In margine al progetto di legge sulla legittima difesa. È giusto reagire all’ingiusta aggressione? – di Carla D’Agostino Ungaretti

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“Pater noster … libera nos a Malo” (Mt 6, 13)

di Carla D’Agostino Ungaretti

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Pochi giorni fa stampa e TV si sono occupati diffusamente della discussione parlamentare riguardante la legittima difesa personale e i casi in cui essa possa essere ritenuta, appunto, legittima e quindi punibile o meno. Lo spiritoso “Dialoghetto sulla nuova legge in materia di difesa personale” di Alfonso Indelicato (Riscossa Cristiana del 5.5.2017) da un lato mi ha divertito molto facendomi apprezzare lo straordinario senso dell’umorismo dell’Autore (grande dono di Dio), ma dall’ altro mi ha fatto constatare per l’ennesima volta la pochezza pratica, culturale, spirituale, politica e scioccamente buonista della nostra classe politica. E infatti che altro si può dire di una legge che legittima la difesa personale solo se l’aggressione avviene di notte? Per i rappresentanti del pensiero liberal – progressista di sinistra, sostenitori di questa idiozia, la vita umana è sacra ma, si badi bene, non quando si tratta di abortire un figlio indesiderato, perché allora è riconosciuta e tutelata la licenza di uccidere. Allora, secondo quella corrente di pensiero è meglio correre il rischio di essere assassinati da un aggressore piuttosto che ucciderlo per difendere la propria casa e i frutti del proprio lavoro.

Devo tuttavia riconoscere che questo progetto di legge (l’interesse per il quale è stato rapidamente retrocesso in secondo piano dagli entusiasmi per l’elezione del nuovo presidente francese) mi ha suscitato una piccola crisi spirituale perché mi ha messo di fronte alla mia posizione personale che (lo dichiaro senza peli sulla lingua) è razionalmente e incondizionatamente favorevole alla totale impunibilità della difesa personale, per i motivi che più avanti cercherò di spiegare1. Ma devo anche aggiungere che questa mia convinzione personale non mi lascia certo la coscienza tranquilla; cerco allora di riflettere.

Per mia fortuna non mi sono mai trovata in una di quelle tragiche situazioni, ma quando ne vengo a conoscenza non posso fare a meno di domandarmi come reagirei se mi trovassi a viverle davvero. Istintivamente rispondo che, se mi ritrovassi in casa uno sconosciuto intenzionato a rubare, probabilmente rimarrei paralizzata dalla paura, soprattutto se gli vedessi in mano una pistola o un coltello, e poiché la percezione della minaccia o del pericolo è sempre soggettiva, come farei a capire a colpo d’occhio se si tratta di un’arma vera o di un giocattolo? Credo perciò che gli permetterei senza fiatare di vuotarmi la casa, come capitò a una coppia di miei anziani amici i quali furono  stati depredati sotto i loro occhi di oggetti cari e di ricordi di famiglia, preziosi per loro ma di scarso valore commerciale. Ma è giusto, dal punto di vista cristiano, non reagire affatto?

Mi tornano in mente due episodi paradigmatici del perfetto comportamento cristiano. Il primo è tratto, se ben ricordo, dai “Fioretti di S. Francesco”. Mi fu narrato al tempo della mia preparazione alla Prima Comunione e colpì talmente la mia mente di bambina che non l’ho più dimenticato. Un giorno, mentre il Poverello era assente, alcuni ladri entrarono nel rifugio dei fraticelli e rubarono un po’ di pane e qualche altra umile provvista messa da parte per  avere qualcosa da mangiare il giorno dopo. Al suo ritorno Francesco udì quello che era avvenuto ma, comprendendo che i ladri erano dei poveri affamati, forse ancora più poveri dei suoi fratelli, invece di rincorrerli per riprendersi quel che era suo, andò a prendere un altro po’ di provviste che erano rimaste e andò a cercarli gridando: “Fratelli, tornate! C’è dell’altro cibo che avete dimenticato!”.

