IL VALORE PERMANENTE DELLA CRISTIANITA’ MEDIEVALE – di P. Giovanni Cavalcoli, OP

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di P. Giovanni Cavalcoli, OP

 

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Raffaello. Incoronazione di Carlo Magno (clicca sull’immagine per ingrandirla)

 


Nella storia appaiono dei fenomeni di massa che ci presentano, sotto una forma caduca e difettosa, dei valori morali universali e permanenti, che restano quindi sempre modelli collettivi di comportamento per ogni tempo e dovunque, dovutamente liberati dalle contingenze storiche superate e dai loro difetti.

Pensiamo all’esempio dei grandi personaggi, degli eroi, dei maestri e dei santi: essi superano il loro tempo e, liberati dai legami che essi hanno col loro tempo, possono esserci modelli anche per l’oggi. Qualcosa di simile avviene per i periodi storici e per le civiltà del passato.

Si sa quanta ammirazione il romanticismo tedesco abbia avuto per la grecità, quanta ne abbia nutrita il fascismo per la romanità, quanta la cultura francese napoleonica per l’antica civiltà egizia e così via.

Il cattolicesimo ha nutrito, dal sec. XIX sino all’epoca del Concilio Vaticano II, una forte ammirazione per la cristianità medioevale[1], allorché il mondo cattolico, in parte dietro la spinta del medesimo Concilio, ha cominciato col guardare come a modello la stessa cattolicità moderna con lo sguardo volto anche ad altre confessioni cristiane, ad altre religioni e ad altre culture.

Questa impostazione di per sé non è sbagliata e certamente è stata suggerita dal Concilio. Ma si è anche esagerato, cadendo in una forma dei neomodernismo, che ha gettato il disprezzo non solo sulla cristianità medioevale ma addirittura sulla Chiesa stessa del preconcilio.

Pensiamo ad esempio al ripudio della cosiddetta “era costantiniana”, che è stato la bandiera della Scuola di Bologna di Giuseppe Alberigo e della scuola di Giuseppe Dossetti, in nome di una Chiesa dello Spirito Santo refrattaria al papato e alla dogmatica postridentina, più simile alla Chiesa ortodossa che a quella cattolica.

Qualche idea simile la troviamo anche nella prospettiva del Maritain di una “nuova cristianità profano-cristiana” ispirata all’“umanesimo dell’Incarnazione”, esposta nel famoso libro Umanesimo intergale. Ma nel Maritain l’apprezzamento per la teologia scolastica e la fedeltà assoluta al Magistero della Chiesa di tutti i secoli è fuori discussione.

La posizione di Alberigo e Dossetti assomigliano a quella di Maritain per quanto riguarda il passaggio storico dalla religione di Stato, caratteristica dell’“era costantiniana” e dal governo politico cattolico vigente nel Medioevo alla libertà religiosa e al pluralismo in politica promossi dal Concilio.

Invece la posizione del Maritain diverge da quella di Albergo e Dossetti per quanto concerne il rapporto della cristianità medioevale col cattolicesimo moderno, in quanto, mentre per il Maritain il Medioevo resta, con i dovuti adattamenti, un essenziale punto di riferimento per il “progetto storico concreto di una nuova cristianità”, secondo l’espressione dello stesso Maritain, in quanto vera realizzazione del Vangelo, per gli altri due Autori l’idea di cristianità è finita e dev’essere sostituita in quanto la modernità ha sostituito la cristianità medioevale non in continuità con essa ma in forma rivoluzionaria[2], che risponderebbe alle autentiche ed originarie esigenze del Vangelo e della mozione dello Spirito Santo.

La posizione di Albergo e Dossetti si avvicina a quella luterana del preteso ritorno al puro Vangelo liberato dalla deviazione operata dalla Chiesa medioevale, mentre Maritain vede tra Medioevo e modernità una continuità nel progresso prendendo a criterio di discernimento della nuova cristianità non la modernità in modo indiscriminato, né un evangelismo arcaico che trascura  gli sviluppi della dogmatica medioevale e in particolare l’essenziale apporto di S.Tommaso, ma operando una distinzione nella modernità tra ciò che si concilia e ciò che non si concilia col Vangelo e col Magistero della Chiesa, assumendo quello e rifiutando questo.

