IL RISORGIMENTO SENZA RETORICA, L’ANTIRISORGIMENTO SENZA UTOPIE. UN INTERESSANTE SAGGIO DI ORLANDO FICO – di Piero Vassallo

di Piero Vassallo

 

 

ssmLa casuale scoperta nella provincia di Crotone del sito in cui era attiva la grande, ottocentesca Ferriera di Mongiana, il più importante insediamento industriale della penisola, ha destato nella fervida mente dello storico Orlando Fico, il desiderio di rivedere, per sottrarla finalmente alla retorica liberale/risorgimentale/progressista, la mitologia intorno allo sviluppo economico  nell’Italia del XIX secolo.

Frutto delle faticose ricerche d’archivio, condotte dall’autore nell’arco di diversi anni, è l’ingente, fascinoso saggio “Bugie omissioni crimini del risorgimento”, edito in Roma dalla casa editrice “Il Calamaio” [www.ilcalamaio.com] nel novembre del 2012.

Il saggio di Fico dimostra, ricorrendo a una documentazione esauriente, che la rivoluzione industriale non ebbe inizio nell’incensato/illuminato/leggendario Nord sabaudo ma nel calunniato Regno borbonico.

Vero è (ad esempio) che il macchinario d’avanguardia, impiantato nella Ferriera di Mongiana, dopo la disgraziata invasione garibaldina, fu smontato dai tecnici piemontesi, agenti del primato liberale, e trasferito nell’arretrato Nord sabaudo, al fine di impiantarvi l’industria siderurgica e il rapinoso capitalismo.

Fico rammenta altresì che il regno di Savoia ebbe la sua prima ferrovia quindici anni dopo l’inaugurazione della Napoli-Portici nel Regno borbonico.

Della casa Savoia Fico disegna un ritratto impietoso: una dinastia di rozzi montanari, “appollaiati su cocuzzoli alpini freddi e disagevoli” e perciò spinti ad espandersi vero l’Italia del nord-ovest, facile terra di conquista,data l’assenza di un potere efficiente.

L’impresa più nefasta dei Savoia “fu la guerra civile 1860-1870, durante la quale si resero responsabili di tremendi eccidi nel Sud dell’Italia, con centinaia di migliaia di vittime innocenti”.

Il disonore dei Savoia fu poi incrementato dal bavoso anticlericalismo, solennemente professato dal cialtronesco parlamento piemontese del 1848,”quando fu messo in discussione il progetto di soppressione dell’ordine dei Gesuiti”.

Una pagina disonesta, che Fico mette in luce, contempla la mafia siciliana e la camorra napoletana, “senza il loro aiuto Garibaldi non sarebbe riuscito ad invadere il Sud”. Garibaldi peraltro è rappresentato realisticamente nella figura di un disonesto tanto animoso quanto privo di princìpi.

Notevoli sono, infine,  le pagine dedicate alla miseria generata dai liberali, madre di pilotata arretratezza e causa  della massiccia immigrazione cui furono costretti migliaia di disperati.

La realistica rappresentazione della sabauda/garibaldina cialtroneria e l’ovvia rivendicazione del primato civile del Meridione compiuta da Fico non è fine a se stessa o peggio indirizzata a uno sterile separatismo, ma finalizzata al perfetto capovolgimento dei princìpi che reggono la dialettica a senso unico, che oppone i lumi del progressismo impropriamente detto risorgimentale alle presunte oscurità della tradizione meridionale.

L’Italia, infatti, “fu unificata contro la volontà popolare e contro la Chiesa. Fu unificata non con un movimento dal basso, cioè con il consenso delle popolazioni, ma con un movimento imposto dall’alto da uno stuolo di massoni. … Costoro poterono realizzare il loro progetto solo con la violenza, l’inganno, la complicità di stati europei interessati”.Purtroppo non era dato altro mezzo per attuare l’indispensabile unità politica della penisola.

Fortunatamente il sistema ideologico imposto dagli eversori/massoni/garibaldini piemontesi fu rettificato l’undici febbraio del 1929 quando Mussolini e il card. Gasparri firmarono i Patti lateranensi. Disgraziatamente fu ripristinato allorché la massoneria cavalcò trionfalmente l’onda dell’antifascismo trionfante sulle ceneri della sconfitta.

Ultimamente il fetore lesbo-pederastico-thanatofilo-drogastico, discendente dall’Europa degli incappucciati e dei cravattari in unione con la ingloriosa consumazione della destra spensante e cantante a squarciagola l’inno di Mameli (obbligatorio nelle scuole, in forza di una legge imposta da politici senza identità) inaugurano una nuova fase della storia italiana: la definitiva separazione dei moderati fedeli alla tradizione cattolica e autentici patrioti dalla suggestione risorgimentale e dalla triste mitologia garibaldina.

All’orizzonte si affaccia la figura di una cultura politica che sta rinnovandosi nel segno della tradizione e dell’autentica unità.

Fico ha disegnato il ritratto dell’unità spirituale, del risorgimento cattolico tentato dall’eroico, italianissimo esercito del cardinale Fabrizio Ruffo – vero padre della Patria italiana – e dagli insorgenti antigiacobini. Ha affermato risolutamente che “la raggiunta Unità d’Italia è un valore acquisito da non mettere in discussione. … La narrazione [il saggio sui crimini sabaudi e garibaldini] non è contro il Risorgimento, ma contro quel Risorgimento”.

La sua tesi propone la chiave di lettura della storia italiana utile a coloro che hanno deciso di riprendere il cammino della destra interrotta dal desiderio neodestro d’inseguire le chimere e le suggestioni emanate dall’agonizzante filosofia del mondo moderno.

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