L’episodio fa sorridere di commozione e ammirazione  per la santità di Francesco – che veramente secondo l’espressione dello stesso Gesù, “lasciò anche il mantello a chi voleva portargli via la tunica”- ma è realistico pensare che se oggi un ladro entrasse in casa nostra e portasse via il televisore e l’argenteria, noi correremmo a dargli anche il computer?

L’altro episodio, notissimo e analogo al primo, è tratto da “I Miserabili” di Victor Hugo, che forse si ispirò al gesto di S. Francesco. Il protagonista Jean Valjean, appena uscito dal bagno penale dove ha scontato una crudele e spropositata condanna per un furtarello di minima entità,  nella sua prima notte da uomo libero trova un ricovero e un letto nella casa dell’ospitale Vescovo Myriel. Ma l’indomani mattina, prima di ripartire, egli ruba al suo benefattore alcune posate d’argento. Trovato dai Gendarmi con indosso la refurtiva, viene ricondotto dal Vescovo ma il sant’uomo, invece di denunciarlo per furto, dichiara ai poliziotti di essere stato lui a fargli quel dono e per di più gli regala anche un prezioso candeliere. Questo gesto di cristiana pietà, anche se compiuto con una menzogna pronunciata a fin di bene, sarà all’origine della conversione di Jean Valjean (una vera metànoia) e della sua futura dedizione ad opere filantropiche. Ma chi di noi troverebbe la forza spirituale di agire come S. Francesco e come il Vescovo Myriel?

Tutto ciò mi riconduce all’osservazione che facevo poc’anzi e allora devo cercare una risposta a questa tremenda domanda : Fino a che punto, per il cristiano, vale la pena di difendere dai ladri i suoi beni, frutto del suo duro e onesto lavoro?  Anche un altro ricordo affiora alla mia mente: un terribile fatto di cronaca avvenuto molti anni fa che mi impegnò in accalorate discussioni familiari. Un famoso calciatore della Lazio (di cui al momento non ricordo il nome, ma molti lo ricorderanno) grande campione conosciuto e idolatrato da tutti i tifosi laziali – al quale evidentemente i numerosi goal segnati avevano dato alla testa – sentendosi un giorno in vena di scherzare, entrò in una gioielleria di Roma brandendo una pistola giocattolo e gridando: “Questa è una rapina!” nella certezza che il gioielliere lo avrebbe immediatamente riconosciuto e l’episodio sarebbe finito tra risate e reciproche pacche sulle spalle. Non andò così, purtroppo. Il gioielliere, messo sull’avviso da precedenti tristi esperienze, non esitò a tirare fuori la propria pistola (vera) e a fare fuoco contro il povero ragazzo freddandolo all’istante. Non ricordo quali furono le conseguenze giudiziarie per il gioielliere, altrettanto da compiangere quanto la sua vittima, ma la mia precedente domanda si rafforza.

Sia il Codice di Diritto penale (art. 52) che il Catechismo della Chiesa Cattolica ammettono la legittima difesa a patto che “la difesa sia proporzionata all’offesa” . Ma io mi domando come – in quei momenti terribili in cui bisogna prendere in pochi secondi una decisione che si può rivelare tragica – si possa distinguere se la pistola dell’aggressore sia un’arma vera o un giocattolo e come si possa “dosare” la propria reazione quando la necessità primaria è quella di neutralizzare  comunque l’aggressore.  Allora: Vale la pena di correre il rischio di uccidere il ladro, vero o presunto, come a volte è avvenuto anche in Italia?

Io – cattolica “bambina” che si sforza di avere una visione dell’esistenza totalmente cristiana, anche se spesso non ci riesce –  risponderei  decisamente: NO, ma un sacerdote americano, con il quale ebbi una volta occasione di discuterne, non ebbe dubbi a rispondere affermativamente, come la maggior parte dei suoi connazionali, anche ferventi cristiani, per i quali la proprietà privata è sacra e merita di essere difesa ad oltranza, nonostante le terribili conseguenze, che tutti conoscono, derivanti dal possesso indiscriminato di armi da fuoco, sancito come diritto costituzionale. Probabilmente questo modo di pensare è un retaggio dello spirito della “frontiera” che animava i pionieri dei secoli passati impegnati a difendere se stessi, le proprie famiglie e la propria casa dai mille pericoli rappresentati dai numerosi fuorilegge e dagli animali insidiosi così frequenti nelle terre sconfinate e dalla natura spesso ostile degli Stati Uniti che stavano nascendo ed erano ancora privi del regolare controllo delle istituzioni. Ecco dimostrata la confusione spirituale che il demonio è capace di suscitare nell’anima umana.

