Il signor parroco ha dato di matto

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C’erano un inglese, un italiano e un francese… Come nelle barzellette e nelle scelte dei vescovi (la comicità ha raggiunto ormai livelli analoghi) anche la selezione del mio libro per l’estate ha preso avvio da una terna. Una terna clericale, signore e signori.

Pensavo, innanzitutto, all’anonimo prete allo sbando e alcolista ritratto da Graham Greene nell’eccezionale Il potere e la gloria: sulla scena di un Messico che ha vissuto la guerra dei Cristeros, la fede cattolica è vietata, ai sacerdoti s’impone moglie e apostasia, il “whisky priest” (espressione coniata dallo stesso Greene), peccatore profondo, non dimentica i suoi doveri trovando una via di riscatto umano e sacerdotale, quasi di santità. In seconda battuta pensavo al vecchio don Antonio nel Diario di un parroco di campagna di Nicola Lisi: dipinto di visioni poetiche così distanti dall’angoscia bernanosiana. Alla fine, tuttavia, ho puntato sul modesto, sciatto, tentennante, un po’ nevrotico don Benianimo. Perché il protagonista del recente Il signor parroco ha dato di matto di Jean Mercier raffigura proprio il modello che ci hanno messo davanti negli ultimi decenni.

L’autore si spegneva un anno fa, il 19 luglio, a 54 anni. Giornalista, protagonista di un non insolito percorso intellettuale e spirituale che dall’anglicanesimo e dal protestantesimo liberale lo ha riconvertito al cattolicesimo, era caporedattore e vaticanista del settimanale “La Vie”. Testata e firma di palese impronta, enfatizzeremmo noi, cattocomunista.

Però il Mercier era un estimatore di Papa Benedetto XVI e il vivace romanzetto merita davvero una lettura, soprattutto se affrontata con la mente aperta di chi sa valutare la religiosità odierna con disincanto e senso critico, senza papolatrie e idolatrie conciliari; con la saggezza che conosce come, dopo il Superconcilio, è andata a finire l’avventura: cioè, a dire eufemisticamente, niente affatto bene. Si riesce perfino a ridere in modo grosso e grasso, di pagina in pagina, constatando a che piani sotterranei ha potuto portare la scala santa del cattolicesimo, in che pandemonio si sono cacciate le parrocchie, per soprassedere sui signori curati. Ridere per non piangere, a volte.

La storia di Monsieur le curé fait sa crise, con il titolo francese che mette in risalto quella parolina (“crisi”) sulla quale l’edizione italiana ha preferito soprassedere, è infatti questa: il cinquantenne abbé Benjamin Bucquoy, che si definirebbe pure un tradizionalista-conservatore, giunge a un cosiddetto punto di non ritorno. Quando è troppo è troppo, così inizia la trama. È stufo, stanco, esaurito. Volete chiamarla, come va di moda adesso, sindrome da “burnout”? Fate pure.

Il risultato è che non ce la fa più. Gli impegni sono eccessivi, opprimenti e riguardano di tutto tranne che le mansioni principali e specifiche di un consacrato. Seminaristi e vocazioni non ce ne stanno. A Messa vanno sempre in pochi. La Confessione non interessa più e vandali profanano il confessionale. Anche Cristo sembra passato di moda. Le parrocchiane parlano e sparlano, dietro un atteggiamento caritatevole e di falsa misericordia si disprezzano a vicenda. I fedeli firmatari di una petizione lo criticano. Alcuni lo vogliono tirare a destra, altri lo spingono a sinistra. Il Vescovo se ne frega di lui e delle sue chiacchiere, si preoccupa soltanto della politica. Quando poi il reverendo si accorge che il suo posto preferito dove esercitare il sacro ministero, la nomina e l’incarico dei suoi sogni, insomma la docenza in seminario che meriterebbe per gli studi biblici va a un confratello e non a lui… Ah, maledizione!

La goccia che fa traboccare il vaso. Con il coraggio fisico e la tempra ascetica che lo contraddistinguono, il parroco vede come soluzione il darsela a gambe. Scappa, scompare. Che fine avrà fatto? Nessuno pensa di rivolgersi alla trasmissione “Chi l’ha visto?”. Invece cominciano a circolare le solite voci. Pettegolezzi, maldicenze, calunnie, sentito dire: sarà fuggito con un donna (o magari un uomo, chissà), sarà in clinica psichiatrica, sarà rinchiuso in convento, sarà morto, sarà, sarà, sarà. Il giornaletto locale ci marcia. Naturalmente in seguito don Beniamino viene rintracciato, il finale sarà originale, nel mezzo la comunità ha avuto occasione di interrogarsi sulla fedeltà quotidiana all’impegno evangelico e il lettore di divertirsi in qualche maniera.

