IL VATICANO II RILETTO ALLA LUCE DELLA TRADIZIONE – di Piero Vassallo

di Piero Vassallo


 

Iniziata dalla strabiliante lezione di Alexandr Kojève sulla radice nichilistica/thanatofila della filosofia di Hegel, accelerata dall’interpretazione accademica (heideggeriana) del furente dionisismo di Nietzsche e perfezionata dal mostruoso e sbalorditivo influsso della teologia nazista nella scolastica francofortese, la rivolta del pensiero moderno contro se stesso è ormai al punto di non ritorno.

Avvertita da Benedetto XVI, tale evidenza  pone la necessità inderogabile di correggere le tesi  dei cattolici modernizzanti intorno alla possibile riconciliazione con un universo teoretico irrimediabilmente segnato dalla schizofrenia post-illuminista, ovvero dalla guerra della cometa jettatoria contro i pensieri della cometa trionfalista.

I moderni apostati, invece di correggere i loro errori, hanno incrementato la loro ostilità nei confronti della vera fede e la loro refrattarietà ai princìpi di ragione, smentendo le tesi che animavano  l’indulgenza dei nuovi teologi e deludendo il generoso apprezzamento della loro inclinazione all’autocritica formulato da Giovanni XXIII nell’allocuzione inaugurale del Vaticano II, Gaudet Mater Ecclesia.

L’ottimismo mordeva i freni della cautela: “Lo spirito della modernità e la Chiesa, ha scritto di recente Benedetto XVI, non si guardavano più con ostilità, ma camminavano l’uno verso l’altro. Il Vaticano II era cominciato in questo clima ottimistico della riconciliazione finalmente possibile fra epoca moderna e fede; la volontà di riforma dei suoi padri ne era plasmata. Ma già durante il concilio questo contesto cominciò a mutare“.

llDi qui l’urgenza, di aggiornare la definizione dell’errore moderno e di scoprire e neutralizzare, fra le righe del Concilio Vaticano II e del paraconcilio, le orme della benevolenza tradita e dell’ottimismo deluso.

L’anacronistica ostinazione dei teologi modernizzanti, in quelle orme crede, infatti, di leggere l’intenzione di dialogare con il mondo assumendo “la filosofia prevalente nella modernità, agnostica e scettica quanto al mistero, dubbiosa e formalmente fenomenica”.

Padre Serafino Lanzetta, giovane e brillante studioso, all’avanguardia nella corrente dei teologi fedeli alla Tradizione e obbedienti al Papa, sostiene che la Chiesa è turbata da un accecamento storicista, incapace di comprendere che “il Vaticano II non si identifica con la Tradizione della Chiesa, non è il suo fine: questa è più grande, mentre il Concilio ne è un momento espressivo e solenne, si dimentica poi il suo carattere magisteriale ordinario, sebbene espresso in forma solenne dall’Assise conciliare, per sé non infallibile; si dimentica infine, che i documenti del Vaticano II – a differenza di Trento e del Vaticano I – sono distinti in Costituzioni, Dichiarazioni e Decreti e pertanto non hanno tutti il medesimo valore dottrinale, rimanendo pur sempre chiara e fontale l’attitudine generale del Concilio, di insegnare in modo autentico ordinario”. (Cfr. “Iuxta modum Il Vaticano II riletto alla luce della Tradizione della Chiesa”, Cantagalli, Siena 2012).

Padre Lanzetta afferma risolutamente che “la Chiesa trascende il Concilio e ogni sua manifestazione” quindi stabilisce la necessità “di far ritornare il Concilio Vaticano II nell’alveo della Chiesa: prima la Chiesa e poi i suoi concili”.

E’ tuttavia da respingere la pretesa di correggere il Vaticano II, “utopia di chi vuole riscrivere la storia che più non c’è o di chi vuole semplicemente abolire ciò che non gli piace”.  Il compito che incombe all’autorità cattolica è interpretare correttamente il Vaticano, “rispettando la sua posizione magisteriale di Concilio ecumenico con un taglio eminentemente pastorale, più pastorale che dottrinale“.

Opportunamente padre Lanzetta cita il giudizio comunicato confidenzialmente a Vinicio Catturelli da un cardinale sudamericano: “Un errore forse è stato quello di dar troppa importanza al Concilio. … E’ necessario sgonfiare il pallone del Super-Concilio, o forse si sta già sgonfiando”.

Il regnante pontefice, quasi assolvendo l’auspicio dei teologi fedeli alla Tradizione, ha avviato la critica di alcune ingenue e abbagliate concessioni al moderno che si leggono nella Gaudium et Spes dimostrandone la dipendenza da un equivoco intorno alla realtà dei nuovi tempi: “Dietro l’espressione vaga mondo di oggi vi è la questione del rapporto con l’età moderna. Per chiarirla sarebbe stato necessario definire meglio ciò che era essenziale e costitutivo dell’età moderna. Questo non è riuscito nello Schema XIII”.

Il male che tormenta la Cristianità non è l’eresia ma la banalità del consenso tributato dai teologi di giornata a un oggetto conosciuto superficialmente.

 

vt

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