Io sono decisamente per Maritain, perché egli è più rispettoso della continuità della tradizione dogmatica della Chiesa senza per questo trascurare l’apporto di novità che si è verificato nella Chiesa a partire dalla fine del Medioevo sino ai nostri giorni, soprattutto nel Concilio Vaticano  II.

Il concetto di cristianità pertanto non è affatto superato, ma resta una categoria socio-storica essenziale per designare le diverse strutturazioni o configurazioni collettive del modo di essere della Chiesa e dei cattolici nei diversi climi storico-culturali-geografici del progresso dell’umanità. Si tratta quindi di un’idea in perfetta linea col concetto di inculturazione nato dalle dottrine del Concilio.

Una realizzazione sociale del cristianesimo del passato, una passata “civiltà cattolica”, tanto per riprendere la testata di una famosa rivista dei Gesuiti, può essere per noi cattolici modello per l’oggi in quanto troviamo in essa qualcosa di buono che abbiamo perso e che occorre recuperare.

Il valore incalcolabile, che ha del miracoloso e che caratterizzò la cristianità europea medioevale, come tutti sanno, ma pochi ci pensano, è stata l’unità della fede cattolica o quanto meno della fede cristiana, se vogliamo abbracciare anche i dissidenti dell’Oriente, i cosiddetti “Ortodossi”, termine che nel suo significato etimologico (retta fede) si addice più ai cattolici che a loro.

Ciò faceva sì che il Papa e l’Imperatore governassero assieme l’intera Europa, unita sia dal punto di vista della fede che dal punto di vista dei princìpi e delle leggi fondamentali del bene comune temporale, ispirati alla fede cattolica. Per questo il Papa era la guida spirituale dell’Europa e come tale, come lo spirituale guida il temporale, accompagnava l’Imperatore e i suoi sudditi, dediti al bene temporale, verso la piena realizzazione del Regno di Dio: “non eripit terrena, qui regna dat caelestia”, come canta un antico inno liturgico. Tutti assieme, si dava a Dio quello che è di Dio e a Cesare quello che è di Cesare.

Certo esistevano gli scismatici dell’Oriente, ma la loro separazione era nulla a confronto della immane tragedia che nacque con Lutero nel sec. XVI, la cosiddetta “Riforma”, che separò irosamente interi popoli e nazioni da Roma, che non fu affatto un ridar forma, come significherebbe la parola, ma un togliere la forma, una deformazione, una cosa fino ad allora del tutto inaudita ed impensabile, che conteneva in sé, al di là di qualche aspetto positivo, un germe di dissoluzione, che gradatamente avrebbe portato i suoi frutti nei secoli seguenti sino a giungere alla situazione di oggi.

In modo simile un arto staccato dal corpo per un po’ di tempo conserva la sua forma, ma poi la perde sempre di più mano a mano che avanza il processo di decomposizione, sebbene per quanto riguarda i fenomeni dello spirito, come è il protestantesimo, esistono di fatto delle riprese e delle rinascite, per cui certi elementi validi si conservano e possono anzi progredire.

Noi oggi, abituati ormai da secoli alle divisioni religiose, facciamo fatica ad immaginare l’orrore, lo scandalo e lo sdegno che prese le nazioni rimaste con Roma davanti ad una simile, enorme ed impressionante defezione: i protestanti, convinti di aver ritrovato il Vangelo originario, i cattolici decisi a conservarlo com’è e a proteggerlo dalla deformazione protestante.

Da qui la reazione durissima delle guerre di religione, combattute da ambo le parti con estremo accanimento, per la convinzione di combattere non per interessi terreni ma per un sacro dovere davanti a Dio,  per la salvezza della propria anima e della stessa cristianità.

Infatti il luteranesimo è animato da un falso interiorismo e smodato bisogno di libertà, che in realtà è un ripiegamento della coscienza su sè stessa che non comporta più una adaequatio intellectus ad Deum et Ecclesiam, ma, come estrema conseguenza, una tracotante assolutizzazione del proprio io scambiato per Dio, per cui si verifica il famoso amor sui usque ad contemptum Dei, del quale parla S.Agostino, al posto dell’amor Dei usque ad contemptum sui, che caratterizza la vera religiosità cristiana.

