IL PARROCO UNIVERSALE – di Patrizia Fermani

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di Patrizia Fermani

fonte: Conciliovaticanosecondo.it


 

 

pfQualche settimana fa Giuliano Ferrara titolava Il parroco universale un lungo articolo dedicato al Vescovo di Roma. Di fronte all’indiscutibile contrasto di personalità che separa Bergoglio dal predecessore, ammetteva la difficoltà di vedere allontanarsi il modello di un pensiero tanto vasto e profondo da essere la essenza stessa del pensiero cristiano. E, come per un amore perduto si finisce col confinare il ricordo su un qualche aspetto di cui non sia troppo doloroso sentire la mancanza, così elaborava la nostalgia di quel potente vigore intellettuale riassumendolo nella aristocratica misura, nel garbo del suo manifestarsi. Ma ecco che a mantenere viva una irrinunciabile speranza salvifica con nuovi motivi di fiducia e di ottimismo, dice Ferrara, il Vescovo di Roma si offre ora alle masse in modo del tutto inedito rispetto ai predecessori e ottiene un gradimento  immediato da cui si può desumere che il suo approccio sia quello più proficuo e che una nuova fecondissima stagione di rinnovata vitalità si apra davanti ad un esausto cattolicesimo. Il ragionamento, del resto, si accorda anche con l’idea ricorrente secondo cui solo il messaggio adattato al destinatario può risultare efficace, sicché la Chiesa deve parlare al mondo col lessico della nuova realtà imposta dai tempi. Tuttavia la semplicità del discorso non garantisce la sua fondatezza. Anzitutto perché il messaggio cristiano non si è mai misurato sul successo riscosso dal suo annunciatore se già in principio “i suoi non lo riconobbero” e se tante sono state le voci che hanno gridato nel deserto. In secondo luogo bisogna chiedersi se e in quali casi la forma, lungi dall’essere una variabile indipendente, non sia coessenziale alla sostanza delle cose.

Più in particolare, ci si deve domandare se quello che entusiasma le folle sia veramente il messaggio di sempre espresso in modo nuovo, e inoltre se una forma più semplificata  espressiva della nostra quotidianità non finisca per banalizzare contenuti che richiedono uno sforzo collettivo di comprensione e una forte tensione morale. Infine, occorre verificare  se in un’epoca di simboli virtuali e di immagini sostitutive della realtà, non siano solo questi, sapientemente giocati, che finiscono per esaurire e soddisfare ogni esigenza e aspettativa apparentemente spirituale.

Ma tornando al titolo del “Foglio”, esso sembra contenere una insanabile contraddizione. L’etimologia ci dice che storicamente il parroco, in quanto “parà oikía” è chi custodisce da vicino la comunità cristiana di cui ha la cura d’anime. C’è una vicinanza specifica, fisica, tra il pastore e il gregge che egli conosce in ogni singolo elemento concretamente. Ma il parroco trasmette una fede ricevuta secondo un depositum che a sua volta deve essere custodito, rinsaldato e difeso di fronte ai continui attacchi portati dalle forze del male nel corso del tempo. A questo è preposto il Vicario di Cristo attraverso il proprio magistero: il compito del singolo pastore non può essere scambiato con quello del Pastore universale perché la differenza è qualitativa: la visione, il giudizio, il linguaggio del pastore universale deve avere tutta la grandezza capace di contenere il particolare e di guidare tutti, compresi  i pastori, secondo la legge di Dio che tanto spesso confligge con la legge degli uomini. La tradizione ci dice che il Papato sovrasta l’uomo di volta in volta chiamato ad assumerne il carico. Giovanni si fa da parte al sopraggiungere di Pietro, perché è a lui che sono state date la chiavi del regno. Per questo neppure Pietro potrebbe più sostituire se stesso al nuovo soggetto che è stato costituito in lui, a costo di una nuova più grave infedeltà. Il Papato può solo essere servito dal suo rappresentante temporale, non può essere oggetto di appropriazione, come la Chiesa non può essere sottratta al proprio fondatore. Eppure è innegabile che una sovrapposizione dell’individuo al ruolo si è verificata sin da quei primi atti di insediamento del Vescovo di Roma, che di fatto toglievano valore a tutta una tradizione di segni “papali” dotati di un forte significato simbolico, comunque accolti in modo entusiastico da una moltitudine di persone. Ora la società contemporanea fortemente influenzata da una propaganda giacobina che lo ha combattuto senza sosta quale anacronistica sopravvivenza dell’idea monarchica, è diventata incapace di comprendere il papato come istituzione di diritto divino. E questo anche in virtù della costante opera di erosione dell’autorità pontificia messa a punto all’interno degli stessi ambienti “cattolici” sia laici che ecclesiali. Sicché quel “gradimento” immediatamente manifestato non si indirizzava alla istituzione, ma all’individuo che, paradossalmente, nell’atto di assumere il ministero petrino, ne riduceva simbolicamente l’assolutezza e la sovranità. Vi si è immediatamente riflessa quella mistica egualitaria soddisfatta dalla simbolica caduta di ogni separazione di ruoli, che viene avvertita come un valore assoluto capace di travolgere ogni altro criterio di giudizio e capace altresì di attivare la “simpatia” quale unico canone relazionale imposto dalla cultura televisiva. Per queste ragioni quel “gradimento” non può in alcun modo bastare a consacrare nel successore di Pietro il garante della speranza cristiana. Questa speranza deve fondarsi solo sulla saldezza della roccia petrina provata e rinnovata in ogni successore. Ecco dunque che a distanza di pochi mesi da quella investitura di popolo, si deve verificare se la riduzione dei simboli del papato abbia toccato o meno anche questa saldezza della missione. Cioè, se il Magistero si sia adeguatamente manifestato anche al di là della forma “parrocchiale” adottata. I tempi sono tali, infatti, da non consentire che il pastore non impegni tutte le proprie forze nella custodia del gregge e delle sue immutabili regole di vita, dettando per tutti le direttive per la difesa e per la lotta. Sicché quella interpretazione in chiave “parrocchiale” cui alludeva Ferrara diventa inaccettabile come modello di un papato ripiegato sulla ordinaria amministrazione ed elusivo delle questioni capitali. Infatti la guerra sferrata dall’uomo moderno contro l’uomo, in nome di una presunta libertà assoluta e di una assoluta impunità, senza una adeguata resistenza è di fatto già perduta perché già da tempo si sono fatte mute o contraddittorie tante altre voci che nella Chiesa avevano la funzione di guida e hanno disertato.

