Il Vangelo: una buona e sempre nuova notizia, da diffondere senza stancarsi mai – di Carla D’Agostino Ungaretti

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di Carla D’Agostino Ungaretti

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        Il Messale Romano della III Domenica del tempo ordinario dell’Anno B  ha proposto alla nostra riflessione l’inizio della predicazione di Gesù in Galilea: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo”  seguito dalla vocazione dei primi apostoli (Mc 1, 14 ss). Tutti sappiamo che il sostantivo greco “euanghélion” significa “buona notizia” e ricorre continuamente nel Nuovo Testamento insieme alla relativa voce verbale “euanghelizomai” che ha il significato di “annunciare la buona notizia” e, quando è usata da Paolo, acquista anche un ulteriore significato di decisione e autorevolezza. Infatti all’annuncio si accompagnano segni e miracoli che in realtà formano un tutt’uno, grazie all’efficacia della parola. Comunque, quelle espressioni non erano sconosciute nel I secolo d. C.,  anzi nel mondo ellenistico erano frequentemente usate per comunicare al popolo una vittoria in battaglia, o la nascita di un principe, o la salita al trono di un nuovo imperatore a Roma.

       Infatti, nel giudaismo palestinese, fino al tempo di Gesù, era assai viva l’attesa del messaggero di gioia di cui parla il Deuteroisaia (per esempio, 40, 9 e 41, 27)  che annuncia l’arrivo di Dio, il trionfo della sua regalità, la liberazione di Israele (“Alza la voce, non temere; / annunzia alla città di Giuda: Ecco il vostro Dio!”; “Per primo io l’ho annunziato a Sion / e a Gerusalemme ho inviato un messaggero di cose liete”). Nel Nuovo Testamento, invece, l”euanghélion” assume un significato completamente diverso, trasformandosi di fatto in un neologismo, perché il termine “Vangelo” che troviamo negli scritti sinottici e paolini reca una forte affermazione cristologica: nel confronto con il mondo giudaico Cristo sostituisce la Torah, essendo Vangelo di Dio nelle propria vita e nelle azioni, parole, morte e resurrezione. Perciò ora l’euanghelion è Gesù stesso, la Sua persona, il Suo avvenimento; non indica più soltanto l’annuncio del Regno portato da Lui, ma l’annuncio di Gesù ripetuto dalla Chiesa, attualizzato e diffuso a Roma e in tutto l’impero mediante la predicazione. In sintesi: la Rivelazione suprema e definitiva di Dio all’uomo. Infatti Marco inizia il suo libro dichiarando letteralmente: “Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio”

         Però se leggiamo con attenzione il Nuovo Testamento, ci accorgiamo di un dato sorprendente: il sostantivo euanghelion e il verbo euanghelizomai mancano completamente negli scritti di Giovanni. Probabilmente a causa del carattere particolare del IV Vangelo nel quale non si trova l’annuncio drammatico e dinamico dell’era salvifica, tipico dei Sinottici, dal momento che per Giovanni l’escatologia è già in atto.

          Invece, chi usa abbondantemente sia il sostantivo che il verbo è Paolo. Il primo esempio che mi viene in mente della pulsione missionaria in essi contenuta è la decisa affermazione dell’Apostolo nel dichiararsi pronto ad andare a predicare il “kerygma”, cioè il messaggio apostolico, anche a Roma: “Io infatti non mi vergogno del vangelo perché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo prima e poi del Greco” (Rm 1, 16). Ma perché Paolo parla di vergogna? Perché l’annuncio di quella “buona notizia“, che stava acquistando un significato diverso da quello corrente aveva, al suo tempo come anche oggi, un effetto dirompente, spiazzante, sconvolgente, capace di cambiare l’intera esistenza di chi è disposto, con l’aiuto della Grazia, a rivedere tutta la propria vita aprendo il suo cuore a quel felice annuncio; ma poteva avere anche un effetto scandaloso e assurdo, come sperimentò lo stesso Paolo davanti ai saccenti Ateniesi dell’Areopago, che lo piantarono in asso perché si sarebbero vergognati di rimanere lì a sentire quell’ebreo, vale a dire ai loro occhi un “barbaro”,  parlare nientedimeno che della resurrezione di un morto (At 17, 32 ss).