Sappiamo come tra le istanze riformatrici di Lutero ve ne siano state alcune che poi successivamente la Chiesa cattolica ha accolto. Tuttavia bisogna  dire che nella sua storia la “riforma luterana” appare come un edificio bello all’inizio perché ancora simile a quella casa di Dio che è la Chiesa cattolica, ma che poi, abbandonato a sè stesso o ai ladri o all’arbitrio di amministratori incompetenti e presuntuosi, rimane privo di una cura saggia e perseverante da parte degli abitanti.

Lutero ha un bel parlare dello “Spirito Santo”, col quale si trova sempre in comunicazione diretta, ma in realtà l’anima protestante, piena di sè stessa, come dimostrerà la  storia dei suoi frutti nei secoli, finirà per separarsi progressivamente da un vero contatto con lo Spirito Santo, l’Ospite divino dell’anima, sicchè questa dimora abbandonata a se stessa seguirà il destino infausto delle case disabitate e trascurate: oggi crolla un cornicione, domani un intonaco, poi casca una finestra, si buca il pavimento, successivamente crolla il soffitto e alla fine restano le quattro mura diroccate, pronte ad essere abbattute dai venti e dalle tempeste o dai vicini del luogo .

Il luteranesimo, iniziato con un fervore spirituale apparentemente superiore a quello del cattolicesimo, in forza del suddetto principio dissolutore, come hanno chiarito gli storici del cristianesimo, ha generato da sé una serie di mostri: il fideismo irrazionalista, la falsa mistica, il razionalismo illuminista, il fanatismo e le stramberie delle sètte, l’ontologismo, l’individualismo liberale, l’idealismo tedesco, il panteismo, il marxismo, lo spiritismo, il superomismo nicciano, il nazismo, sino al nichilismo contemporaneo e la scomparsa totale della religione, del senso del sacro e della morale cristiana per un puro semplice ritorno di rozzo paganesimo ancora più arretrato e barbaro (autodefinitosi “progressista”), di quello dei tempi di Platone e di Aristotele e della saggezza dell’antica Roma.

Naturalmente è rimasto un luteranesimo fedele a Lutero e con questo è possibile e doveroso un dialogo ecumenico con la Chiesa cattolica[3]. Ma è evidente che tutti quei veleni che sono il frutto della superbia luterana, vanno eliminati senza incertezze e con decisione e chi li assume con l’illusione di poter “dialogare” resta irrimediabilmente avvelenato ed avvelena gli altri.

Ma la crisi della cristianità medioevale, come è noto, era iniziata già da due secoli prima di Lutero, con la decadenza della Scolastica, la corruzione del clero e del papato che sfocia nello scisma d’Occidente e continua con la mondanità del papato rinascimentale, fatto che giustifica in qualche modo e in parte la ribellione luterana, come in precedenza aveva suscitato la reazione sfortunata del Savonarola, uomo, questo, veramente santo ed onesto, vero amante della sana dottrina e della Chiesa.

Personaggio chiave in questa complessa e triste vicenda, Venerabilis Inceptor, come è stato chiamato, inceptor della modernità per gli ammiratori, inceptor delle disgrazie per chi ha gli occhi aperti, fu Guglielmo di Ockham nel sec. XIV, scomunicato dalla Chiesa; ma poco servì tale saggio avvertimento.

La svolta avviata da Ockham alla teologia europea e di conseguenza, al costume, alla politica,  all’organizzazione degli Stati, alla storia stessa della cristianità, svolta che portò al suo crollo, si potrebbe riassumere in un semplice principio di carattere gnoseologico, una certa concezione della conoscenza.

Infatti dalla corruzione dell’intelletto dipende la deviazione della volontà e quindi in ultima analisi il destino buono o cattivo dell’uomo: sembrerebbe trattarsi qui di una sottigliezza, invece fu un fatto di importanza epocale. Di che si tratta? Dell’orientamento di fondo dell’intelligenza, che non è più orientata all’ente, ma ai nomi che designano l’ente. Da qui il famoso “nominalismo” occamista, noto anche ai ragazzi del liceo.

