Il reverendo elzevirista  –  di Leon Bertoletti

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A cent’anni dalla nascita, ricordo di don Francesco Fuschini, romagnolo, parroco, giornalista e narratore

di Leon Bertoletti

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zzdnfschn«Il più sincero, il più naturale, il più vivace degli scrittori cattolici italiani». Con questo tono appassionato Giuseppe Prezzolini indicò ai lettori della Gazzetta Ticinese, il 26 luglio 1980, la figura e l’opera di don Francesco Fuschini.

Parroco, giornalista e narratore, don Fuschini nasceva il 4 luglio 1914, «da padre fiocinino e da madre sarta di campagna, in quella borgata di confine che si chiama San Biagio d’Argenta e che divide la Romagna dalla bassa ferrarese». La rievocazione appartiene a Walter Della Monica, amico fraterno del sacerdote e curatore dei suoi libri, da L’ultimo anarchico a Vita da cani e da preti.

Don Francesco era «un pretino umile e buono, quanto povero e felice, che stava piegato sull’altare e parlava con il suo Dio sussurrando, quasi timoroso di essere il mediano fra tanta luce e quei pochi parrocchiani di quel tempo a Porto Fuori. Un prete con il dono – a latere della Fede – della scrittura e che, in quegli anni ormai lontani, si segnalava per le cose bellissime che sapeva scrivere».

Della Monica rievoca: «Ho un ricordo nitidissimo di quella prima volta (nell’autunno del 1972) che c’incontrammo e che conobbi, dopo averlo letto sin dal suo primo elzeviro nel Resto del Carlino (Vado a pescare, 1954). Allora si chiamava ancora elzeviro lo scritto che apriva la terza pagina (o la parte nobile) dei quotidiani, riservata alla cultura, compreso il Resto del Carlino che, a quei tempi, ospitava firme di grande prestigio e valori nazionali. Lo vidi che stava per finire la messa nella sua piccola chiesa, in un pomeriggio di festa. La chiesa era quasi deserta e quel pretino, lasciando l’altare, pareva ripetere, nel suo atteggiamento, l’invocazione dantesca di Piero Damiano: Oh pazïenza che tanto sostieni! Ci raggiunse quasi subito (ero con un caro amico) e c’invitò a fermarci per bere un bicchiere di vino con lui. Fra un sorso e l’altro si parlò di varie cose, soprattutto di genere letterario, di giornali, di chi li scriveva, dei loro direttori, degli scrittori che aveva conosciuto, di quelli che erano venuti a trovarlo, lì, in parrocchia: Spadolini, Giuseppe Berto, Francesco Serantini, Marino Moretti, e vari altri, e di quei due famosi letterati del fiorentino Frontespizio (Piero Bargellini e Nicola Lisi) che erano andati a trovarlo in Seminario, per conoscere quel giovane seminarista di Ravenna che aveva iniziato a collaborare con la loro prestigiosa rivista sotto il nome di Francesco Fuschini».

Storie, ambienti e atmosfere di altri tempi. «Ci raccontò i suoi inizi letterari, del suo scrivere su qualche altra rivista e giornali locali e nazionali, specialmente, e lungamente e fedelmente sull’Osservatore Romano e sul Resto del Carlino, per il quale ha scritto per circa quarant’anni stupendi elzeviri e tenuto seguitissime rubriche. A quel tempo del nostro primo incontro, neppure un libro portava il suo nome in copertina. Sarebbero venuti dopo i sei libri (a partire dal famosissimo L’ultimo anarchico) che, nell’arco di quindici anni, gli ho messo assieme (superando, quasi tutti, le diecimila copie) e che lo hanno reso famoso un po’ dappertutto, specie nella sua amatissima Romagna».

Quel giorno del primo incontro, «mentre le sue parole scorrevano, mi colpiva ogni qual volta che le pronunciava, l’uso frequente di “povero”, “poveretto”, che io vedevo e sentivo in lui, e dappertutto intorno a lui. Pensavo a quell’ “ultimo della fila” che chiudeva uno dei suoi memorabili scritti sulla solitudine del prete».

A chi scopre oggi il cristianesimo delle “periferie esistenziali”, don Francesco Fuschini sarebbe esempio e lezione. Visse curato di campagna. Fondò (a Ravenna, nel 1945) e diresse per vent’anni il settimanale cattolico L’Argine, spendendosi per “la buona battaglia”.

«Chi mi crede un tradizionalista, vede guercio: sono per la novità della vita» confessa. «A me non fanno ombra i nuovi linguaggi ecclesiali; mi dà tristezza il fatto che non sono nati dalla fede ma da quella volubile signora che ha nome moda. Hanno portato in chiesa linguaggi extraparlamentari, sindacali, televisivi. Ho ascoltato omelie (o si dice dibattito ecclesiale) che si muovevano sul piano di omogeneizzazione culturale e politica; le parole privilegiate erano il problema, la tematica, a mare e a monte. Non è che chieda l’interdizione: ripeto che sono entrate in Chiesa ma non sono nate in Chiesa, dalla preghiera e nello spirito. Requiescant, perché sono morte» (Porto Franco, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1983, pagina 8).

Ancora: «Mi prendono malanni parapsicologici quando devo partecipare a convegni del clero, perché mi si presenta un campionario sbandato. C’è il prete con la maglia del Milan, quello con il maglione girocollo, quello con la giacca a due spacchi e quello in doppio petto; c’è chi porta la veste e pare un prete vero smarrito in un’adunanza di condominio. Gesù avrà certo un clero italiano consumato nell’unità a considerarlo nelle componenti interne: ma se si guarda all’abito, viene in mente l’armata Brancaleone» (Porto Franco, pagina 49).

Due stralci, due stralci soltanto. Per dire che il centenario sia occasione preziosa di scoprirlo o riscoprirlo, leggerlo o rileggerlo.

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fonte: Sito dell’Autore

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2 commenti su “Il reverendo elzevirista  –  di Leon Bertoletti”

  1. Grazie per avermi fatto conoscere un autore così intelligente ed arguto! Sarebbe tempo di promuovere la rilettura dei buoni scrittori cattolici da lei menzionati, e magari far rappresentare le piè teatrali dei drammaturghi cattolici. (Ce ne sono, ce ne sono…)

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