La chiesa di Francesco e quel fastidio liberatorio per il “giogo soave” di dottrina e sacramento

di Alessandro Gnocchi

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Laddove non sia sopportabile il giogo del sacramento arrivi il palpito del cuore, “el latido del corazón”, per dirla nel misericordioso ispanico con cui papa Francesco immagina la nuova chiesa, o magari “der Herzschlag”, come si traduce nell’inflessibile alemanno del cardinale Walter Kasper. Ideato, annunciato e avviato sotto il segno della tenerezza, difficilmente il Sinodo straordinario sulla famiglia prenderà altre vie da quella della pastorale aperta alle voglie matte del mondo.

I gesti, i discorsi, le interviste, gli incontri di cui è intessuto l’attuale pontificato possono condurre solo lì, dove paginate di giornale e minuti di televisione divorano ingordamente il viatico affidato da Francesco ai padri sinodali contro “i cattivi pastori” che “caricano sulle spalle della gente pesi insopportabili che loro non muovono neppure con un dito”. Paginate di giornale e minuti di televisione che il giorno prima si pascevano del fulmine scagliato da Casa Santa Marta contro “i capi del popolo” secondo cui “tutto si riduce al compimento dei precetti creati dalla loro febbre intellettuale e teologica”. E poi su, a risalire con fame insaziabile fino a quell’“Angelus” in cui il papa venuto dalla fine dl mondo citava, tutt’altro che casualmente, il cardinale che ora gli fa da portavoce dentro e fuori il Sinodo: intellettuale e teologo, ma, evidentemente, non febbricitante di quel morbo che tanto allarma Francesco. “In questi giorni” diceva il papa nel suo primo “Angelus” “ho potuto leggere un libro di un cardinale – il cardinale Kasper, un teologo in gamba, un buon teologo – sulla misericordia. E mi ha fatto tanto bene, quel libro, ma non crediate che faccia pubblicità ai libri dei miei cardinali! Non è così! Ma mi ha fatto tanto bene, tanto bene”.

Da allora, si è diffuso per l’orbe cattolico un certo fastidio liberatorio per quanto di sacramentale e dottrinale forma il “giogo soave” che Gesù promette ai suoi seguaci. La Nuova Legge, che è legge d’amore, non è scevra da condizioni e da giuramenti, e il ristoro dell’anima, dice Cristo nel Vangelo, è subordinato all’assunzione del vincolo: “Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me che sono mite e umile di cuore, e troverete riposo per le anime vostre. Poiché il mio giogo è soave e il mio peso è leggero”. Ma il ristoro dell’anima non è la pace del mondo, il giogo soave e il peso leggero non sono salvezza a buon mercato. “Se uno vuol venire dietro me”, ammonisce Gesù, “rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”. E lo diceva quando, agli occhi degli uomini, la croce non era ancora stata trasformata in via di salvezza eterna, ma rimaneva strumento di morte crudelmente solo umano.

E ora, dopo che la chiesa per duemila anni ha tratto fior di santi da carne peccatrice indotta a portare la croce in virtù del giogo soave dei sacramenti e della dottrina, tutto dovrebbe cambiare. Il peso leggero è divenuto insopportabile e la croce una chimera da nascondere alle genti: solo il palpito del cuore è buono per l’annuncio agli uomini, savi e cattivi, santi e dannati, uniti in un unico destino che, al più, può illudere di soffrire un po’ meno su questa terra. Ciò che il mondo non comprende va tolto di mezzo, persino quando si tratta di dare forma cristiana a un fatto naturale come l’unione tra un uomo e una donna. Quasi che il matrimonio, per venti secoli, fosse stato offuscato da un apparato superstizioso di formule, di vincoli, di impegni pensati da “cattivi pastori”, da maligni “capi del popolo”, e non invece voluto da Dio.