Ma non sono solo questi i casi che mi vengono in mente. Il Presidente francese emerito Hollande decise l’anno scorso di accordare la grazia presidenziale a una donna condannata in appello a 10 anni di carcere per aver ucciso il marito che l’aveva sempre picchiata durante i loro 47 anni di vita matrimoniale e che aveva anche più volte violentato le figlie2. Come giudicare (ma forse è meglio dire considerare, o valutare ), il tragico gesto di quella disgraziata donna? Forse non era in condizione di sfuggire a quel mostro e 47 anni di dolore e umiliazione le avevano obnubilato il cervello al punto di farle pensare che l’omicidio fosse l’unico mezzo efficace per sopravvivere  insieme alle sue figlie. Sempre d’istinto mi verrebbe da dire che già la condanna dei giudici a 10 anni di reclusione in questo caso mi sono sembrati eccessivi e bene fece il Presidente Hollande a concederle la grazia. Ma neppure questa risposta mi soddisfa.

Qualche anno fa posi a un teologo moralista un quesito in merito alla liceità di reagire con la violenza all’ingiusta violenza ed egli negò in pratica la liceità morale della legittima difesa rispondendomi con una domanda che mi disorientò:  “Chi mi dice, se fossi aggredito da un malintenzionato, che la mia vita sia più importante della sua?”.  Non seppi cosa rispondere e il discorso allora finì lì, perché avevo già abbondante materia di riflessione, ma successivamente ebbi molte occasioni di tornare a rifletterci sopra domandandomi: “Ma se nell’ingiusta aggressione è coinvolta una terza persona innocente, come un bambino o una persona a me cara, non ho il diritto/dovere di fare qualunque cosa per difenderla?”

Infatti sono molti i passi del Vangelo che mi mettono in crisi, e credo non solo me: “Avete inteso che fu detto “occhio per occhio e dente per dente”; ma io vi dico di non opporvi al malvagio, anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica tu lascia anche il mantello” (Mt 5, 38 – 39,), ma Gesù ha un insegnamento anche per la potenziale vittima del furto. Infatti al quel versetto fa da contraltare un altro: “Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano …” (Mt 6, 19). Allora insisto: che deve fare per difendersi il cristiano che ha lavorato duramente e onestamente per assicurare una vita tranquilla alla sua famiglia? Ha il diritto di difendersi e reagire all’ingiustizia con i mezzi a sua disposizione?

Sono arrivata a un punto della mia riflessione che mi tocca un nervo scoperto. Se, con l’inganno, entrasse in casa mia un malintenzionato e mi capitasse di vedere mio marito o mio figlio coinvolti  in una colluttazione con lui e in procinto di avere la peggio (perché  essi non sono certo degli stuntmen esperti di scazzottate quali si vedono nei film americani) io credo che, nonostante il mio carattere mite e tutt’altro che bellicoso, le mie ghiandole surrenali scatenerebbero un tale fiume di adrenalina che non esiterei un attimo a correre in cucina per afferrare il coltello più acuminato che possiedo e piantarlo nella schiena dell’aggressore, non certo con l’intenzione di ucciderlo, ma di renderlo comunque inoffensivo. Ecco il punctum dolens di tutto il mio ragionamento: sia che con la mia coltellata sia riuscita a mettere l’aggressore in  condizione di non nuocere, sia che invece lo abbia ucciso, proverei pentimento e dolore per quello che ho fatto?  Penso di no, come penso che non sia riuscita a provare pentimento la donna francese che, solo con un omicidio, è riuscita a salvare le sue figlie da un padre diabolico.