Da qui vediamo subito l’immensa banalizzazione del lavoro della conoscenza operato da Ockham. Egli certo parla ancora di “metafisica”, ma la svuota interamente del suo significato realista ed universale. E’ con Ockham che inizia veramente la famosa decadenza della Scolastica, la quale non guarda più alle cose e all’essere oggettivo, ma si perde in infinite disquisizioni e distinzioni inutili su parole, significati, idee e concetti.

Giusto fu il detto di Ockham “entia non sunt multiplicanda sine necessitate”, ma il famoso “rasoio di Ockham”, sotto pretesto di eliminare le distinzioni inutili, soppresse le distinzioni reali che tanto stettero a cuore ai Grandi della Scolastica e non poté fare a meno di cadere nelle pure distinzioni di parole. La filosofia fu sostituita dal vocabolario.

L’istanza di Ockham non era male: l’esistente reale, egli diceva, è il singolo concreto. Ed è vero. Ma qual era l’errore capitale del Francescano inglese? La negazione dell’essenza specifica ed universale delle cose reali, essenza della quale il singolo esistente è l’individualizzazione, essenza che è propriamente oggetto dell’intelletto, mentre la singolarità empirica e le qualità sensibili sono solo oggetto del senso o tutt’al più della descrizione storica.

Da qui si intuiscono le gravissime conseguenze sul piano della morale di questo immiserimento del potere dell’intelletto, reso peraltro furbo, presuntuoso e saccente, conseguenze che non tarderanno a farsi sentire a cominciare dalla storia della cultura inglese[4], per poi invadere nei secoli seguenti tutto l’Occidente: il sapere ridotto ad esperienza sensibile e a ricerca dell’utile, la morale avvelenata dall’individualismo, dal soggettivismo, dall’edonismo, dal liberalismo e dall’egoismo, la negazione della metafisica e della teologia speculativa, il crollo del senso dell’universalità ed immutabilità del cristianesimo e della Chiesa, la smania del “moderno”, il disprezzo della tradizione, l’esagerazione del progressismo, della libertà, del pluralismo, il trionfo dell’evoluzionismo, dello storicismo, del relativismo concettuale, morale e dogmatico. E siamo già nell’epoca moderna.

Quindi in conclusione avviene una degradazione del sapere dalla vera conoscenza metafisica dell’ente universale all’esperienza del singolo ente sensibile, ai semplici dati empirici che certo sono preziosi, soprattutto in ordine al sapere sperimentale, ma che devono esser trascesi per raggiungere i più alti valori della via, dell’uomo, della morale, della teologia, della religione e quindi della fede.

Gli occhi prima volti al cielo cominciano a volgersi sulla terra e sul proprio io, certo per ottenere buoni risultati, ma col grave rischio di dimenticare il valore di tutto il lavoro compiuto come avverte il Salmo: “Se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori”.

Nella grande Scolastica precedente ad Ockham, per esempio in S.Tommaso d’Aquino e nel Beato Duns Scoto la metafisica ha per oggetto l’ens ut ens, benchè vi sia una differenza tra i due: Tommaso punta l’attenzione più all’esse e alla distinzione reale, mentre Scoto maggiormente sulla essentia e la distinzione formale; Tommaso più sull’intelletto, Scoto più sulla volontà. Ma entrambi tengono alto il livello dell’intelligenza, cosa che è alla base dell’alta sapienza filosofica e della sublime spiritualità che ha prodotto i santi del Medioevo.

Certo l’uomo medioevale conserva tratti di rozzezza ed anche di crudeltà dell’antica barbarie, ma è sostanzialmente un credente e ci tiene. L’eresia gli fa orrore ed è un fenomeno rarissimo. E’ magari un grande peccatore ma si riscatta col sincero e severo pentimento.