Ma se vi è un che di superstizioso, non lo si deve cercare nel matrimonio, nel suo rito, nella sua morale. Come diceva G.K. Chesterton in un saggio di un secolo fa, se c’è una deriva da cui guardarsi, è “La superstizione del divorzio”. “Se infatti penso che l’amore libero sia un’eresia”, diceva lo scrittore inglese, “il divorzio al contrario mi sembra avere tutto l’aspetto di una superstizione. Non è soltanto una superstizione più grande di quella dell’amore libero, ma è anche molto più grande di quella del sacramento matrimoniale. (…) Sono i partigiani del divorzio, e non i difensori del matrimonio, che attribuiscono una sacralità rigida e insensibile a una semplice cerimonia in sé. Sono i nostri oppositori, non noi, a sperare di poter essere salvati dalla lettera del rituale invece che dall’anima della realtà. Sono loro a sostenere che giuramento o violazione, lealtà o slealtà, possano essere sanciti da un rito magico e misterioso, compiuto prima in palazzo di giustizia e poi in chiesa o all’anagrafe. (…) Che un uomo debba baciare la Bibbia per mostrare di dire la verità può essere una superstizione, come non esserlo. E’ certamente più meschina la superstizione secondo la quale qualsiasi cosa dica quell’uomo diverrà vera baciando la Bibbia. (…). E questo è precisamente ciò che implica l’affermare che inventare un modo per risposarsi possa alterare la qualità morale di un’infedeltà coniugale. Può essere una macchia rimastaci dal medioevo che Aroldo dovesse giurare su una reliquia, pur sapendo che poi avrebbe abiurato. Ma sicuramente quell’epoca avrebbe raggiunto il fondo della meschinità se, per abiurare, ad Aroldo fosse stato sufficiente baciare un’altra reliquia dopo aver fatto lo stesso con la prima. Questo è il nuovo altare che i riformatori vorrebbero erigere per noi”.

Nel suo saggio, GKC prendeva a male parole la società laicizzata dei suoi tempi e l’anglicanesimo soffocato dall’abbraccio del mondo. Letta un secolo dopo, questa pagina diventa la triste cronaca del declinare di una chiesa cattolica cui il destino dei cosiddetti fratelli separati non ha insegnato nulla. Quando parla del “nuovo altare” su cui i riformatori vorrebbero celebrare le benedizioni dei “nuovi matrimoni” Chesterton evoca con chiarezza quanto nessuno ha ancora il coraggio di chiamare con il tremendo ossimoro che gli compete: divorzio cattolico. Poiché di altro non si tratta se i divorziati contraenti nuove nozze, pur con tutti distinguo che le astuzie pastorali sapranno suggerire, verranno ammessi alla comunione, inducendoli colpevolmente, secondo il monito di San Paolo, a mangiare la propria condanna.

L’infezione mondana che ha penetrato la chiesa chiede il suo tributo. Non ancora per le “forme ideologiche delle teorie del gender”, assicura il cardinale Peter Erdo, relatore generale del Sinodo nel suo discorso, perché per adesso sono invise alla stragrande maggioranza dei cattolici. Per l’ammissione all’eucaristia dei divorziati risposati, invece, i tempi sono maturi, si tratta di “vera urgenza pastorale”. Se si avanzassero dubbi, è il papa stesso a spiegare che “il mondo è cambiato e la chiesa non può chiudersi nelle presunte interpretazioni del dogma”.

Eppure, se si scorrono le lettere dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria raccolte nei “Consigli matrimoniali alle figlie sovrane”, si ha l’impressione che, più dei tempi, sia mutata la religione. Nel promemoria per Maria Amalia, sull’orlo della rottura con il marito Ferdinando Borbone di Parma, scriveva che “la sua felicità e la sua salvezza consistono nel non abbandonare mai, senza esserne obbligata veramente, la residenza, il palazzo, poiché non potrebbe mutare questa con nessun altro luogo al mondo se non con un ritiro a vita in un convento del Parmigiano, in cui, nel caso di separazione da suo marito, potrebbe vivere onestamente da sola”.

Vero è che Maria Teresa anteponeva a ogni incombenza terrena la salvezza eterna, così da dire, a proposito della figlia Maria Giuseppa “Si tratta non solo dell’educazione di una delle mie figlie, ma di una che fra quattro anni potrebbe essere chiamata al trono per far felice o infelice tutto un regno, suo marito e, ma questo conta meno, se stessa. Si tratta della sua felicità e soprattutto della sua salute spirituale”.