A mala pena riesco a immaginare quale sarebbe successivamente il mio comportamento se incappassi in una simile tragedia. Sicuramente non mi sottrarrei alle mie responsabilità penali, mi consegnerei subito ai Carabinieri e affronterei il mio destino giudiziario, quale che esso fosse. Chiederei immediatamente l’assistenza spirituale di un sacerdote che mi aiutasse a vedere chiaro in me stessa e avrei poi bisogno di un lungo periodo di purificazione interiore, perché la nube oscura e soffocante che avvolgerebbe il mio spirito, unita però alla consapevolezza di aver salvato la vita di mio marito o di mio figlio, mi impedirebbe di provare pentimento. Da questo capisco quale grande peccatrice io sia e quanto sia lontana dalla santità.

Infatti ancora una volta Il Vangelo torna a mettermi in crisi perché c’è un episodio, riferito da tutti e quattro gli evangelisti che merita a questo punto di essere meditato. Dopo l’Ultima Cena, Gesù e gli apostoli arrivano al podere detto Getsemani e qui sono raggiunti da un distaccamento di soldati, armati di spade e bastoni per arrestarlo e condurlo davanti al Sinedrio,  guidato dal traditore Giuda  che, baciandolo, lo fa riconoscere da loro. “Allora quelli che erano con lui, vedendo ciò che stava per accadere, dissero: “Signore, dobbiamo colpire con la spada? E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio destro. Ma Gesù intervenne dicendo: “Lasciate, basta così” e toccandogli l’orecchio lo guarì” (Lc 22, 49 – 51). Ecco un preciso esempio diguarigione medico – chirurgica operata da Gesù senza una componente psicosomatica3.

Matteo riporta la disapprovazione di Gesù per questo gesto compiuto per difenderlo: “Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada. Pensi forse che io non possa pregare il Padre mio che mi darebbe subito più di dieci legioni di angeli? Ma come allora si adempirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?” (Mt 26, 52 – 54). Giovanni aggiunge due particolari facilmente smentibili, se fossero inesatti, e perciò avvalorano la storicità dell’evento: il servo del sacerdote si chiamava Malco e il difensore era Simon Pietro. “Gesù allora disse a Pietro: “Rimetti la tua spada nel fodero; non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?” (Gv 18, 10 – 11).

Pietro, il cui carattere è leale e impetuoso, mette a rischio la propria vita per difendere Gesù (chi più innocente di Lui?) perché non aveva ancora compreso i piani salvifici di Dio ma il Maestro, pur senza condannarlo esplicitamente, respinge questa difesa  e ci impartisce un nuovo insegnamento, quello al quale le parole del teologo moralista di cui parlavo poc’anzi  erano perfettamente conformi.

Concludendo questa mia riflessione mi rendo conto di aver formulato molti interrogativi ai quali, nei miei limiti di cattolica “bambina,” non so dare risposta e questa consapevolezza mi fa capire quanto io sia debole e sprovveduta di fronte al Male. Ma non solo io: è facile ritenersi buoni cristiani e onesti cittadini perché non ci siamo mai trovati in certe situazioni estreme, ma se queste si verificassero come ci comporteremmo? Il Bene e il Male vivono in un  equilibrio precario dalla notte dei tempi, cioè da quando fu commesso il peccato originale, e basterebbe un nonnulla per farci perdere quel delicato equilibrio. Lo aveva capito bene S. Paolo: in certe tragiche occasioni siamo indotti non a compiere il bene che vogliamo, come S. Francesco e il Vescovo Myriel, ma il male che non vogliamo perché il Male è sempre accanto a noi (Rm 7, 15 ss). Allora comprendiamo meglio la necessità assoluta di pregare ogni giorno il Padre perché ci liberi dal Male.

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1  Voglio precisare che sono diversi gli articoli su questo argomento con i quali mi sono sentita in completa sintonia. Ne cito solo un paio: “Legittima difesa: quando la legge istiga a delinquere” di Lorenzo Scotti, ORDINE FUTURO del 6.5.2017; “Legittima difesa, illegittima offesa al senso comune” di Roberto Pecchioli,  RISCOSSA CRISTIANA dell’8.5.2017.

2  Cfr IL CORRIERE DELLA SERA, 2. 2. 2016, pag. 15.

3  Sarà stato forse lo Spirito Santo a ispirare a Luca, che era medico, la citazione di questo miracolo, l’ultimo compiuto da Gesù prima della Sua morte?

