IL VATICANO II E LA TRADIZIONE CATTOLICA: UNA “RIVOLUZIONE COPERNICANA” – di Paolo Pasqualucci

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Recensione a: BRUNERO GHERARDINI, “Quod et tradidi vobis”. La Tradizione vita e giovinezza della Chiesa, in ‘Divinitas’, Nova Series, 2010 (53) nn. 1-2-3, pp. 384.

 

di Paolo Pasqualucci

divinitas

 

 

La sistematica e vasta riflessione di Mons. Gherardini sul tema della Tradizione “vita e giovinezza della Chiesa” scaturisce soprattutto dalla necessità, ormai impellente, di chiarire il concetto di “tradizione vivente”, quale si ricava dai documenti del Vaticano II, dal Magistero postconciliare e dalla prassi di una variopinta moltitudine di teologi “aggiornati” alla cultura profana. Difatti, in nome della cosiddetta “tradizione vivente” si giustifica oggi ogni compromesso con il sapere e gli pseudovalori del Secolo (op. cit., pp. 18-19; 28-29). Ma in questa magistrale monografia l’illustre teologo, dopo aver analizzato a fondo la dottrina del Tridentino e del Vaticano I sul tema, offre anche (nella seconda parte) una serie di riflessioni sistematiche che ripropongono con assoluta precisione, in tutti i suoi aspetti, il vero concetto di “tradizione cattolica”.

1. La Tradizione cattolica: ‘ricevere e trasmetterela Verità Rivelata Preliminarmente, mi sembra importante (in questi tempi di confusione) sottolineare come l’Autore esponga con la massima chiarezza (cap. I, pp. 27-46) l’autentico concetto della Tradizione della Chiesa, costituita, sin dagli inizi, da un nesso inscindibile di “ricevere e trasmettere”. Ricevere, che cosa? La Verità Rivelata, sulla fede e sui costumi, da parte di Nostro Signore Gesù Cristo – il Verbo Incarnato, consustanziale al Padre – mediante un insegnamento orale, perfezionato, dopo l’Ascensione, dall’intervento dello Spirito Santo, sino alla morte dell’ultimo Apostolo. Trasmettere, che cosa? La medesima Verità Rivelata, sulla fede e sui costumi, trasmessa per l’appunto oralmente dai discepoli (a cominciare dagli Apostoli) e mantenuta da discepolo in discepolo (da vescovo in vescovo), come se fosse stata passata “di mano in mano” (Tridentino), lungo tutta la bimillenaria catena della legittima successione apostolica. “Tradizione” deriva appunto dal latino traditio (che rende il greco parádosis) che significa “trasmissione” (da tràdere, trasmettere). Il nesso con il “ricevere” (accìpere, sempre da Nostro Signore) appare nella nota frase di S. Paolo, citata nel titolo dell’opera di Mons. Gherardini: “quod et tradidi vobis”: “Ego enim accepi a Domino quod et tradidi vobis”: “Io infatti ha ricevuto dal Signore ciò [la dottrina] che vi ho poi (et) trasmesso “(1 Cr 11,23). La verità di origine soprannaturale ricevuta verbalmente dal Signore e successivamente con l’ausilio dello Spirito Santo, predicata all’inizio anch’essa solo verbalmente dai Discepoli (Ergo fides ex auditu, auditus autem per verbum Christi – Rm 10,17), fu poi messa per iscritto (assieme ai fatti della vita del Signore, testimoniati anch’essi inizialmente per via orale). E ciò fin dai primi tempi della predicazione apostolica. Ma non tutto l’insegnamento orale fu messo per iscritto, ragion per cui le fonti della Tradizione della Chiesa sono state sempre ritenute esser due: Tradizione orale e Scrittura. Questa lineare concezione della Tradizione esisteva sin dal tempo dei primi Padri della Chiesa, e si affinò nella lotta contro le eresie degli gnostici (ivi, p. 30).