Non è questione di epoche su cui la religione dovrebbe modellare suoi dogmi a ogni voltar di secolo. E non è neppure questione di rango poiché, davanti a Dio e al suo giogo, una popolana vale quanto una regina. Quando nei suoi romanzi John Fante ricorda la madre, contadina abruzzese trapiantata in America, la vede in trono al centro della casa, intenta a salvare un marito che umanamente non lo merita e figli che non ne vogliono sapere scorrendo i grani del Rosario. “Ave Maria, Ave Maria. Sogni senza sonno la inghiottivano. Passioni disincarnate la cullavano. Amore senza morte, cantava la melodia della fede. Era lontana, era libera (…) ormai era giunta nella terra dove si possiede tutto. Ave Maria, Ave Maria, senza mai smettere, migliaia, milioni di volte, preghiera dopo preghiera, il sonno del corpo, il volo della mente, la morte della memoria, l’annientamento del dolore, il senso profondo e silenzioso della fede. Ave Maria, Ave Maria. Ecco la sua ragion d’essere”.

Per l’una e per l’altra, per la popolana e per l’imperatrice, nella Messa di matrimonio, il sacerdote aveva pregato perché fossero fedeli e caste, portassero il giogo dell’amore e della pace, imitassero le sante spose di cui narra la Scrittura “amábilis viro suo, ut Rachel; sápiens ut Rebecca; longaeva et fidelis ut Sara”, e poi ancora perché fossero gravi per verecondia, rispettabili per pudore, istruite nella dottrina celeste, feconde per prole, buone e innocenti. Cosicché loro e i loro sposi vedessero “filiórum suórum, usque in tértiam et quartam generatiónem, et ad optátam pervéniant senectútem”.

In virtù di questa fede, l’una e l’altra, la popolana e l’imperatrice, hanno serbato nella loro anima un’evidenza obliata dalle “vere urgenze pastorali” di ultima generazione. Sapevano che il matrimonio cristiano non ammette repliche poiché si regge su ciò che John Ruskin, nella seconda delle sue “Mattinate fiorentine”, chiama l’incontro della vita familiare con quella monastica, del concreto senno casalingo con la follia del deserto. Si alimenta di quella speciale percezione dell’intangibile sacralità racchiusa nei gesti domestici della Sacra Famiglia rivelata allo sguardo umano da Giotto. Mai prima, raramente dopo, si è compiuto nell’arte figurativa questo miracolo tutto cattolico e tutto italiano, per dire romano e universale, nel quale il dogma si fa quasi palpabile traducendosi in vita quotidiana esibita senza difesa agli occhi degli uomini. Al cospetto di tale epifania della santità domestica, lo scrittore d’arte inglese coglie l’impossibilità di ridurre le esigenze sacre della famiglia alle voglie profane del mondo: “Sui termini ‘vita domestica’ devo dire che la visione divina non si concilia certo né con il razionalismo, né con la concorrenza commerciale che Stuart Mill offrirebbe alle donne in luogo della loro missione di spose e di madri, bensì con la sapienza casalinga, l’opera d’amore, il lavoro della terra, in accordo con le leggi celesti. Queste cose sono assai più conciliabili con la rivelazione in una grotta o in un’isola, con il sacrificio di una vita desolata e priva d’amore, con l’immobilità delle mani giunte che attendono l’ora di Dio!”.

L’eleganza inusitata e ribalda di quel punto esclamativo posto a suggellare mani immobili e oranti in attesa di Dio non è invenzione nata nel delirio di una “febbre intellettuale e teologica”. E’ il segno germogliato tra i pensieri e le aspirazioni di un’intelligenza per nulla indulgente con il cattolicesimo, allorché si trovò al cospetto dell’arte religiosa italiana. Conquistata dal di più esibito in una fede capace di mostrarsi nella ricchezza della sua dottrina, dei suo dogmi e dei suoi riti in perenne e immutabile guerra al mondo e alla sue lusinghe. Una fede in grado di esigere da chiunque l’abbracci l’inflessibile fedeltà al pronunciamento di un voto, quello religioso come quello matrimoniale.

