“INCONTRI NELLA TERRA DI MEZZO”, DI PRIMO SIENA – recensione di Lino Di Stefano

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recensione di Lino Di Stefano

 

 

lpsPrimo Siena non ha bisogno di presentazioni sia per il suo magistero culturale – esercitato in Italia, già dall’adolescenza, anche come soldato volontario sullo scorcio del secondo conflitto mondiale  – sia, ancora, come dirigente presso le scuole italiane in America Latina, segnatamente in Perù e in Cile dove risiede tuttora. Molte le pubblicazioni al suo attivo – l’ultima delle quali è ‘La perestroika dell’ultimo Mussolini’ (2012) – e tante le iniziative da lui promosse nel corso di lunghi anni di impegno in prima persona in direzione, egli scrive, nell’’Introduzione’ del suo ultimo lavoro – ‘Incontri nella terra di mezzo’ (Solfanelli, Chieti, 2013) – di una ragionata ribellione “agl’idoli sconsacrati del momento e ai feticci della cultura dominante”, mercé il dialogo con coloro che chiama  “maestri del pensiero differente” e  “uomini dal fermo carattere”.

E le promesse non tradiscono le attese perché il volume, pieno di riflessioni e denso di significato, riassume le esperienze culturali ed umane dello scrittore con personaggi, italiani e stranieri, di grandissimo spessore intellettuale quali, per portare qualche esempio, Giovanni Gentile, il più grande filosofo italiano del Novecento e tra i maggiori pensatori europei del XX secolo, Marino Gentile eminente studioso di metafisica classica e Maestro dell’Autore all’Ateneo di Padova, Guido Manacorda, germanista di fama, Michele F. Sciacca, celebre esponente della filosofia dell’integralità, Vintila Horia, letterato e critico romeno dal multiforme ingegno, Giovanni Papini, il cui nome è già di per sé una garanzia, e numerosi altri.

Le pagine dedicate da Siena ai due Gentile, Giovanni e Marino, risultano non solo ricche di commozione, ma anche molto documentate per il semplice motivo che se il primo occupa un posto indiscusso nella storia della filosofia italiana e del vecchio continente – segnatamente per l’attualità del messaggio del suo  testamento spirituale contenuto nel saggio, apparso postumo (1946), ‘Genesi e struttura della società’, il secondo, dal suo canto, rappresenta, nel panorama del pensiero italiano, del secolo scorso, una delle figure più importanti in quanto ha privilegiato, da una parte, lo spiritualismo appreso dal suo maestro Armando Carlini, ed ha rivalutato, dall’altra, la metafisica classica, di Platone e di Aristotele.

Scolaro di Giovanni Gentile alla Normale di Pisa, il pensatore triestino, pur apprezzando la lezione neo-idealistica, non si fece sedurre dal messaggio attualistico e intese procedere per la sua strada mediante una concezione cristiano-cattolica che riconoscesse la portata della metafisica classica come base di ogni filosofare. Per quanto riguarda Giovanni Gentile, l’Autore rinvenne, appunto, in ‘Genesi e struttura della società’, la strada maestra che, in contrapposizione al liberalismo e al comunismo – due facce, della stessa visione economica del mondo – era in grado di elidere i limiti unilaterali delle due dottrine e, di conseguenza, di riaffermare, son sue parole, “il valore sociale e morale della famiglia come comunità di persone”.

Anche Julius Evola riceve la dovuta attenzione dallo studioso modenese specialmente quando apprezza del filosofo romano il principio della rivolta contro il mondo moderno e i presupposti delle tesi esposte nel volume ‘Gli uomini e le rovine’; documento, quest’ultimo, egli osserva, che “si distingue per la chiarezza e la forza concettuale propria del magistero tradizionale evoliano mediante il quale si segnala un preciso ‘cammino spirituale’; con la rispettiva direzione di marcia”.

Egualmente sentite e commosse risultano le espressioni riservate, dall’Autore, ad Attilio Mordini e a Silvano Panunzio – quest’ultimo gli aprì “orizzonti suggestivi della meta politica” col suggerimento a “percorrerne gli erti sentieri” – e non meno sinceri si presentano gli accenti dedicati, rispettivamente, al pensatore Michele Federico Sciacca ed al grande germanista Guido Manacorda; quegli sostenitore di un’originale forma della ’interiorità dell’essere integrale’ e demolitore, altresì, esplica Siena, “dell’immanentismo, dell’ateismo, del materialismo e del panteismo cattomarxista”,  questi, al contrario, insigne germanista, nemico del razzismo,  di ogni forma di oppressione ed autore di tanti saggi uno dei quali, ‘Il bolscevismo’ in cui oltremodo esplicita salta agli occhi – secondo l’Autore – “la radicale opposizione del comunismo sovietico alla civiltà italiana e romana sia sotto il profilo della morale e della politica come dell’economia e dell’arte”.