        Ma per chi accettava, e accetta ancora, di farsi invadere la mente e il cuore dallo Spirito Santo la vita cambiava, e cambia ancora, radicalmente. I “segni” che preannunciano la proclamazione della “buona notizia” sono molti ed ora vorrei rievocare almeno quelli che maggiormente mi coinvolgono spiritualmente..

        Il primo (Lc 1, 5 ss) lo riceve nel tempio, per bocca dell’Arcangelo Gabriele, il sacerdote Zaccaria, “uomo giusto davanti a Dio” e ossequiente alle leggi, ma forse un po’ troppo sicuro di sé. Infatti il Santo Messaggero di Dio – nell’annunciargli la nascita di un figlio che diventerà il grande profeta destinato a preparare l’avvento del Messia – gli cita tutte le profezie che egli, come sacerdote, doveva necessariamente conoscere. Ma la fede di Zaccaria, come quella di molti cristiani di oggi,  si era un po’ sclerotizzata nell’abitudine e nella routine della vita quotidiana ed egli, obiettando la sua vecchiaia e quella di sua moglie – o forse temendo, come temono molti anche oggi, che il “mistero” del quale veniva reso partecipe turbasse troppo il tranquillo tran – tran  della sua vita –  finisce per chiudere la porta all’azione dello Spirito Santo e viene punito con la perdita della parola fino “fino al giorno in cui queste cose avverranno”. Non così, invece, sua moglie Elisabetta la quale, accortasi di aver concepito, riconobbe l’intervento di Dio: “Ecco che cosa ha fatto per me il Signore nei giorni in cui si è degnato di togliere la mia vergogna tra gli uomini” (Lc  1, 25).

        E non così Maria la quale, all’annuncio dell’Arcangelo non è “presa da timore”, come il povero Zaccaria, ma è solo “turbata” e riflette tra sé e sé sul significato di ciò che ha sentito, rivelando quel tratto caratteristico della Madre di Dio che è il costante interiore confronto con la Parola, cioè il custodire e meditare quelle cose nel suo cuore. Poi  non si preoccupa dello scandalo che poteva scoppiare nel suo ambiente appena si fosse diffusa la notizia della sua gravidanza, né della reazione negativa che avrebbe potuto avere il suo fidanzato Giuseppe, ma si affida totalmente a Dio pronunciando il suo “Ecce ancilla Domini“. E, soprattutto, non rimane inerte perché la “buona notizia” non può rimanere chiusa nel cuore e nella coscienza di chi la riceve, ma deve essere annunciata e condivisa;  perciò corre  ad aiutare sua cugina Elisabetta, la cui gravidanza è più avanzata della sua. L’incontro tra le due donne, che si sono entrambe lasciate raggiungere dalla potenza dello Spirito, è celeberrimo ed è stato esaltato dalla fantasia umana in centinaia di raffigurazioni pittoriche, meritando anche di essere incluso tra i Misteri Gaudiosi del S. Rosario perché sia il saluto di Elisabetta a Maria (“Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! … E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore”)  che la risposta di Maria col suo “Magnificat(“Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il Suo nome…)  sono un’altissima e commovente testimonianza di abbandono totale alla volontà di Dio e di lode per le Sue opere.

       Confesso che se penso invece alla reazione del povero Zaccaria, sono tentata di credere che forse le donne hanno una “sapientia cordis” superiore a quella degli uomini.

       E che dire di altri due gruppi di destinatari privilegiati dell’annuncio, i pastori e i Magi, diversissimi tra di loro per censo e condizione, ma che denotano come la “buona notizia” sia rivolta a tutti? I pastori, al tempo di Gesù, occupavano l’ultimo posto nella scala sociale, ma all’annuncio della buona notizia “un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce” (Lc 2, 9) dissipando il loro iniziale spavento e infondendo loro una grande gioia perché, anche a loro, i poveri, “era predicata la buona novella” prima ancora che lo dicesse lo stesso Gesù (Mt 11, 5). I Magi, invece, erano ricchi e sapienti astrologi orientali non appartenenti al popolo di Israele, ma anche ad essi viene offerto il messaggio di salvezza, attraverso il segno astronomico che essi potevano comprendere e interpretare, e  prontamente lo accolgono, rivelando anch’essi quella disponibilità di spirito e quella semplicità di cuore necessaria per meritare il Regno dei cieli. Non sappiamo come si sia svolta successivamente la vita dei Magi, una volta tornati al loro paese, ma è lecito pensare che non sia più stata la stessa.