Non è su questa strada che hanno avviato il Sinodo la teologia e l’intellettualità dominanti, quelle sì febbricitanti e visionarie. L’incontro tenero e amoroso con le voglie del mondo può condurre solo a una resa senza onore alle difficoltà di mantenere fede a una promessa. Una deriva che, dice Chesterton, iniziò con il tradimento di un re ancora cattolico: “La civiltà dei voti fu distrutta quando Enrico VIII ruppe la propria promessa matrimoniale. (…) I monasteri, costruiti per voto, furono distrutti. Le corporazioni, reggimenti volontari, furono disperse. La natura sacramentale del matrimonio fu negata (…). Il matrimonio diventò così non solo inferiore a un sacramento, ma inferiore alla santità. Minacciò di diventare non solo un contratto, ma un contratto che poteva non essere mantenuto. Proprio questo punto ha conservato, tra tanti altri simili problemi, una strana e simbolica supremazia che sembra perpetuare l’origine comune della questione. Tutto è cominciato con il divorzio di un re e sta ora finendo in divorzi per un intero regno”.

Non è ammettendo i divorziati risposati alla comunione che si porrà rimedio a quanto inquietava Chesterton cento anni or sono. In una chiesa dove ormai pochi si confessano e tutti fanno la comunione, mettersi in fila per ricevere l’ostia consacrata è divenuta una pratica sociale grazie alla quale ci si sente accettati dalla comunità in festa. In quest’ottica, escludere qualcuno dalla fila dei comunicandi appare un’inutile crudeltà a cui nessun argomento puramente umano è in grado di opporsi.

Per salvare il matrimonio, bisogna prima salvare l’eucaristia da tale profanazione mondana. Davanti a Gesù, che sta in corpo, sangue, anima e divinità dentro l’ostia pallida e pura, più indifeso di un bambino, bisogna essere mondi con il proposito di non peccare più. Per non tradire l’eucaristia dopo aver tradito il matrimonio, non bisogna tradire la confessione. Ma la confessione deve essere vera, come quella che John Fante fece per la sua prima comunione: “Uscii dal confessionale. Ero felice, molto felice. M’inginocchiai all’altare e dissi la mia penitenza. Poi uscii nel sole di un pomeriggio sereno. Non mi ero mai sentito più pulito. Ero un pezzo di sapone. Ero come l’acqua fresca. Ero come una stagnola lucente. Ero un vestito nuovo. Ero un taglio di capelli. Ero la Vigilia di Natale e una scatola di dolci. Fluttuavo, fischiettavo”.

Ma il piccolo John ebbe la fortuna di nascere nella casa di una contadina abruzzese malata, senza saperlo, di quella “febbre intellettuale e teologica” che aveva contagiato il popolano Giotto e ha i suoi germi tra le pagine del Vangelo.

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fonte: Il Foglio, 8 ottobre 2014

20 commenti su “Il Sinodo della voglia matta – di Alessandro Gnocchi”

  1. Ho appena letto un articolo de Lanuovabq sul sinodo: fa accapponare la pelle, si sta prendendo la strada di deriva verso il mondo (qualcuno ha perfino chiesto di non definire più l’omosessualità ‘intrinsecamente disordinata’).
    Vorrei fare una considerazione. Se la vicenda va a finire male (sapete cosa intendo dire), non credano i novatori di avere alla fine successo, di attirare il mondo alla Chiesa. Succederà che in un primo tempo tutti loderanno la Chiesa per il suo abbraccio al mondo, per il ‘coraggio’, per stare al passo con i tempi e via dicendo. Ma grandi conversioni non ci saranno, anzi perderà ancora più fedeli, perché avrà dimostrato che in realtà era il mondo ad avere ragione e alla fine quel mondo che le chiedeva di avvicinarsi le farà sberleffi ancor di più. Perderà credibilità e rispetto. Quando si ha un nemico che si odia, se quel nemico mantiene la sua saldezza, inconsciamente lo si rispetta; ma se lui capitola facilmente, allora se ne ha poca considerazione.

  2. Se i documenti del Sinodo non saranno piu’ che chiari , temo una tendenza all’ aumento del caos nell’ ermeneutica some successo coi documenti del Vaticano II con una marcata ulteriore protestantizzazione ed espansione del ‘ fai da te ‘ sacramentale e liturgico , per non parlare del resto. Il tutto fatto passare sotto la parola magica ‘ pastorale ‘ condita in mille salse ed adatte a tutti i gusti . Confesso di essere pessimista a riguardo rileggendo gli ultimi venti mesi di pontificato dopo un cinquantennio gia’ ‘abbastanza’ disastroso . Concordo con chi sostanzialmente ritiene che siamo alla frutta e vada tracciata una linea il piu’ possibile definita sul ‘ cosa fare ? ‘ per i laici – visto che da parte del clero non e’ suonata nessuna campana – almeno nelle ipotesi peggiori di esito del Sinodo . Certo , concordo con Gnocchi che Dio invece la sua campana la fara’ sentire , e sicuramente bisogna pregare e molto , ma non si puo’ piu’ pensare di agire – o no – ciascuno…

