IL SENSO COMUNE QUALE ARGINE ALL’ATTIVISMO DEVIANTE/SPENSANTE – di Piero Vassallo

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di Piero Vassallo

 

 

Causa inavvertita e quasi segretata del successo, che arride al clerico-pragmatismo, errore in pia e indisturbata circolazione nei movimenti ecclesiali costituiti per l’esercizio della misericordia anonima e anodina, è il credito concesso alla filosofia di Henri Bergson e/o ai suoi suggestivi frammenti.

Antonio Livi ha autorevolmente denunciato il disordine mentale in atto nei margini cattolici, nei quali  “l’interpretazione del dogma da parte di studiosi cattolici di ispirazione bergsoniana si sta trasformando in critica del dogma, a cominciare dalla sua riduzione a indicazioni pastorali, a discorsi dal significato puramente pragmatico” (Cfr. la Postfazione di Antonio Livi a: Réginald Garrigou-Lagrange, “Il senso comune, la filosofia dell’essere e le formule dogmatiche”, Casa editrice Leonardo da Vinci, Roma 2013).

E’ in atto una restrizione/flessione della vita cristiana all’assistenza esclusivamente materiale, ossia un melanconico impoverimento della carità cristiana, che si appiattisce su quella sociologia laica e umanitaria, che è intesa esclusivamente alla ristorazione e al ricovero dei marginali e degli sbandati.

l1La deriva sociologica della spiritualità cristiana ha destato apprensione e allarme in Francesco I, e gli ha suggerito l’affermazione secondo cui non è in nessun modo giustificabile l’abbassamento della Chiesa cattolica a entità modernizzata/desacralizzata e gestita in pallida concorrenza con le organizzazioni non governative, ong.

Di qui la necessità di un pensiero atto ad arginare il flusso delle suggestioni minimaliste e dei disorientamenti. Al seguito la proposta, avanzata da Antonio Livi, di ricorrere alla filosofia del senso comune di Réginald Garrigou-Lagrange. Filosofia rivisitata e magistralmente attualizzata da Livi durante anni di intenso e proficuo lavoro.

La finalità perseguita da Livi è la confutazione e il disinnesco degli errori bergsoniani in transito sotterraneo dal modernismo al neomodernismo, dalle agitate fronde del Vaticano II alle sacrestie turbate da piatti pensieri e da suggestioni avvilenti.

In prima istanza occorre stabilire che il senso comune non obbedisce alla definizione dei bergsoniani, che tentarono di squalificare e demolire l’inizio della filosofia riducendola a raccolta di opinioni volgari, di luoghi comuni e/o di cascami filosofici rimuginati dall’uomo della strada.

Inoltre occorre rammentare che il senso comune non è una collezione di conoscenze innate, ossia evitare che la difesa della ragione  retroceda all’idealismo platonico, costruzione filosofica geniale ma superata da Aristotele e, in via definitiva,da San Tommaso d’Aquino.

Nell’Enciclopedia cattolica del 1951, infatti, il senso comune è definito puntualmente “la facoltà originaria e universale dello spirito umano di apprendere e formulare anteriormente alla riflessione filosofica verità evidenti sia di fatto che di principio”.

I princìpi elaborati dal senso comune costituiscono la materia prima usata dai filosofi per costruire la via maestra dei preambula fidei, ossia le verità di ragione intorno a Dio creatore e signore dell’universo.

Garrigou-Lagrange ha peraltro chiarito che la perennis philosophia non è che una perpetua giustificazione delle soluzioni del senso comune: “Dopo aver precisato la comprensione delle idee del senso comune, le subordina le une alle altre, le classifica in un corpo di dottrina interamente dominata dall’idea di essere, oggetto formale dell’intelligenza, oggetto proprio della metafisica, scienza suprema“.

Al seguito di tale definizione è necessario riconoscere che il fondatore della moderna filosofia del senso comune è l’italiano Giambattista Vico, il quale ha definito il senso comune «un giudizio senza alcuna riflessione, comunemente sentito da tutto un ordine, da tutto un popolo, da tutta una nazione o da tutto il genere umano».

Prima di Tommaso Reid (1710-1786) e con il rigore e la coerenza che mancarono al filosofo scozzese, Vico dimostrò l’esistenza dei “tre sensi comuni del genere umano, primo che vi sia Provvedenza, secondo che si facciano certi figliuoli con certe donne … terzo che si seppelliscano i morti”.

Michele Federico Sciacca afferma, pertanto, che Vico “è uno dei principali referenti teoretici per ricostruire un’alternativa all’arrovesciamento dell’Occidente in occidentalismo, ossia al decadimento in cui convergerebbe tanto la direttrice concorrente a quella che potremmo considerare come la risoluzione della storia in sè stessa quanto il positivismo scientista”.

v1L’obbligo incombente su coloro che cercano il significato della storia, è stato stabilito da Giambattista Vico: riconoscere che la ragione, mediante la ricerca delle verità sull’onniscienza e sull’onnipotenza divina, può superare la scandalosa difficoltà rappresentata dal disordine delle azioni umane.