La “trasmissione” della Verità Rivelata non avviene, pertanto, ad opera di singoli individui che decidano liberamente ciò che si deve trasmettere: essa è opera del Magistero ecclesiastico, istituito da Nostro Signore inizialmente negli Apostoli, assistito nei secoli dallo Spirito Santo. L’eredità apostolica, trasmettendo una verità assoluta, “trascende ogni limite spaziotemporale”; possiede la vitalità imperitura di verità di fede che non possono mai mutare, costituendo esse “il deposito” (immutabile) della fede (p. 15). E non solo non cambiano i dogmi della Fede in senso stretto (la Resurrezione del Signore, la Sua consustanzialità con il Padre, la natura Trinitaria di Dio, etc.), nemmeno la morale può cambiare. Così, ad esempio, il carattere monogamico ed indissolubile del matrimonio vale oggi per noi così come valeva per i primi cristiani, in quanto stabilito senza eccezioni dalla viva voce di Nostro Signore; voce ascoltata e trasmessa dalla viva voce degli Apostoli, ancor prima di esser messa per iscritto nei Vangeli.

Per ciò che riguarda la Tradizione solo orale, dobbiamo ricordare, ad esempio, la regola del celibato ecclesiastico, praticata da Nostro Signore ed applicata dai Discepoli sin dall’inizio, poiché è tradizione che S. Pietro, pur continuando a tenere presso di sé la moglie, non abbia più avuto rapporti carnali con lei. O la validità del battesimo degli eretici, se somministrato in modo corretto, affermata da una tradizione costante della Chiesa. O l’invalidità intrinseca, irreformabile dell’ordinazione di una donna, mantenuta da una tradizione costante.

2. Le due fonti della Tradizione – Il Tridentino e il Vaticano Primo. L’Autore dedica un’approfondita analisi (pp. 137-165) al concetto di tradizione definito dogmaticamente al Concilio Tridentino e al Vaticano Primo, dopo aver accusato il Vaticano II di averne fornito “una visione edulcorata e fortemente addomesticata, nell’intento d’una loro più moderna lettura” (p. 41).

Il Tridentino volle infallibilmente statuire che esiste “un unico Evangelo, quello ‘promesso dai Profeti’, poi personalmente promulgato da Cristo (“che il Figlio di Dio diffuse con la sua stessa bocca”) e per suo comando predicato dagli Apostoli a tutt’il mondo come fonte di ciò ch’­è necessario alla salvezza”. E la “verità” e la “dottrina”(disciplina) necessarie alla salvezza, incluse in questo vangelo, precisò, “sono contenute nei libri scritti e nelle tradizioni non scritte, le quali, ricevute dagli Apostoli dalla bocca stessa di Cristo, o sotto la dettatura dello Spirito Santo, sono pervenute sino a noi quasi trasmesse di mano in mano”(pp. 146-147 – DS 1501).

Il Tridentino afferma con chiarezza che “l’integrarsi ininterrotto, da Cristo in poi fin al presente, del “tradere” e dell’”accipere”, pone sotto gli occhi di tutti il fatto della Tradizione e la legge che la comanda: ‘trasmetto ciò che ho ricevuto’”(p. 147). Conclude quindi il Tridentino professando “pari affetto e reverenza” per le fonti scritte (l’Antico ed il Nuovo Testamento, dei quali “l’unico Dio è l’autore”) e per quelle non scritte, “pertinenti sia alla fede che ai costumi, dettate dalla parola stessa di Cristo o dallo Spirito Santo e conservate dalla Chiesa cattolica per mezzo della continua successione”(ivi – DS 1501). Contro gli errori dei Protestanti, il Tridentino ribadì e precisò la natura della Tradizione: essa contiene verità che riguardano sia la fede che i costumi.

La dottrina tridentina sulla tradizione, fornita del sigillo dell’infallibilità dei Concili ecumenici quando definiscono il dogma della fede o condannano in modo solenne gli errori, si può quindi riassumere nelle seguenti proposizioni esplicite: esistono la Tradizione e la Sacra Scrittura; esse sono due distinte fonti della Rivelazione, ambedue riferibili a verità da credere e da metter in pratica; ambedue da venerare con lo stesso affetto e la stessa reverenza; la Scrittura, all’origine, è Tradizione, in quanto accoglie la predicazione di Cristo, da Lui stesso consegnata agli apostoli; gli apostoli la trasmisero ad altri affinché fosse da loro ritrasmessa (p. 148).