  3. Com’è possibile che in pochi mesi il virus nascosto sia esploso generando emorragie in tutto il corpo santo della Chiesa? Avanza l’Ebola, avanza l’Isis, dilaga il relativismo anche nel tempio, anche tra le mura di San Pietro (tremo a scriverlo!) Vieni Signore a salvare il tuo popolo, ferma almeno lo scandalo nei piccoli e nei semplici! A noi tocca salvare il piccolo seme per ripiantarlo quando la tempesta di questa “primavera” mondana e alluvionale sarà passata e la terra asciugherà. Ogni uomo che nasce ha sete di verità e di eternità. Finché non lo roviniamo. Attenti pastori che svendete il gregge! Il giudizio è già scritto!

  4. “Precetti creati dalla loro febbre intellettuale e teologica”.
    Quale frase meglio di questa potrebbe esprimere il pensiero modernista?
    Secondo i modernisti le Leggi di Dio sono “precetti creati dalla febbre intellettuale e teologica”: questa frase, oltre ad essere un insulto a Cristo, indica chiaramente che essi considerano i 10 Comandamenti e tutte le altre Leggi di Dio delle INVENZIONI UMANE modificabili a seconda delle voglie del mondo!
    Se fra 50 anni il mondo reclamasse gli accoppiamenti con gli animali e il cannibalismo ci saranno dei modernisti che vedranno tutto ciò come delle sfide pastorali a cui dedicare un Sinodo e, se qualcuno si opporrà a simili abominii, ci sarà ancora chi parlerà di “cattivi pastori” che “caricano sulle spalle della gente pesi insopportabili che loro non muovono neppure con un dito”.
    Preghiamo affinchè questo Sinodo non si trasformi in un conciliabolo!

    1. Credo che la febbre intellettuale e “ideologica” ce l’abbiano loro, e ormai da oltre 50 anni, per cui sono chiaramente irrecuperabili. Stiamone lontani, tanto sono già scomunicati ipso facto da quel grande papa che fu S. Pio X; i loro anatemi, il oro disprezzo e le loro scomuniche, direbbe Totò, “mi fanno un baffo”.

  5. Un articolo tristemente meraviglioso. Mi ci vedo come in uno specchio, in questi giorni in cui le trepidazioni dei mesi scorsi per ciò che sarebbe avvenuto stanno pian piano prendendo corpo. A leggere gli interventi dei “padri” sinodali e del loro diretto superiore che, fra l’altro, oggi all’udienza generale ha detto che basta credere tutti in Gesù Cristo per costituire l’unità della Chiesa, si prova uno sgomento che è difficile allontanare, un’angoscia che sconvolge e fa troppo male. Se avverrà la riforma, fra gli infiniti interrogativi, eccone qualcuno (forse terra terra) che mi si affaccia alla mente : come si giustificherà l’eliminazione contemporanea di tre sacramenti? Cosa si insegnerà ai bambini del catechismo e cosa si dirà a quelli più grandicelli a cui se ne erano già presentati sette? Che è venuta la fata turchina e per fortuna loro gli si è snellito lo studio?
    Preghiamo il rosario perché la Madonna della Vittoria di cui ieri ricorreva la festa ci salvi da questo orrore.

    1. Cara Tonietta, forse le Sue domande sono retoriche ma noi abbiamo il DIRITTO e il DOVERE di insegnare, trasmettere e difendere la Fede Cattolica, non una versione adulterata/immanentista di essa, quindi ai bambini del Catechismo si insegnerà la religione che ci ha lasciato Cristo (se poi i parroci modernisti cacceranno i catechisti degni di questo nome, si prenderanno LORO la responsabilità dello scandalo commesso)!
      I bambini la Fede la apprenderanno a casa, da genitori veramente Cattolici, comunque considerando che se al Sinodo dovessero vincere gli eretici, verrà di certo stampato un NUOVO e AGGIORNATO “catechismo” probabilmente peggiore di quello olandese, lo scandalo sarà smisurato e il danno alle anime a alla società sarà immenso: inizierà l’era del Piccolo Gregge residuo e grazie a lui la Chiesa Cattolica continuerà ad esistere!

