2,11-17) e renderci, in tal modo, partecipi della sua gloria; per questo ha voluto essere della stirpe di Abramo, visto che la santissima Vergine era di quella Stirpe, e per tale motivo è scritto: Abraham et semini eius (Lc 1,55; Rm 1,3; Gal 3,16). Vi lascio ai piedi di questa beata Puerpera, affinché come api sapienti, raccogliate il miele e il latte che derivano da questi santi misteri e dal suo seno, in attesa che vi spieghi il resto, se Dio ce ne farà la grazia e ce ne darà il tempo; io supplico di benedirci con la sua benedizione. Amen.

Morì a Lione il 28 dicembre 1622. La Chiesa beatificò Francesco di Sales nel 1662, poi lo canonizzò nel 1665 ed in tal modo, essa consacrava l’Introduzione alla vita devota: il santo libro diventava il libro di un santo, e la sua diffusione rimase prodigiosa. La sua festa liturgica si celebra il 24 gennaio perché in questo giorno i suoi resti mortali furono trasferiti ad Annecy, dove trovarono sepoltura definitiva. All’indomani della guerra del 1870, nel corso del concilio Vaticano I, l’episcopato tutto volle, ancora una volta, attingere alla fonte del santo vescovo di Ginevra. Pio IX, nel 1877, proclamò Francesco di Sales dottore della Chiesa e Pio XI lo designò Patrono dei giornalisti e degli scrittori cattolici.

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