Cosa molto importante, nel dettato del Tridentino sono ricomprese anche le “tradizioni ecclesiali” ossia “quelle che dipendon direttamente dal magistero e dal governo della Chiesa e son da questa collegate con ciò ch’è doveroso e necessario credere ed operare per conseguire la vita eterna” (p. 149). Lo si deduce dalla menzione conciliare dell’azione dello Spirito Santo, sotto la cui “dettatura” le tradizioni sono giunte sino a noi, “quasi per manus traditae” o, il che è lo stesso, “continua successione in Ecclesia catholica conservatas”. Il “trasmettere” quasi “di mano in mano”, per “continua successione” che realizza un “conservare nella Chiesa cattolica”, può riferirsi solo all’attività “dei soggetti che nella vita della Chiesa, hanno il mandato ufficiale del magistero e del governo, tra i cui compiti preminente è quello di ‘sciogliere e legare, di chiudere ed aprire’ sotto la guida costante dello Spirito Santo”(ivi). Può riferirisi solo al soggetto, all’organo che trasmette la tradizione, costituito appunto dalla Chiesa, intesa come Gerarchia ecclesiastica. E difatti nell’ecclesiologia cattolica, la Tradizione, oltre al complesso delle verità contenute nel “sacro deposito” è anche “l’organo che riceve il detto deposito con l’obbligo di custodirlo e di trasmetterlo”(p. 150). Il concetto espresso implicitamente dal Tridentino va poi integrato con quanto detto esplicitamente in quel fondamentale testo che è il Decretum Gratiani (sec. XII), che attesta (c. 5, dist. XI) esser state ricevute come “istituzioni ecclesiastiche” quelle “confermate” in base “alle scritture e alla tradizione apostolica da coloro che si sono succeduti nel magistero” (p. 149, n. 28).

Il Vaticano Primo ha riproposto integralmente la dottrina tridentina (cap. 3 De fide nella costituzione dogmatica Dei Filius), arricchendola di un significativo riferimento al Magistero della Chiesa: “Si devono pertanto credere di fede divina e cattolica tutte quelle [verità] che sono contenute nella parola di Dio scritta o tramandata [oralmente] e che sono proposte dalla Chiesa da credersi come rivelate da Dio, sia nell’esercizio del suo magistero straordinario (solemni iudicio) che nell’esercizio di quello ordinario ed universale”(p. 161 – DS 3011). Deve essere chiaro, per il credente, che le due fonti della Rivelazione sono garantite unicamente dal Magistero straordinario ed ordinario della Chiesa. L’Autore sottolinea giustamente l’importanza del nesso, riaffermato dal Vaticano Primo in modo netto ed indiscutibile, tra Magistero da un lato e Scrittura e Tradizione dall’altro. Quel Concilio, infatti, “dichiara che Scrittura e Tradizione stanno su un medesimo piano, tant’è che le verità trasmesse o dall’una o dall’altra godon d’una medesima ‘nota theologica’: sono, cioè, ‘de fide divina et catholica’, rivelate da Dio e dalla Chiesa come tali riconosciute e proposte. Emerge, pertanto, la decisiva importanza, in tutta la questione, della parola magisteriale della Chiesa: da tale parola dipende la nota ‘de fide divina et catholica’”(pp. 161-162). Anche il Magistero diventa allora fonte della Rivelazione? Possiamo dire che lo diventi, ma in modo ben diverso da quello rappresentato dalle due fonti originarie. Continua infatti Mons. Gherardini: “ Alla fonte scritta ed a quella orale, può esser aggiunto, come fonte immediata, anche l’intervento magisteriale della Chiesa, tenendo conto però che tale intervento si configura come strettamente collegato con la Scrittura e la Tradizione non per identificarsi con esse, com’è stato troppo affrettatamente dichiarato, ma quale organo autentico e divinamente istituito per la custodia, l’interpretazione e la trasmissione in ogni tempo ed in ogni luogo della divina Rivelazione”(p. 162).

3. Il Vaticano II: nella ‘Dei Verbum’ appare una discontinuità dottrinale. La costituzione (non dogmatica) Dei Verbum sulla divina Rivelazione (DV) propone una dottrina in armonia con quanto insegnato precedentemente dalla Tradizione della Chiesa – con l’infallibilità del suo magistero ordinario e straordinario – sulle fonti della Rivelazione ossia con la dottrina del Tridentino e del Vaticano Primo? La risposta di Mons. Gherardini è negativa (pp. 165-186).

Ricordo preliminarmente che la dottrina di un Concilio Ecumenico, sia esso solo pastorale o dogmatico, per esser valida, deve sempre dimostrarsi in armonia e continuità con tutto il Magistero che lo ha preceduto, sia straordinario che ordinario. Il principio è di per sé evidente; fu tuttavia enunciato in modo formale al secondo Concilio ecumenico di Nicea, dell’anno 787. Nella DV, il significato della Tradizione in senso teologico specifico (e non generico o culturale) nei suoi rapporti con la Sacra Scrittura appare soprattutto negli articoli 8, 9, 10, 11. Riporto l’essenziale della critica di Mons. Gherardini a questi articoli.