  6. Che pena sentir ribadire da un vescovo che questa e’ l’ora dell’ospedale da campo e che i grandi temi devono venire dopo. Avranno anche previsto il caso in cui una persona, che ritiene il primo matrimonio uno sbaglio, si risposta ma poi nuovamente si accorge che anche il secondo e’ uno sbaglio? E così via..Ma la formula “nella buona e nella cattiva sorte” non ci dice più niente? Si abbandona il coniuge nella malattia, nella perdita del lavoro, nel dolore? Se si prega perché la famiglia resti unita, Dio ci ascolta. Non ha senso guardarsi subito intorno a cercare nuovi partner (non desiderare la donna d’altri! E non farti desiderare da un uomo che sai già impegnato!) Ma è tanto difficile? Anche a costo di stare da soli se non ci fossero altre soluzioni, ma soli non lo saremmo mai. Pazienza, quella sarà la croce da portare. Se si hanno figli ci si dedichera’ a loro. Hanno dimenticato che Gesù ha fatto il primo miracolo ad un matrimonio?

    1. Concordo con Lei: quel vescovo non ha espresso un ragionamento ma un paralogismo!
      “Questa e’ l’ora dell’ospedale da campo e i grandi temi devono venire dopo”: che significa? Siccome c’è l’ospedale da campo bisogna permettere la PROFANAZIONE di Cristo?
      Siccome c’è l’ospedale da campo è doveroso invitare le persone a mangiare la propria condanna?
      Se l’obiettivo di quell’ospedale da campo non è la salvezza delle anime, quello non è un ospedale Cattolico!
      Se quell’ospedale è disposto a profanare 3 Sacramenti e a confermare le persone nel PECCATO, quell’ospedale non lavora per Dio ma per Satana!
      Infatti quello che chiamano “ospedale da campo” altro non è che il fumo di Satana che ha invaso gran parte della Chiesa!
      “Questa e’ l’ora del “fumo di Satana” e i grandi temi devono venire stravolti”: adesso quella frase acquista un senso, un senso eretico ma almeno è una frase di senso compiuto: prima soltanto un’amenità priva di significato!

  7. In questa situazione, che non esito a definire preoccupante, i miei sentimenti oscillano tra il pessimismo, di fronte ad una gerarchia ecclesiastica che m’appare per la massima parte, allo sbando, e la speranza che deriva dalla consapevolezza che la Chiesa non è già del Papa o dei Vescovi ma di Nostro Signore Gesù Cristo.
    Domenica scorsa ho udito la lettura del Vangelo in cui Nostro Signore narrava la parabola dei vignaiuoli omicidi (Sì, ero ad una Messa neoterica). Mi son domandato: chissà se parlando della vigna trasferita dai vecchi ma disonesti vignaiuoli a dei nuovi vignaiuoli, il Signore Gesù ha voluto riferirsi soltanto all’antico Israele o non anche al nuovo Israele, la sua Chiesa?
    In tal caso i vignaiuoli omicidi, duole dirlo, son quei pastori che oggi tradiscono il Vangelo per soddisfare le pruderies del secolo.
    Ed i nuovi vignaiuoli? Saran coloro che avranno conservato la Fede, fino alla fine.
    Non dovunque i seminari son vuoti!
    Intelligenti pauca.

  8. Carissimo Gnocchi e carissimi commentatori, ma come fate a non capire che è stata data e
    consigliata a TUTTI la “misericordina”?? Che bisogna amare e perdonare TUTTI, anche gli eretici,
    gli assassini. i grandi colpevoli (anche Hitler e Stalin???!!!), chi si sposa e divorzia e si risposa
    più di una volta? Che non possiamo seguire quel Gesù (perdonami!) che buttò fuori i mercanti
    dal tempio, che osò dire “sepolcri imbiancati e razza di vipere”????

    Mi vengono i brividi e credo nel piccolo resto….

  9. Intanto anche Francesco mette le mani avanti, ieri ha tuonato contro gli scismi della Chiesa dicendo che colui che li vuole pecca sempre di superbia. Peccato che non ha nominato i “vecchi” scismi quello orientale e quello eretico protestante (per il solito ecumenismo buonista) dunque è evidente che si riferiva a probabili risentimenti futuri post-sinodo, che abbia paura di quale scisma????