L’arte sacra del Medioevo è proverbiale: è incredibile cosa i medioevali sono riusciti a fare con i poveri mezzi che avevano. Che cosa non avrebbero fatto oggi con i mezzi immensamente più progrediti dei quali disponiamo?

Lo stesso dicasi per le comunicazioni culturali soprattutto riguardo le condizioni di fondo della vita basate sul comune Credo cristiano condiviso con sicurezza da tutti, per cui si attuava una comunicazione nella comune fede cattolica, della quale noi oggi non abbiamo un’idea.

Vale lo stesso discorso per i mezzi della tecnica. Con i mezzi tecnici di comunicazione e di trasporto che abbiamo oggi, avanzatissimi ed efficientissimi, non riusciamo a realizzare una minima percentuale della comunicazione o comunione spirituali che attuavano tra di loro gli uomini del Medioevo. Oggi abbiamo il parroco di una parrocchia che crede cose diverse dal parroco di un altra parrocchia.

Allora, invece, dalla Spagna alla Russia, dalla Norvegia alla Sicilia, lo stesso Credo, le stesse verità di fede erano custoditi dappertutto, anche se senza speciali approfondimenti teologici, come la pupilla dei propri occhi sotto la guida del Papa, come fondamento non solo della propria vita personale o spirituale, ma dell’intera vita sociale, pubblica, politica e culturale.

Si è parlato tanto del sorgere delle nazioni con la fine del Medioevo: in realtà anche i medioevali avevano una concezione esatta e precisa del pluralismo e non ne facevano un pretesto come noi per l’anarchia e l’individualismo, ma conoscevano bene i limiti che non bisognava oltrepassare per non cadere nell’eresia  e nel disordine sociale.

Con tutto ciò è evidente che la Chiesa dal Medioevo ad oggi è andata avanti e certo un bel balzo lo ha fatto col Concilio Vaticano II, anche se, ahimè! esso è spesso stato mal interpretato, ossia in rotta con la Chiesa del medioevo. Da allora ad oggi l’umanità occidentale ha proceduto su di un doppio binario: uno, di decadenza, per il quale si è giunti all’ateismo, all’immoralismo e al nichilismo dei nostri giorni, ma anche un binario di indubbio progresso per il quale la Chiesa, secondo la promessa del suo Signore è certamente avanzata nei secoli seguenti nella conoscenza della Parola di Dio e nel cammino della santità.

Una spina al fianco della cristianità medioevale ed oltre sino ai nostri giorni è sempre stato il confronto con l’Islam.  E’ un mistero come da quindici secoli Dio permetta l’esistenza di una simile temibile e aggressiva formazione religiosa diffusa su di un immenso territorio, forte di un numero sterminato di fedeli e tuttora in crescita, anzi capace di penetrare astutamente nel mondo cristiano non tanto con la forza delle armi quanto con la seduzione delle idee.

Si stenta a comprendere come sia possibile che da tanti secoli  possa esercitare una simile attrattiva un uomo come Maometto, uomo indubbiamente pio, come riconosce lo stesso Concilio Vaticano II, ma anche violento, sensuale e bellicoso, dotato di grandi capacità organizzative e di comando, ma che messo a confronto con la personalità infinitamente superiore di Gesù Cristo non regge assolutamente al confronto.

Si consideri inoltre i frutti immensi prodotti dal cristianesimo in duemila anni di storia in tutti i campi della vita umana, nelle scienze, nelle arti, nei costumi, nella cultura, e nella società, frutti dei quali largamente si serve il mondo islamico, immensamente inferiore anche in questo campo, e la nostra domanda si fa molto più pressante.

Certo il Medioevo reagì all’Islam soprattutto con la guerra, seppure una guerra difensiva, mentre scarse ed inefficaci sono state le missioni, anche per l’ottusità fanatica della fede islamica. Dobbiamo tuttavia sperare che la Chiesa nata dal Concilio possa ottenere migliori risultati per questa attenzione agli aspetti postivi dell’Islam, che in verità fu carente nella cristianità medioevale.

Un aspetto del Medioevo cristiano che invece desta meraviglia a noi moderni abituati dalla fine del Medioevo all’avanzamento sempre più veloce del progresso scientifico e tecnologico, è la disattenzione dei medioevali a questa dimensione dell’attività umana che pure è chiaramente comandata da Dio nel Genesi: “Dominate la terra”.