4. La lacuna nell’art. 8 DV: non appare chiaramente il valore dogmatico della Tradizione. L’art. 8 stabilisce il concetto della Tradizione, ricordando, sulla scia del Tridentino e del Vaticano Primo, che “il messaggio della salvezza” fu prima predicato oralmente e poi messo per iscritto (p. 172). La natura della Tradizione consiste “nel fatto che essa – continua l’art. 8 – è costituita da ciò che fu trasmesso dagli apostoli e che comprende tutto quanto concorre ad una santa condotta del popolo di Dio nonché all’incremento della Fede”. Se ne afferma anche il “progresso” nella comprensione della stessa, in termini che ricordano il noto principio del “progresso estrinseco”: “non una nuova rivelazione […] ma una conoscenza più piena, più adeguata, “sapienziale” e scientifica – storica, logica, filosofica e filologica – delle verità salutari, contenute nel sacro deposito”(p. 173). In questa apparente conformità dell’art. 8 con i concetti tramandati, si nota tuttavia una lacuna: non c’è l’espresso riconoscimento del “valore dogmatico della Tradizione”. Il testo “lega alla Tradizione l’esistenza del canone dei Libri Sacri” e dichiara che, grazie ad essa, sotto l’azione dello Spirito Santo, “la viva voce dell’Evangelo risuona nella Chiesa e nel mondo”, ma da tutti questi riconoscimenti non si passa mai ad affermare a chiare lettere che la Tradizione (non scritta) deve considerarsi anch’essa indiscussa fonte del dogma della fede (p. 174). Tale lacuna sembra preparare la strada all’errore contenuto nell’art. 9 successivo, che tenta di ridurre ad una sola le due fonti della Rivelazione. L’art. 8 – postillo – sembra immettere nel concetto di “progresso estrinseco” di cui sopra, l’idea del tendere ad una pienezza del vero, che la Chiesa ancora non possiederebbe, a quasi venti secoli dalla sua divina istituzione! Infatti, il paragrafo che racchiude la nozione di “progresso estrinseco” si conclude nel seguente modo: “Così la Chiesa nel corso dei secoli tende incessantemente alla pienezza della verità divina (ad plenitudinem divinae veritatis iugiter tendit), finché in essa vengano a compimento le parole di Dio”. Non è proprio un simile “tendere”, che fatalmente si zavorra di tutti gli apporti profani possibili, ad innervare l’attuale (inaccettabile) nozione di “tradizione vivente”? (L’idea della “pienezza” – che esprime una sorta di Sehnsucht verso l’Indeterminato – è nozione usata, in vari contesti, in modo caratteristicamente ambiguo dal Concilio). È una tradizione ispirata a simile concetto di “verità” quella che viene presentata subito dopo in DV 8 come “vivente” o “vivificante”: “Le asserzioni dei santi Padri attestano la vivificante presenza di questa tradizione, le cui ricchezze sono trasfuse etc.(huius Traditionis vivificam testificantur praesentiam)”.

5. L’errore della reductio ad unum delle due fonti in DV 9. In quest’articolo si afferma che: “ambedue scaturiscono dalla stessa divina sorgente, esse formano in certo qual modo un tutto e tendono allo stesso fine (in unum quodammodo coalescunt et in eundem finem tendunt). Infatti, la sacra Scrittura è la parola di Dio in quanto consegnata per iscritto per ispirazione dello Spirito divino; quanto alla sacra tradizione, essa trasmette integralmente la parola di Dio – affidata da Cristo Signore e dallo Spirito Santo agli Apostoli – ai loro successori, affinché, illuminati dallo Spirito di verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano”(art. 9 DV). Qual è il supporto teologico di simile “reductio” o “coalescere”? Esso è costituito, nota l’Autore, dall’uguaglianza di origine e finalità: l’aver la stessa origine in Dio e la trasmissione delle verità rivelate come scopo (entrambe le fonti esistono per trasmetterle). Ma, sottolinea egli, da questa comune finalità non è lecito trarne la conclusione che esse “coalescunt in unum”. “Tutto ha origine in Dio, ma non tutte le cose “coalescunt” [si unificano]. Anzi, proprio l’uguaglianza d’origine è causa di differenziazione. Si pensi all’ispirazione biblica […] Ispirazione ed assistenza [dello Spirito Santo] hanno una medesima origine divina. Ma l’una è della Scrittura [dello scrittore ispirato], l’altra della Tradizione [custodita e trasmessa con l’assistenza dello Spirito Santo]” (pp. 176-177). Infatti, noi diciamo che il Magistero, nel mantenere e trasmettere il deposito della fede, è assistito dallo Spirito Santo, non che esso goda ad ogni sua pronuncia di un’ispirazione divina, come se ricevesse ogni volta una nuova Rivelazione.