Al modo che avrebbe scelto il Vescovo di Roma per affrontare questo momento cruciale della storia dell’uomo, “Il Foglio” ha dedicato anche l’editoriale di martedì 18 giugno, a ridosso della celebrazione anniversaria dell’Evangelium Vitae. Vi si afferma che le idee di  Bergoglio sono quelle di Benedetto, ma espresse in forma diversa. Una forma che tiene conto del fatto che alcune grandi battaglie sono state già perse, cosa per cui “egli preferisce nuotare nell’acqua, mantenendo la propria identità piuttosto che cercare di prosciugare il mare”. Ma, a ben vedere, qui non ci sono in ballo le idee personali di chicchessia. Le idee di Benedetto erano e sono, perché il suo straordinario patrimonio di pensiero è il lascito a cui generazioni meno ottusamente distratte potranno attingere sempre, le idee del cristianesimo al netto di ogni dissennata manipolazione o riduzione di comodo. Sono i canoni inderogabili che, soli, possono guidare una umanità diventata incapace di riconoscere ora come non mai che l’uomo è creatura di Dio e non un suo diabolico antagonista. E i canoni inderogabili, quei principi non negoziabili improvvisamente usciti dall’omiletica pontificia, non tollerano alcun modo alternativo per essere proclamati e, se non vengono proclamati, possono essere considerati abrogati insieme a tutta la dottrina cristiana che sola conferisce alla Chiesa la ragione di esistere. Al di fuori di questi rimane un lessico in cui, accanto a quelle più propriamente cristiane della misericordia e della carità, vi trovano ampio spazio le parole chiave che tutti hanno fatto proprie e dominano il discorso pubblico come quello privato, quali, libertà, amore, dignità, diritto, ecc. Ma queste, se usate senza complementi, cioè senza una sintassi capace di determinarne il contenuto e i limiti in modo inequivocabile, diventano  contenitori vuoti che ognuno può riempire a piacimento, rendendole insignificanti, o addirittura ritorcersi contro gli altri in una confusione irreparabile.

E non possiamo nasconderci che proprio la giornata dedicata all’Evangelium Vitae è stata un’altra  forse definitiva occasione mancata per dare alle parole il senso della verità. Purtroppo altre  occasioni perdute l’hanno preceduta e altre l’hanno già seguita. Eppure il Cristo non era interessato in modo particolare alla evasione fiscale o alla agenda economica dei singoli stati. Raccomandava che si desse solo a Dio quello che è di Dio. E soprattutto non suggeriva di misurare la bontà e la necessità dell’annuncio né sulla propria sconfitta né su quelle a venire.

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