Il significato dell’amicizia – di Fabio Trevisan

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Alla base dell’amicizia stava, secondo Lewis, una fondamentale condivisione, una medesima risposta alle questioni prioritarie: “Vedi la stessa verità? Hai a cuore la stessa verità?”. All’inizio di una solida amicizia si instaurava così una stupefacente e reciproca sorpresa derivata da una stessa visione: “Come? Anche tu? Credevo di essere l’unico…”

di Fabio Trevisan

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Clive Staples Lewis (1898-1963), noto per il ciclo dei racconti di Narnia portati con successo anche sul grande schermo cinematografico, alla fine degli anni ’50 pubblicò un preziosissimo saggio: I quattro amori , dove trattò approfonditamente dell’affetto, dell’amicizia, dell’eros e della carità. In questo articolo esaminerò il capitolo quarto, “Amicizia”,  del grande cattedratico di Letteratura inglese del Medioevo e del Rinascimento a Oxford. Premetto che concordo con Lewis nel ritenere l’amicizia un “vincolo” tuttora poco conosciuto nel suo significato più autentico e profondo, come egli scriveva all’inizio del capitolo: “Volendo parlare dell’affetto, o dell’eros, è facile trovare un pubblico preparato: di entrambi sono state più volte messe in risalto l’importanza e la bellezza, talvolta fino all’esagerazione … al contrario, sono pochi i moderni che conferiscono un certo valore all’amicizia”. Ed aggiungeva esplicitamente e un po’ provocatoriamente: “Se c’è qualcosa che ha bisogno di una spiegazione, non sono certo le dimostrazioni di amicizia dei nostri antenati, ma piuttosto l’assenza di queste manifestazioni esteriori nella società moderna”.

L’amicizia per gli antichi

L’affetto nell’amicizia (philia), lo stringere il legame dell’amicizia era considerato dagli antichi il più felice e il più completo degli affetti umani, addirittura il coronamento della vita e, rilevava ancora Lewis, una scuola di virtù. Incredibile appariva ed appare anche ai nostri giorni come l’amicizia sia stata e sia tuttora poco considerata e poco conosciuta. L’amicizia era talmente importante nei classici greci e latini che Aristotele enumerava la philia  tra le virtù e Cicerone dedicava all’amicitia persino un trattato specifico. Alla base della vera amicizia stava una selezione umana, una nobile esclusione: “Dire: “Questi sono miei amici” lascia sottintendere: “Quelli non lo sono”. Non si trattava quindi di una condivisione banale e universalmente piatta del senso del vivere, cioè di un qualcosa usato come riempitivo superficiale nei momenti vuoti della giornata. Lewis si chiedeva giustamente come eravamo potuto arrivare a questo punto di scarsa considerazione del valore dell’amicizia e, per tante ragioni, era convinto che bisognasse ritornare all’antica valutazione: “Siamo noi moderni che andiamo fuori passo, non loro (gli antichi)”.

Che cos’è l’amicizia ?

Il rapporto esclusivo e confidenziale della vera e sana amicizia era innanzitutto un rapporto tra persone: “Quando due persone diventano amiche, significa che esse si sono allontanate, insieme, dal gregge”. Lewis fu tra i fondatori e animatori di un celebre sodalizio culturale, gli Inklings, nel quale intensificò la conoscenza e l’amicizia anche del grande John Ronald Reuel Tolkien (1892-1973), l’autore della saga del Signore degli anelli. In confronto all’impostazione antica, Lewis aveva aggiunto alla tripartizione classica (Philia, Eros e Agape) l’Affetto, il quarto amore; infatti la philia, pur essendo un affetto, era il meno “naturale” degli affetti, cioè il meno istintivo, il meno biologico. Gli antichi parlavano dell’amicizia (philia) distinguendola ad esempio dall’affetto verso i figli ed in questo senso Lewis aveva voluto aggiungere l’amore filiale ai tre amori (inteso in senso classico). Mentre infatti si ha una propensione naturale all’affetto verso i figli, non altrettanto si può avere nei confronti di altre persone. La vera amicizia si presentava agli occhi di Lewis sotto due importanti aspetti: 1°) l’amicizia è il meno geloso degli affetti; 2°) l’amicizia rivela una piacevole “vicinanza per somiglianza” con lo stesso paradiso. Il primo aspetto rivelava la possibilità lieta di estendere ad altri il sodalizio, purché fossero accertate le condizioni (le “carte in regola”) di una vera appartenenza; il secondo aspetto accresceva il godimento di ciascun amico, comparandolo alla moltitudine di beati dinanzi a Dio.