Inoltre, “la parola scritta è quella stessa degli apostoli, i cui successori han lo stretto dovere di coscienza e d’ufficio di conservar intatta ed inalterata; la parola detta, al contrario, pur essendo anch’essa fonte e tramite della parola di Dio, gode d’una libertà espressiva che le garantisce il più volte accennato progresso estrinseco. A sua volta, però, costituisce il vasto orizzonte al cui interno esegesi biblica e Magistero – tanto solenne quanto ordinario – ritrovan la Rivelazione originaria e, alla luce di essa, la certezza dogmatica. Inoltre, dal momento che non tutta la Tradizione venne travasata nello scritto, questo si ritrova certamente pienamente e totalmente in essa, ma non questa in quello” (p. 177). Da tutte queste considerazioni, si deduce che è arduo dare un senso alla “reductio ad unum” delle fonti, prospettata da DV 9 (ivi). In quest’articolo si nota poi una contraddizione. Dopo aver affermato che Tradizione e Scrittura “coalescunt in unum”, il testo torna a considerarle separatamente, affermando per di più che la Tradizione “trasmette integralmente (integre) la parola di Dio”. Ma questo “integralmente” non rende allora superflua la stessa reductio ad unum? Nel finale dell’articolo, la contraddizione diventa poi clamorosa: “ne risulta così che la Chiesa attinge la certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Scrittura e che di conseguenza l’una e l’altra devono essere accettate e venerate con pari sentimento di pietà e riverenza”. Se le due fonti “formano un tutto”, come può allora la Chiesa ottenere la certezza su tutte le cose rivelate anche senza ricorrere alla Scrittura, ossia grazie alla sola Tradizione? Allora ritorna la complementarità delle due fonti insegnata dal Tridentino e dal Vaticano Primo?

6. DV 10 integra erroneamente il Magistero nell’unicità del Sacro Deposito. Non contenta di aver unificato Tradizione e Scrittura, DV 10, dopo aver ribadito la supposta unicità delle fonti della Rivelazione (“la sacra tradizione e la sacra Scrittura costituiscono un solo sacro deposito (unum…depositum) della parola di Dio affidato alla Chiesa”), l’estende sino ad includervi (nel terzo capoverso) anche il Magistero, allontanandosi anche qui dalla dottrina precedente. Mons. Gherardini replica: “Essendo deposito, interprete e canale della parola di Dio, il Magistero incarna in special modo la Tradizione, ma non s’identifica con essa, stante la diversa natura e le diverse finalità. Su queste diversità, anzi, si fonda la distinzione del Franzelin sulla Scrittura come “regula remota” ed il Magistero come “regula proxima” della fede” (pp. 175-176).

7. DV 11 attenta al dogma dell’inerranza dei Sacri Testi. Questa anomala identificazione è, secondo l’Autore, funzionale a quanto affermato nel successivo art. 11 DV, che si occupa del fondamentale nesso tra “Ispirazione e verità della Scrittura” (uno degli articoli – ricordo – più contestati dell’intero Concilio), riducendo di fatto il coalescere in unum alla sola Scrittura. Infatti, nota l’autore, quest’articolo, nel suo esordio, parla di “cose divinamente rivelate”, aggiungendo immediatamente: “contenute ed espresse nei libri della Sacra Scrittura” e specificando che si tratta dei libri dell’Antico e del Nuovo Testamento con tutte le loro parti. Della Tradizione e del Magistero, sottolinea Mons. Gherardini, più nessuna traccia ( p. 179).