         Lo stesso Gesù invierà i discepoli e gli apostoli a proclamare la “buona notizia” (Lc 9, 1 – 6), ma solo dopo la Pentecoste avrà inizio l’attività missionaria degli apostoli i quali “non cessavano di insegnare e di annunciare la buona notizia che Gesù è il Cristo” (At  5, 42) dapprima solo ai Giudei, poi anche ai Greci (At 11, 20) e infine Paolo  sarà chiamato a evangelizzare i Gentili. Ma cosa poteva rendere attraente quella “notizia” nel mondo di allora, tanto diverso e non certo migliore di quello di oggi? A quel tempo la vita umana naturale aveva breve durata e comunque non valeva nulla, la schiavitù era l’istituto che sosteneva tutto l’apparato sociale, le classi inferiori non avevano speranza di riscatto, le donne e i bambini contavano meno di zero. Nell’Impero romano la religione aveva un carattere istituzionale ed era inconcepibile che si potesse abbandonare il culto esteriore agli dèi protettori di Roma, anche se in privato si poteva credere a qualunque cosa; anzi  i romani  erano favorevoli ad includere gli dèi ancora sconosciuti nel loro pantheon, nel timore di offenderne qualcuno e di incorrere nel loro sfavore.

           Invece, il contenuto dell’annuncio riguardava qualcosa di inaudito e incredibile per orecchie umane: l’incarnazione, la morte, la sepoltura, la resurrezione e l’apparizione del Figlio di Dio – di quel “Dio ignoto” di cui gli Ateniesi dell’Areopago avevano intuito l’esistenza dedicandogli quell’altare che Paolo, al suo arrivo, aveva notato subito (At 17, 23) – che, proprio con la sua Resurrezione garantiva a tutti gli uomini lo stesso destino di riscatto e di sconfitta della morte in un mondo, quello di cultura greco – romana, oppresso dal Fato, quella forza cosmica e incomprensibile alla quale non potevano sfuggire neppure gli dèi tradizionali. Gli spiriti più evoluti avevano già capito che non poteva essere quella la Verità ricercata con tanta determinazione nei secoli precedenti da tutta la grande filosofia greca e il Cristianesimo indicava una strada liberata da tutti gli “assoluti terrestri”, a cominciare dall’idolatria dello Stato. Tanto è vero che le persecuzioni  (meno frequenti di quanto comunemente si crede perché il  comportamento dei cristiani, come cittadini, era ineccepibile) furono motivate soprattutto dal loro pertinace  rifiuto di bruciare incenso sull’altare dell’Imperatore – dio.

        Ma, come ha messo in luce Franco Cardini [1], anche un altro importante aspetto della Parola di Dio, discendente dal kerygma,  fece breccia nei cuori di tanti: la caritas cristiana, la legge dell’amore, quel Comandamento Nuovo  (Gv 13, 34) che, tradotto nei termini concreti di solidarietà, assistenza, accoglienza costituì un potente fattore di conversione e di diffusione della nuova fede. “La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro in comunione … Nessuno infatti tra loro era bisognoso perché quanti possedevano campi o case li vendevano … e poi (il ricavato) veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno” (At 4, 32 ss). Quando mai si era visto qualcosa di simile in passato?

         Tuttavia, come tutti sanno, inizialmente gli ostacoli alla diffusione della “buona notizia” da parte del potere consolidato furono enormi, anche se il Cristianesimo seppe fare fronte alla sfida portatagli dalla cultura pagana, tanto che si può affermare che tra il secondo e il terzo secolo le posizioni si rovesciarono completamente.