La sintonia dell’amicizia

Alla base dell’amicizia stava, secondo Lewis, una fondamentale condivisione, una medesima risposta alle questioni prioritarie: “Vedi la stessa verità? Hai a cuore la stessa verità?”. All’inizio di una solida amicizia si instaurava così una stupefacente e reciproca sorpresa derivata da una stessa visione: “Come? Anche tu? Credevo di essere l’unico…”. Non era necessario essere d’accordo sulla risposta ma l’essere in sintonia sulle cose preponderanti: “Chi concorda con noi sul fatto che una certa questione, dagli altri considerata secondaria, è invece della massima importanza, potrà essere nostro amico”. Lewis sottolineava il carattere “oggettivo” dell’amicizia, in quanto doveva costituirsi un oggetto da condividere (una passione, l’entusiasmo o l’interesse per qualcosa);  doveva, in altri termini, stabilirsi un “qualcosa” cui valeva pena rinsaldare il vincolo amicale: “Chi non sta andando da nessuna parte non può avere compagni di viaggio. Chi non possiede nulla non può dividere nulla”.

Salute e salvezza dell’anima

All’inizio del saggio, Lewis si chiedeva quale fosse stato il motivo determinante per il quale l’amicizia fu esaltata in epoca antica e medievale e lo spiegava in rapporto alla salute e alla salvezza dell’anima: “L’ideale che permeava di sé quelle età era d’impronta ascetica, volto a una rinuncia del mondo. La natura, le emozioni, il corpo erano sentiti come pericolosi per la salute dell’anima, o venivano disprezzati come forme di degradazione della vera natura dell’uomo”. Lungi dall’essere considerato platonico e tantomeno orfico, nel senso che non considerava affatto l’anima imprigionata dal corpo, Lewis condannava altresì l’ondata di emotività o l’esaltazione dell’istinto ed anche quelle perniciose ideologie che necessitavano di una svalutazione della persona, ridotta a mero individualismo. Per Lewis la sana e autentica amicizia poteva innalzare l’affetto e l’uomo in un mondo più luminoso, più razionale. Quei rapporti liberamente allacciati tra persone erano realisticamente significativi anche in ordine spirituale per la salvezza dell’anima.

La regalità dell’amicizia

Lewis distingueva tra “amico” e “benefattore”: “Il ruolo del benefattore rimane sempre occasionale, persino estraneo alla figura dell’amico; l’amicizia, infatti, non è condizionata dal bisogno…”. Quali erano allora le migliori caratteristiche dell’amicizia, le condizioni vere che la distinguevano dalla filantropia? Ecco cosa rispondeva il grande scrittore, autore delle famose Lettere di Berlicche: “Il marchio della perfetta amicizia non è il fatto di essere pronti a prestare aiuto nel momento del bisogno (anche se questo si verificherà puntualmente), ma il fatto che, una volta dato questo aiuto, nulla cambia”. Che cosa non doveva cambiare? Ciascun amico doveva semplicemente essere se stesso, fedele alla domanda fondamentale: “Vedi la stessa verità?”. Questa comunanza anticipatrice, sotto una certa misura, della gioia del paradiso costituiva la regalità dell’amicizia: “In essa ci incontriamo come sovrani di stato indipendenti, fuori dal nostro paese, su terreno neutrale, svincolati dal nostro contesto…a casa ci aspetta un’altra qualifica: marito o moglie, fratello o sorella, capo, collega o subalterno”. L’aspetto regale dell’amicizia stava pure nell’affermare che, pur non avendo valore ai fini della sopravvivenza, dava grande valore alla sopravvivenza stessa.

L’amicizia cristiana

Per un cristiano è doveroso far proprie le parole del Vangelo, in cui Gesù insegnava ai discepoli: “Non siete voi che vi siete scelti, ma sono Io che ho scelto voi”. Per Lewis queste parole dovevano suggellare l’amicizia cristiana, dovevano riconoscere la presenza reale di Cristo, Maestro delle cerimonie, Colui che aveva preparato il banchetto per noi: “In questo banchetto è Lui che ha imbandito la tavola ed ha scelto gli invitati; è Lui che vi presiede, come sempre dovrebbe essere”. Lewis concludeva il capitolo con un ammonimento, che presagiva il vero antidoto contro il secolarismo di una società scristianizzata: “Badiamo bene a non fare mai i conti senza il nostro ospite (Gesù Cristo)”.

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2 commenti su “Il significato dell’amicizia – di Fabio Trevisan”

  1. Essere amici vuol dire….”vedere le stesse cose come buone e le stesse cose come cattive”.Aristotele
    Il mio interlocutore delle cose è Gesù! l’ho imparato dalle mie esperienze personali con i miei simili, che spesso mi hanno deluso!
    Con Gesù stò tranquilla, abbandonarmi tra le Sue braccia mi rende fiduciosa; MAI dubitare della Sua assistenza,tutta la mia fiducia la ripongo in Lui,sò che Egli sarà con me anche quando il mio spirito si possa vedere sull’orlo di un precipizio.
    Che grande cosa la Fede…
    Dio fà che non mi allontani MAI da Te,mio Amico,mio tutto.

  2. Che amicizie, quelle di oggi su facebook! Centinaia di amicizie tutte in un grande afflato il più delle volte per esprimere il nulla o pensieri e battute momentanee in cui non si condivide la stessa verità, né tanto meno si tiene a invitare il più illustre degli Ospiti.

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