All’inizio, l’articolo afferma correttamente che gli agiografi erano ispirati da Dio al fine di scrivere “quali autori, le cose da Dio volute e solamente quelle”. Tuttavia “pesa”, anche qui, la mancanza di qualunque accenno alla Tradizione, mancanza ancora più grave in relazione a quanto poi dichiarato circa l’inerranza dei Libri Sacri. “Ad essa la Tradizione avrebbe potuto dar una sicura conferma ed un contributo di certezza. Il silenzio, invece, è – forse volutamente – funzionale ad una gravissima innovazione, assolutamente insostenibile, contraddetta dalla Tradizione medesima e dalla dottrina corrente, ai limiti perciò non solo del theologically correct ma della Fede stessa” (pp. 179-180. Corsivi miei). L’innovazione risulta dal seguente passo: “Poiché dunque tutto ciò che gli autori ispirati o agiografi asseriscono è da ritenersi asserito dallo Spirito Santo, bisogna ritenere, per conseguenza, che i libri della Scrittura insegnano con certezza, fedelmente e senza errore la verità che Dio, per la nostra salvezza, volle fosse consegnata nelle sacre Scritture (veritatem, quam Deus nostrae salutis causa Litteris Sacris consignari voluit, firmiter, fideliter et sine errore docere profitendi sunt)”. Dopo aver affermato che tutto ciò che gli agiografi asseriscono viene dallo Spirito Santo, la caratteristica dell’inerranza viene attribuita solamente alla “verità salutare” o “salvifica”, ad una parte del tutto. Ma, se lo Spirito Santo ha ispirato tutto ciò che gli agiografi hanno scritto, l’inerranza dovrebbe applicarsi a tutto, non alle sole verità salvifiche. Il testo appare perciò illogico (p. 180). È comunque chiaro che questo testo “delimita l’inerranza al solo messaggio salvifico, ovvero alle verità della Rivelazione direttamente ordinate all’umana salvezza, e non p.e. ad una narrazione storica degli agiografi o ad una loro descrizione geografica” (p. 181). Ma non è forse vero, come disse S. Agostino, che la Bibbia “Christianos facit, non mathematicos” e che l’agiografo scrive ciò che appare ai suoi sensi, come osservava S. Tommaso? È vero, continua l’Autore, che in ambito storico e scientifico la Bibbia presenta a volte dati oggettivamente erronei (ivi). Ma ciò non significa – aggiungo – che i fatti narrati non siano veri. Quei dati, erano i dati della storia e della scienza come apparivano ed erano conosciute agli uomini di quel tempo, conoscenze parziali e limitate, che Dio appunto non sentiva la necessità di rettificare con una Sua rivelazione, che avrebbe comunque prodotto solo una migliore conoscenza profana, del tutto inutile alla salvezza dell’anima.

Ma torniamo alla DV, alla gravità di quanto in essa erroneamente insinuato. “Non si può accoglier a cuor leggero la limitazione dell’inerranza biblica alla sola rivelazione di ciò che concerne il mondo di Dio e l’umana salvezza; essa è un rotondo no ad una dottrina che, se pur non definita, è costante nella storia della Chiesa […] Purtroppo, s’è fatto l’orecchio del mercante. L’idea dell’inerranza biblica, almeno nella realtà fattuale se non proprio teologicamente e teoreticamente, è stata ristretta: dalla Sacra Scrittura, ad alcune sue parti, riguardanti direttamente o no il messaggio salvifico”(p. 183). Questo “significato riduttivo” è stato poi “travasato dai documenti del Concilio nel magma indefinibile del postconcilio, al cui interno per ben cinquant’anni, ininterrottamente indisturbatamente e quel ch’è peggio “legittimamente”, va dettando legge”(ivi).

Quale allora, in conclusione, il giudizio finale dell’Autore sulla “Tradizione del Vaticano II”? “Non credo che si tratterebbe d’esagerazione se usassi l’espressione rivoluzione copernicana […] La Tradizione del Vaticano II è altro, se non proprio tutt’altro, rispetto al Tridentino, al Vaticano Primo, alla più che bimillenaria storia ecclesiale”. Infatti, per il Vaticano II, “il rapporto Scrittura-Tradizione assorbe la dualità nell’unicità. L’una e l’altra “coalescunt” e nel composito unitario s’affaccia persino il Magistero. La teoria delle due fonti – i “libri scripti” e le “sine scripto traditiones” – superata ed annullata. La distinzione fra “regola prossima e regola remota della Fede” negata. La questione del progresso c.d. dogmatico, e per questo inclusivo pure della Tradizione, risolta con l’apertura ad ogn’influsso culturale, anche al più contraddittorio, nell’ingenua prospettiva del reciproco arricchimento” (pp. 185-186).

 

13 luglio 2011

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