       Infatti, a dimostrazione del fatto che non c’è mai niente di nuovo sotto il sole, nel IV secolo d. C. si svolse un famoso dibattito tra il Vescovo di Milano Ambrogio e il Prefetto di Roma Simmaco a proposito della rimozione, ordinata dall’Imperatore Costanzo II, dell’altare della Vittoria al Foro Romano, davanti al quale i senatori dovevano giurare fedeltà all’Imperatore bruciando incenso in onore della divinità. Simmaco, paladino delle antiche virtù romane e pagane di cui era nostalgico, non capiva perché i cristiani – pur essendo diventati a quell’epoca la maggioranza – si rifiutassero di compiere quel gesto di culto formale, ma dal forte valore simbolico di un passato glorioso ed espressione della compattezza del potere statale, potendo  continuare a credere tranquillamente in Gesù Cristo nel proprio intimo. Che c’era di male in quel gesto puramente esteriore? Ma i Cristiani, proprio per la metànoia che avevano vissuto, non potevano onorare in pubblico la divinità dell’Imperatore e in privato adorare il Dio di Gesù Cristo. Questo episodio andrebbe rammentato a tanti moderni cattolici “adulti” che appoggiano l’emanazione di norme  contrarie alla legge di Dio in nome della laicità. Non è anche questa una forma di idolatria dello Stato contraria allo spirito del Vangelo?

          Mentre in un primo tempo ciò che nell’opinione dei pagani colti divideva la loro concezione della vita da quella cristiana era la differenza tra il “lògos” e la “pìstis“, ossia tra la ragione e la fede, successivamente i “credenti” risalirono la china attrezzandosi a difendere la loro causa proprio con il ricorso alla ragione e alla filosofia: già intorno al 180 d. C. Atenagora si impegnava a dimostrare la sua fede e Origene – contro gli attacchi che venivano mossi dal filosofo Celso – era pronto a confutare i pagani punto per punto, assumendo la filosofia platonica per argomentare e rispondergli e iniziando, così, a elaborare una prima forma di teologia cristiana. E’ interessante richiamare, al riguardo, la lectio magistralis su Fede e Ragione tenuta da Benedetto XVI all’Università di Ratisbona nel settembre 2006. Il Papa spiegò come lo spirito greco fornì alla fede cristiana gli strumenti essenziali di pensiero e di discorso, ma non senza ostacoli: la comprensione cristiana delle cose si dovette sottrarre allo spirito greco incoraggiando aspri dibattiti, che accolsero l’eredità greca ma, al tempo stesso, la trasformarono profondamente.

         Inoltre, per i Giudei Gesù risorto  non significava rottura con quanto Dio aveva rivelato loro nei secoli precedenti, ma compimento delle Sue promesse. Le parole con le quali Paolo fa precedere l’annuncio sono lapidarie: “Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, ciò che anche io ho ricevuto” (1Cor 15, 5) dichiarandone l’autenticità, l’essenzialità e l’impossibilità di sceglierlo come dottrina cui credere o meno, perché è l’annuncio del Cristo vivente. L’annuncio non risulta comprensibile a tutti, allora come adesso, e Paolo ne è ben consapevole (Rm 10, 16), ma esso è Parola di Dio, forza creatrice, che accomuna Giudei e Gentili sotto lo stesso giudizio di Dio annunciando loro la salvezza (Ef 3, 6) invitandoli, infine, a una precisa scelta di parte.

         Ma è anche facile  capire, allora, perché per alcuni (e sono tanti …) è così difficile accogliere il Vangelo. Perché Cristo chiede la metànoia, ossia il cambiamento radicale di mentalità, di vita, di comportamenti. Bisogna “rivestirsi del Signore Gesù Cristo e non seguire la carne nei suoi desideri” (Rm 13, 14) – secondo la famosa affermazione di Paolo che fu all’origine della conversione di S. Agostino – e come è costante abitudine anche oggi.  Ma anche in questo caso, a mio giudizio, valgono le parole di Gesù a proposito dell’indissolubilità del matrimonio: “Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso” (Mt 19, 11).  La capacità di questa scelta di parte deriva dall’accettazione dello Spirito, dall’umiltà di riconoscersi creature limitate, dalla capacità di aprirsi al mistero anche se si sono fatte carriere sfolgoranti e si è diventati Capi di Stato o se si hanno vinto premi Nobel. Già era difficile duemila anni fa, figuriamoci oggi, con le scoperte scientifiche e tecnologiche che vogliono farci sentire simili a Dio!