Per millenni le condizioni materiali dell’uomo sono state press’a poco le stesse, sino al momento del sorgere di una deliberata e metodica volontà di progresso scientifico e tecnologico, i cui primi albori si ebbero già nel i maestri parigini ed oxoniensi del sec. XIV, come per esempio Ruggero Bacone e Roberto Grossatesta, seguiti poi da ricercatori sempre più geniali o intraprendenti, soprattutto a partire dall’Umanesimo e poi con Cartesio e Galileo.

Per la verità i princìpi di questo vorticoso e ricchissimo progresso il Medioevo li possedeva già nella sapienza greca di Pitagora ed Aristotele, ma oggi stentiamo a capire perché per tanto tempo non si pensò a far fruttare questi princìpi. Forse qui dobbiamo trovare un limite della spiritualità medioevale, non consapevole come oggi siamo, alla luce della stessa Parola di Dio, del fatto che il Regno di Dio è certo nella sua pienezza futura al di là di questa vita mortale, ma che però esso può e deve iniziare già su questa terra.

Invece la cristianità medioevale sembra essere più che sotto l’orbita dell’antropologia aristotelica, peraltro cristianizzata dall’Aquinate, sotto un sottile influsso del dualismo e del rigorismo platonico che propone una salvezza dell’anima non sulla base o in concomitanza della salute del corpo e quindi del dominio sul creato, ma in certo modo sottovalutando il servizio che il mondo stesso avrebbe potuto rendere al progresso verso il Regno dei cieli. Questa cosa era in qualche modo già stata intuita dall’antica saggezza romana col suo famoso motto “mens sana in corpore sano”

E’ successo però che, allorché con l’Umanesimo, il Rinascimento e l’inizio dell’era moderna della scienza e della tecnica, l’uomo ha preso coscienza del suo potere sul creato, egli si è narcisisticamente invaghito di tale suo potere ed ha finito per dimenticare quel Dio che l’ha creato, ed in tal modo la modernità ha stoltamente abbandonato l’alta sapienza religiosa medioevale, che oggi occorre urgentemente recuperare proprio per salvare le conquiste dell’uomo e l’esistenza dell’uomo sulla terra, come avverte lo stesso Concilio Vaticano II.

Col sorgere del luteranesimo l’Europa cristiana si è trovata tragicamente lacerata in sè stessa. Ciò ha posto fine all’unità di fede della cristianità europea, ma nel contempo Dio, grazie alle scoperte geografiche apriva alla Chiesa nuovi immensi campi di evangelizzazione. Da qui la diffusione del cristianesimo in vastissimi territori che mai avevano sentito parlare di Cristo.

La necessità che si pone oggi con l’esortazione fatta dai Papi alla nuova evangelizzazione, all’inculturazione della fede e al recupero delle radici cristiane dell’Europa, è quella di prendere esempio dalla fede dei medioevali per viverla in quelle modalità che si sono create nei secoli seguenti sino ad oggi, così che la Chiesa, soprattutto alla luce del Concilio Vaticano II, possa avanzare ulteriormente nella storia fino all’incontro finale col Cristo che viene.





[1] E’ rimasta classica tra le molte altre, in questo clima di riscoperta della spiritualità medioevale, l’importante opera di Etienne Gilson Lo spirito della filosofia medioevale.

[2] Si pensi alla riforma cartesiana, alla filosofia kantiana e illuministica, nonché alla Rivoluzione francese.

[3] Un importante accordo a questo riguardo è la Dichiarazione congiunta tra Chiesa Cattolica e la Federazione mondiale luterana sul delicato argomento della Giustificazione stipulato negli anni addietro.

[4] Le moderne “filosofie del linguaggio” o il “positivismo logico” anglosassoni sono su questa linea; il che non toglie che essi abbiano dato preziosi contributi alla formalizzazione del linguaggio e della logica e quindi al progresso delle scienze e della tecnologia. Si pensi solo a tutto il campo dell’informatica e della statistica.

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