Il racconto è snello, intrigante. Qualcuno si è spinto a battezzarlo “un nuovo don Camillo” e come tattica promozionale funziona. Sembra qui, però, descrizione abbastanza farlocca, distante dall’esatto e nemmeno tanto rispettosa della cara memoria guareschiana. L’umorismo non manca, certo, ma in una prospettiva largamente diversa da quella dell’acuto scrittore della Bassa, capace di mettere insieme situazioni concrete e invenzioni creative, personaggi unici e aneddoti, vicende simpatiche e riflessioni serie con impareggiabile semplicità e genio artistico (per ulteriori informazioni, citofonare Alessandro Gnocchi).

In Jean Mercier è praticamente il verismo a prendere il sopravvento. Il suo, in fondo, è giornalismo mascherato da narrativa, inchiesta travestita da satira, cronaca con innesti fittizi, realismo drammatico su quello che tutti conoscono ma non tutti riconoscono, neo-neorealismo che si fa (piuttosto involontariamente) ironico. A intrattenere è un esistente zeppo di bizzarrie parrocchiali: stravaganze, eccentricità, estrosità, capricci. A catturare è una presente, tangibile confusione, incertezza, disorganizzazione, baraonda. A suscitare identificazione è un effettivo, attuale disorientamento che si trova a parole stampate nel volumetto come a parole viventi all’ombra del proprio campanile. Se non vale più la pena starci male e disperarsi, allora si può (si deve) riderne.

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2 commenti su “Il signor parroco ha dato di matto”

  1. Confermo giudizio positivo e diagnosi sarcasticamente cordiale di molti degli esiti (ed eccessi) dell’odierna e sgangherata nostra chiesa. Ne consiglierei la lettura a buona parte dei nostri vescovi….verum ridere…..

  2. Paolo VI santo? “Ma quale santo!”, così rispose papa Giovanni quando, appena salito al soglio petrino (legittimamente? Ci sarebbero forti dubbi in proposito…) decise di concedere in’intervista ad Indro Montanelli, la prima intervista mai concessa da un papa ad un giornalista non credente.
    Durante l’intervista il discorso cadde su papa Sarto, Pio X, e Montanelli commentò “ha, il papa santo”. A queste parole Roncalli cambiò colore, si accese d’ira, fece in salto sulla poltrona e, sbattendo il pugno sul tavolo, gridò, appunto, “Ma quale santo!”; poi, accortosi di aver passato la misura, si ricompose, ma ormai la frittata era fatta. Molti anni dopo Montanelli raccontò il fatto in un suo articolo,, chiarendo anche il motivo dello scatto d’ira di Roncalli (nei confronti del suo predecessore trevigiano) : quando Roncalli era giovane sacerdote, nella diocesi di Bergamo, il suo vescovo, Radini Tedeschi venne in odore di modernismo e fu redarguito da papa Pio X. Oltre a ciò, Roncalli era molto amico di don Ernesto Buonaiuti, il prete modernista scomunicato da Pio X (usava le sue dispense per fare lezione in seminario). A proposito di questo suo caro amico, una volta divenuto papa Roncalli dichiarò che Buonaiuti aveva commesso l’errore di uscire allo scoperto troppo presto, quando i tempi non erano ancora maturi, dimostrando così di dissentire apertamente dal magistero di Pio X e di essere d’accordo con i modernisti della prima ora (dei quali il Buonaiuti era un esponente di rilievo).
    La sua affermazione, quindi, può essere usta anche contro Montini, la cui canonizzazione fu dapprima bloccata da don Luigi Villa, nel ruolo di “avvocato del diavolo” (ruolo poi soppresso). Più in generale, i papi conciliari e postconciliari non possono certo essere considerati degli esempi di santità, almeno secondo le regole della Chiesa Cattolica preconciliare (sono quindi santi della setta conciliare camuffata da Chiesa Cattolica), avendo fornito è più di un esempio di conclamata eresia, se non peggio (comportamento immorale, legami con la massoneria, il comunismo ateo e omicida, uno stile ecumenico anticattolico…). Solo Luciani si salva, anzi, lui avrebbe voluto far pulizia dei massoni infiltratisi nella Curia Vaticana, ma lo fermarono in tempo…

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