        Infatti, anche nel XXI secolo il problema della diffusione della “buona notizia” è riuscire a fare breccia nel cuore di chi ascolta, oserei dire “riuscire ad essere convincente”, ma è molto difficile data la superbia, la supponenza e l’alterigia, soprattutto intellettuale, che pervadono il mondo moderno. Quanti illustri intellettuali, atei o agnostici, oggi parlano di Dio per negarlo usando argomenti triti e ritriti che sono stati confutati teologicamente da secoli! Il luogo privilegiato per l’annuncio dovrebbe essere la S. Messa domenicale, ma spesso la partecipazione dei cattolici avviene con indifferenza, se non con senso di fastidio, tanto per sentirsi spiritualmente “a posto“. Non è mia intenzione giudicare – perché so benissimo che siamo tutti esseri umani pieni di difetti e di debolezze – ma spesso chi ha il compito dell’annuncio, sia egli il celebrante, il diacono, il lettore o il catechista, non si sente in quel momento particolarmente coinvolto, ovvero non è obiettivamente all’altezza del compito affidatogli. E allora mi torna in mente una celebre affermazione di Benedetto XVI non priva di una certa carica di umorismo: “Il grande miracolo della Chiesa è di essere sopravvissuta a secoli di pessime omelie”. Che fare, allora?

        Io credo che ciascuno di noi ha il compito di annunciare “la buona notizia” con i mezzi e le capacità che il Signore gli ha dato, con la parola (dove possibile), con la testimonianza personale e con lo stile di vita, senza scoraggiarsi per i fallimenti  e senza inorgoglirsi per i successi, ma lasciando che sia Dio a calibrare i risultati, pregando e ricordando l’esempio di Giovanni Battista, il grande Annunciatore che indicava ai suoi discepoli chi era l’Agnello di Dio da seguire (Gv 1, 35). Più tardi egli stesso riconoscerà che”Lui (Gesù) deve crescere, io invece diminuire” (Gv 3, 30).

         Ma c’è anche un altro annunciatore della “buona notizia” che a me, cattolica “bambina“, è particolarmente simpatico per l’immensa “sapientia cordis” di cui era dotato, nonostante fosse un umilissimo fraticello illetterato e privo di cultura:  San Giuseppe da Copertino il quale, uomo semplice com’era, aveva intuito una grande verità:

Signor, lo Spirito tu sei

et io la tromba.

Ma senza il fiato Tuo

nulla rimbomba”.

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[1] Cfr. Franco Cardini, Convertiti dalla carità, AVVENIRE 10.2.2015, pag. 21.

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3 commenti su “Il Vangelo: una buona e sempre nuova notizia, da diffondere senza stancarsi mai – di Carla D’Agostino Ungaretti”

  1. Su pressante richiesta del mio parroco, ha accettato di fare la catechista ai ragazzini della Cresima. È un ruolo che non mi piace perché sono del parere che un compito così importante debba essere competenza di un sacerdote;tuttavia, per amore della Verità, cerco di svolgerlo al meglio, trascurando quasi del tutto gli insulsi manuali in uso, talmente insignificanti da non meritare nemmeno di essere acquistati. Do spazio al dialogo, tenendo ben custodito nella mia borsa il catechismo di S.Pio X al quale ricorro quando illustro la dottrina cattolica, quella che i ragazzi ignorano quasi del tutto e di cui i loro stessi genitori sono pressoché digiuni. Non sto qui a discettare per colpa di chi questo sia avvenuto e perché perduri e si aggravi nel tempo, ma mi addolora il fatto che l’annuncio della Buona Notizia, affidato quasi esclusivamente a persone sì di buona volontà, ma di preparazione limitata o addirittura inadeguata, sia ormai troppo difficile e troppo arduo. Partendo dal vissuto quotidiano…

  2. …i molteplici spunti e l’aiuto dello Spirito Santo a cui mi affido prima di iniziare gli incontri, mi portano a discutere anche di temi forti e mi accorgo sempre più che i ragazzi sono assetati della verità che invece il mondo impedisce loro di conoscere. Il lavoro però è così complesso e il tempo così poco che lo scoraggiamento spesso ha il sopravvento. Ma leggendola, cara Signora Carla, è quella “sapientia cordis” dell’annunciatore del Vangelo di cui Lei parla, che ora mi tira su il morale. La Provvidenza, veramente, è sempre inarrivabile e imprevedibile.

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