Non poteva, naturalmente, mancare nel presente libro seniano, la disamina del sofferto itinerario di uno degli scrittori italiani più celebri e vale a dire Giovanni Papini da lui, giustamente, definito,“Italiano scomodo”; scomodo perché, a detta di Primo Siena, “scrittore anticonformista, polemista inarrestabile”, critico pungente e severo fustigatore dei costumi e della cultura del suo tempo. Lo scrittore fiorentino si cimentò anche con la speculazione e frutto delle sue indagini restano diversi testi quali, ad esempio, il noto ‘Crepuscolo dei filosofi’ e le ricerche sul pragmatismo.

Uomo insofferente agli schemi prestabiliti, l’autore di ‘Un uomo finito’, amò con passione la propria patria anche se, alla fine della guerra, dovette pagare un alto tributo, umano e culturale, viste le accuse di nazionalismo e di fascismo provenienti da ben individuati ambienti che non amavano l’Italia, anzi la bistrattavano ignari dell’ammonimento papiniano – contenuto nel suo ‘Diario’- secondo cui “non posso accettare che l’Italia sia finita e finché io viva farò del mio meglio perché la sua tradizione spirituale non sia morta”.

Tutto ciò, per Siena, a dispetto dei cosiddetti becchini della letteratura diretti a “seppellirlo in un oblio ingrato” e a farne un nemico della Nazione quando, invece, egli amò la sua patria con dedizione, sincerità ed abnegazione pagando, all’occorrenza, di persona. Anche ai rimanenti personaggi l’Autore di ‘Incontri’ dedica la dovuta attenzione; e si va da Romano Guardini, teologo e pensatore spiritualista tedesco, nato a Padova, a Charles Maurras, da Russel Kirk a Ferdinando Tirinnanzi,  da Carlos Alberto Disandro, infine,  ad Emilio Bodrero.

Sicuramente, Romano Guardini occupa un posto ragguardevole nel contesto del pensiero contemporaneo europeo poiché – come lo scrivente considerava, in un articolo a lui dedicato, alcuni anni fa, dal titolo ‘Essere e potenza dell’uomo’ (1997) – il teologo e filosofo italo-germanico “non derogò mai dalla sua visione del mondo antropologica; visione incentrata su di una genuina relazione ‘io-tu’” e, come tale spirituale in quanto compientesi, per lui, “solo quando l’altro mi consente di diventare il suo tu”.

Da qui, i capisaldi del personalismo guardiniano il quale, privato della necessaria categoria, parole dello studioso tedesco, “prendere – sul serio – un altro” (Preghiere teologiche’ ( 1950, 1997, 6^), non realizza, evidentemente, la vera solidarietà umana che si basa sulla fiducia, sull’amicizia, sulla lealtà, sul senso dell’onore e, in definitiva, sull’amore; ma, da qui, anche il giudizio di Siena secondo il quale l’autore di ‘La morte di Socrate’ (1943), ‘L’ansia dell’uomo’ (1958) e ‘Religione e soprannatura’ (1958), per limitarci a qualche opera, “considera l’era moderna non come un’alterazione della ragione esistenziale e sociale dell’uomo, ma come l’espressione del ‘disordine’ della immagine del mondo svuotata della trascendenza cristiana”.

Interessanti, per concludere, pure i giudizi sienani sugli altri personaggi menzionati come Kirk per il quale “l’uomo è governato più dal sentimento che dalla ragione”, come Tirinnanzi, versato “per l’aspetto tragico della commedia esistenziale”, come Emilio Bodrero il quale afferma che “l’uomo non ha bisogno di utilizzare per la sua vita individuale e collettiva, che un piccolo numero di idee ‘fatte a sua immagine e somiglianza’”, come l’umanista e  filologo argentino, infine, Carlos Alberto Lisandro inventore, tra l’altro, del termine ‘America Romanica’, egli stesso ‘aedo’ e, ‘qua talis’, “cantore dell’antica tradizione epica che egli ha recuperato e rinnovato nel secolo ventesimo”. Un pregevole lavoro, in definitiva, ‘Incontri nella terra di mezzo’ ; un libro – scritto molto bene – che insieme con il recente volume, ‘La espada de Perseo’ (2008), redatto direttamente il lingua spagnola, costituisce il punto più alto dell’impegno umano, spirituale, politico e narrativo di Primo Siena.

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