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7 commenti su “In margine al progetto di legge sulla legittima difesa. È giusto reagire all’ingiusta aggressione? – di Carla D’Agostino Ungaretti”

  1. La teologia morale ha sempre ribadito che in questi casi la mia vita vale più di quella del prossimo che aggredisce. Anzi, alcuni teologi morali affermano che farsi ammazzare è peccato perché la vita non è nostra e dobbiamo difenderla sempre… Sempre più confusione, non se ne può più.
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  2. Il calciatore si chiamava Luciano Re Cecconi, centrocampista della Lazio.
    Per la cronaca: il gioiellere fu assolto.

  3. Gentile signora Ungaretti, nulla da aggiungere sulle sue considerazioni in materia teologica. Dal punto di vista giuridico, Le assicuro che l attuale disciplina sulla legittima difesa, di cui all art 52 c.p., funziona benissimo così com è.
    Nessuno, in Italia, è mai stato condannato per essersi difeso da un aggressione alla persona in corso.
    Anche il gioielliere che ha sparato al calciatore Re Cecconi che lei ha citato è stato assolto dopo un breve processo per legittima difesa putativa.
    Tutti i casi in cui vi è stata una condanna sono casi in cui chi ha ucciso (un ladro) lo ha colpito mentre era in fuga oppure avendo la possibilità di chiamare la polizia invece di agire da sé.
    Non si tratta quindi di legittima difesa ma di vero e proprio omicidio (colposo o volontario che sia).
    Un caro saluto

  4. Cesaremaria Glori

    Desidero confutare quel teologo che le rispose negativamente ponendosi la domanda se la sua vita fosse più importante di quella dell’aggressore. Eh, no caro teologo! Costui attribuisce al soggetto aggredito la facoltà di un giudizio che compete soltanto a Dio. All’aggredito compete il dovere, non soltanto il diritto, di preservare la sua vita che è dono di Dio; l’inettitudine a reagire al pari della paura è segno di viltà, massimamente se la propria vita è preziosa per altri che dipendono dalla sua attività e dalla sua protezione. Nella difesa della propria incolumità non si può discettare di eccesso rispetto alla potenziale offesa. L’aggredito non ha mai la possibilità di valutare quale potrà essere la capacità offensiva dell’aggressore. Lo potrà sapere soltanto ad evento concluso ma se sbaglia non avrà più il tempo di piangere la sua prudenza. Siamo arrivati ad un punto tale di deviazione dai principi fondamentali del Diritto da porre il bene della vita propria come un diritto soggetto a valutazione cognitiva delle intenzioni della controparte, cioè un diritto derivante da un

  5. Cesaremaria Glori

    rapporto e non come diritto perfetto a tutela dell’unico vero bene proprio dell’umana persona, la propria vita. Quel diritto alla vita che la moderna dottrina vuole negare persino al boia, diritto che la vittima non poté esercitare e che l’atto del boia non è in grado di risarcire. Solo il singolo, l’aggredito, ha il dovere di tutelare sino all’omicidio il diritto alla propria vita.

  6. Penso che la legittima difesa possa trovare un primo ostacolo davanti al dovere cristiano di essere testimoni della Verità. Il che tuttavia nulla ha a che fare con la delinquenza. In secondo luogo io posso anche decidere per me stesso di non reagire perché penso che la vita valga più dei beni terreni. Ma se in casa o fuori è in pericolo la vita di altri, specie se miei familiari, sono certo di avere il dovere assoluto di difenderli a qualsiasi prezzo.

  7. Carla D'Agostino Ungaretti

    Ringrazio gli amici che hanno letto la mia combattuta riflessione integrandola con le loro osservazioni dove era opportuno. Concordo con il Prof. Glori sulla confusione (secondo me di origine chiaramente demoniaca) che il pensiero moderno è riuscito a inoculare anche nel Diritto positivo, Ma concordo anche con l’amico Stefano nel ritenere che si possa arrivare a ritenere la vita altrui più preziosa della propria, anche se non sono sicura che sia proprio questo che intendeva Gesù.

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