    1. Caro Alessandro, a parte il fatto che anche per i peccati di superbia c’è la misericordina (è troppo comodo citarla solo per ALCUNI peccati), dalla Chiesa Cattolica scisma chi abbandona la Fede Cattolica, non chi la difende!
      L’indissolubilità del matrimonio e l’impossibilità a contrarne un altro sono DOGMI, a cui neppure il papa può negare l’assenso!
      La Chiesa NON è di papa Francesco: se si imponesse la l’OGGETTIVA SCELTA fra essere eretici O scismatici vorrebbe dire che il papa è non solo caduto nell’eresia ma pretenderebbe pure di essere seguito: aderire alla Fede di sempre sarà in quel caso un OBBLIGO, non un gesto scismatico!
      Ricordiamoci poi che l’unità è possibile SOLO nella Verità, quindi se scisma sarà non saremo noi tradizionalisti a scismare: noi ci limiteremo a CONSTATARE l’avvenuto scisma.
      È anche per motivi ECUMENICI che i modernisti vogliono aprire al divorzio: sarebbe un gigantesco passo avanti verso l’eretica unione con le altre confessioni cristiane!

  10. Ho solo 1000 caratteri a disposizione. Ma voglio raccontare quel che mi disse una volta papà dopo che avevo cucinato con cura particolare. ”Qualunque cosa tu faccia, non la farai mai bene come tua madre”. Mamma era già morta da anni e papà era un tipo di pochissime parole e riservatissimo nelle sue manifestazioni d’affetto. Quando si dice ”usque ad mortem ed ultra”…..

  11. sono d’accordo con Diego. Non possono rubarci la Fede, non facciamoci rubare la Fede, preghiamo per il trionfo del Cuore Immacolato di Maria.

  12. “caricano sulle spalle della gente pesi insopportabili”;
    ma, mi domando, quale peso è più insopportabile da caricare di quello della condanna eterna?
    Si rendono conto i Padri Sinodali che non è Misericordia abolire il (concetto di) peccato? Hanno mai riflettuto seriamente sulle parole di Cristo all’adultera “vai e non peccare più”?

  13. GRAZIE al grandissimo Alessandro Gnocchi. Nella preghiera e nella fede salda otterremo la redenzione da questi tempi cupi.

    Il Vangelo oggi ci dice:
    “Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!”.

    Così dunque non stanchiamoci mai di chiedere al Padre che illumini le mentyi ed apra i cuori dei pastori!

  14. “I cattivi pastori” che “caricano sulle spalle della gente pesi insopportabili che loro non muovono neppure con un dito”: secondo questo ragionamento TUTTI i papi precedenti, non avendo concesso la sacrilega Comunione ai divorziati risposati, sarebbero dei CATTIVI PASTORI, così come pure San Giovanni il Battista (perchè non è stato misericordioso con il povero Erode?), San Paolo, innumerevoli Santi e persino Gesù!
    Ma cosa altro ci si può aspettare? Chiunque rispetti Gesù non si sognerebbe mai di invocarne la PROFANAZIONE soltanto per dare un contentino terreno (accompagnato da un orrendo peccato) a chi ha SCELTO di vivere in stato di COSTANTE e IMPENITENTE adulterio!
    Satana è FELICISSIMO per ogni Particola profanata durante le messe nere: quanto felice sarà per la profanazione di SVARIATI MILIONI di Particole concessa e approvata dalla “Chiesa docente”?
    In questa tragedia almeno scompariranno i normalisti: ci si dovrà per forza schierare: o CON Cristo o CONTRO di Cristo!

  15. “Mi meraviglio che così in fretta da colui che vi ha chiamati con la grazia di Cristo passiate ad un altro vangelo. In realtà, però, non ce n’è un altro; solo che vi sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo. Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anàtema! L’abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi predica un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema! Infatti, è forse il favore degli uomini che intendo guadagnarmi, o non piuttosto quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più servitore di Cristo! Vi dichiaro dunque, fratelli, che il vangelo da me annunziato non è modellato sull’uomo;
    infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo.” (Gàlati 1, 6-12)
    Eminentissimi padri sinodali, pongo una domanda sola: le parole di S. Paolo sono ancora Parola…

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