Da Vico, la storia non è considerata come un insieme di fatti probanti ma, lo ha magistralmente dimostrato Francisco Elias De Tejada, precisamente il contrario, cioè la ripercussione nei fatti di una storia ideale eterna, dedotta da una rete di proposizioni universali che il filosofo deve scoprire e lo storico applicare ai fatti presi come probatori ma mai come origine di quei princìpi filosofici di valore universale [1].

Il riferimento a Vico fa intendere che il senso comune costituisce la difesa dalle periodiche irruzioni del pensiero selvaggio, e specialmente da quelle dottrine d’ispirazione magica, che occupano la tenebrosa scena del postmoderno, coronamento della barbarie mentale descritta da Garrigou-Lagrange nei primi anni del xx secolo: “Calato il kantismo si è avuto il predominio dell’evoluzionismo dei neopositivisti; arriviamo a un nichilismo dottrinale e morale che inquieta le coscienze… Per molti bergsoniani la morale è una danza che consiste nel giocare attraverso tutte le forme del divenire senza mai fermarsi ad alcuna. Per Emile Durkheim non c’è che una morale esteriore che si costituisce con la decisione della collettività. Della tradizione filosofica niente o quasi niente resta”.

 

Chiusa l’infelice parentesi degli influssi nominalisti, essenzialisti ed occasionalisti nelle scuole cattoliche, all’inizio del XIX secolo la restaurazione del tomismo fu saggiamente associata alla riflessione e alla strenua difesa delle verità intorno al senso comune.

Théodore Simon Jouffroy (1796-1842) sfidò i negatori del senso comune obbligandoli a confrontarsi con il pensiero degli indotti: “Se voi domandate al primo venuto quale idea si forma del bene o quel che pensa della natura delle cose, non saprà ciò che gli dite. Ma provate … a negare con gli spiritualisti l’esistenza dei corpi, lo vedrete ridere sulla vostra follia e testimoniare su questo punto la più irremovibile convinzione“.

Un illustre tomista, il cardinale Tommaso Zigliara (1833-1893), ha dimostrato tempestivamente che tutti gli uomini indenni da pregiudizi sofistici condividono quei giudizi del senso comune, che precedono le formule della filosofia: “Inesse hominibus judicia quaedam, quorum veritas semper, ubique et ab omnibus retinetur … Deus existitit; parentes sunt onorandi, parentes natura diligunt filios”.

Garrigou-Lagrange ha posto un argine all’alluvione irrazionalista dimostrando che “Il senso comune percepisce alla luce dell’essere la verità del principio di ragion d’essere: Tutto ciò che è ha la sua ragion d’essere e Tutto è intelligibile”.

Antonio Livi ha ultimamente svelato l’impostura gnostica celata fra le righe del razionalismo: “I filosofi i quali propongono dei sistemi di pensiero in programmatica contraddizione con il senso comune (da Descartes a Spinoza, da Hume a Kant, da Fichte a Hegel e a Gentile) pretendono il consenso pubblico proprio con il deprezzamento  del senso comune, squalificato in quanto doxa, ossia pensiero ingenuo. In questa linea la metafisica che si oppone al senso comune fa volentieri ricorso ad argomenti di tipo gnostico, riproponendo in modi diversi la medesima insostenibile teoria secondo cui la ragion critica, privilegio di pochi illuminati, consentirebbe a costoro di risvegliarsi dal sonno dogmatico e di raggiungere la perfetta autocoscienza dello spirito, grazie alla quale la mente si libra nel cielo della metafisica”.

In definitiva, la debolezza cattolica non risiede nel senso comune e nella filosofia ad esso coerente, ma nella paradossale, autolesionistica decisione (maturata nel cuore della parrocchia sprovveduta conformista) di uscirne, per inseguire mode filosofiche screditate dalla critica o condannate in ragione degli esiti catastrofici dei loro risultati: il deragliamento del marxismo nel Gulag sovietico, le sciagure germaniche ispirate dal superomismo, le truffe cravattaie maturate nel cuore nero dell’ideologia liberale.




[1] Atti del convegno dell’Associazione dei giusnaturalisti cattolici, Bari 6 e 7 dicembre 1975. Per una breve storia degli studi vichiani promossi dall’associazione dei giusnaturalisti cattolici cfr. la prefazione di Tommaso Romano a: Piero Vassallo, “Introduzione allo studio di Vico”, Thule, Palermo 1992 ; Piero Vassallo, “La cultura della libertà”, i libri della banda di Genova, Genova 2008; Tommaso Romano, “Appunti per una storia del tradizionalismo cattolico in Italia 1946-1998” in “Itinerari metapolitici”, ISSPE, Palermo 2008.

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