INTERVISTA AL PROF. ROBERTO DE MATTEI – a cura della Redazione

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Il professor Roberto de Mattei è Presidente della fondazione Lepanto, docente di Storia Moderna e Storia del Cristianesimo presso l’Università Europea di Roma, dove è coordinatore della Facoltà di Scienze Storiche e direttore della rivista «Radici Cristiane»

 

a cura della Redazione

de mattei

Roberto de Mattei

 

Perché un libro sul Concilio Vaticano II?

Perché il Concilio Vaticano II, di cui l’anno prossimo ricorre il cinquantesimo anniversario, è stato un evento centrale del XX secolo. Più di 2500 vescovi convenuti a Roma da tutte le parti del mondo si sono riuniti dall’11 ottobre 1962 all’8 dicembre del 1965 per discutere sulle questioni più importanti della Chiesa universale.

Detto questo è giunta l’ora di storicizzare il Vaticano II che non è stato un dogma, ma un evento storico, che di dogmi, a differenza di Trento e del Vaticano I non ne ha prodotti alcuno. Il Vaticano II è stato infatti un concilio pastorale che si è proposto di elaborare non nuovi dogmi, ma un nuovo linguaggio con cui parlare al mondo.

Quali sono stati secondo lei i risultati?

L’esigenza di trovare un nuovo linguaggio per il mondo nasceva e non poteva che nascere dal desiderio di dilatare la fede. Il fine era dunque pratico ed è dai risultati pratici che si deve giudicare se i mezzi per raggiungere il fine siano stati efficaci ed adeguati. La risposta non può che essere negativa. La mia non è una posizione ideologica, ma una constatazione di fatto. Il postconcilio non ha ottenuto i risultati che il concilio si era prefisso. Da qui nasce il cosiddetto problema ermeneutico: qualcosa è andato storto: Concilio tradito, come ritiene la scuola di Bologna? Concilio male applicato come ritengono molti conservatori? o Concilio che aveva in sé stesso, nel linguaggio che aveva adottato la causa del suo fallimento, come ritiene una corrente di pensiero che qualcuno ha definito “romana”, non tanto in contrapposizione a quella di Bologna, quanto per il suo attaccamento alla Sede Romana.

Per Lei il concilio è l’origine di tutti i mali?

Assolutamente no. I mali della chiesa precedono il Concilio, lo accompagnano e, naturalmente, lo seguono. In Concilio questi mali non sono nati, ma esplosi. Non a caso il mio libro non si apre con la data di inizio del Concilio Vaticano II ma col modernismo e con l’analisi degli errori teologici e intellettuali compiuti nei pontificati compresi tra quello di Pio X e Pio XII. Il modernismo, duramente colpito e combattuto da Pio X, dopo essere apparentemente scomparso, è pian piano riaffiorato nella storia della Chiesa, un po’ come un fiume carsico, e con sempre maggiore prepotenza fino a sfociare nel Concilio Vaticano II.

Quali sono i mali che Lei denuncia?

A mio avviso il principale è la perdita di quella visione teologica, caratteristica del pensiero cristiano, che interpreta la storia come lotta incessante, fino alla fine dei tempi, tra le due città agostiniane: quella di Dio e quella del suo eterno nemico, il demonio. L’immagine che il mondo dava della Chiesa cambiò radicalmente. Quando, il 12 ottobre 1963, mons. Franić, vescovo croato di Spalato, propose che, nello schema De Ecclesia, al nuovo titolo di Chiesa “pellegrinante” fosse aggiunta la denominazione tradizionale di “militante”, la sua proposta fu rifiutata. L’immagine che la Chiesa avrebbe dovuto offrire di sé al mondo non era quella della lotta, della condanna o della controversia, ma del dialogo, della pace, della collaborazione ecumenica e fraterna con tutti gli uomini. La minoranza progressista ottenne non tanto un cambiamento della dottrina della Chiesa, quanto una sostituzione dell’immagine sacra e gerarchica della Sposa di Cristo con l’immagine di un’assemblea democratica, aperta alle novità e inserita nella Storia.

Qual è stato il ruolo del “partito” centro-europeo nel Concilio?

Il Concilio Vaticano II può essere a buon titolo considerato una rivoluzione culturale. Questa rivoluzione fu operata soprattutto dal cosiddetto partito dei teologi che ebbe il proprio leader in Karl Rahner, un teologo che continua ad esercitare ancora una profonda influenza. È interessante osservare che gli unici teologi protagonisti del Concilio rimasti oggi in vita siano stati due teologi tedeschi collaboratori di Rahner che però poi hanno seguito strade ben diverse: mi riferisco ad Hans Küng e Joseph Ratzinger. Il primo si è progressivamente allontanato e addirittura oggi possiamo definirlo fuori della Chiesa, mentre l’uomo che oggi è Papa con il nome di Benedetto XVI ha seguito un percorso opposto che pian piano lo ha visto riscoprire e riproporre il valore della Tradizione.

L’episcopato italiano ebbe responsabilità nel non opporsi al partito dei teologi?

In realtà col pontificato di Giovanni XXIII e soprattutto con quello di Paolo VI assistiamo ad una novità destinata a mutare i rapporti interni alla Chiesa cattolica. Il Papa, nel confronto conciliare, non difese le posizioni della Curia romana, ma si pose come mediatore rispetto alle spinte centrifughe dell’episcopato centro europeo. Dunque la Curia romana, che pure contava figure eminenti, penso al cardinale Ottaviani a capo del Sant’Uffizio, si trovò di fatto spiazzata da un mutare di atteggiamento che non aveva precedenti nella storia della Chiesa.

Perché il suo libro ha suscitato tante polemiche?

Oggi non c’è polemica nel senso classico del termine. La polemica dovrebbe consistere nel confronto, anche aspro delle idee. Oggi invece si vuole togliere la parola a chi non la pensa come noi in nome del politicamente, e anche del religiosamente corretto. Viviamo in un clima di consensualismo, in cui si è persa la passione delle idee. Ciò che conta è occupare un posto nello scacchiere sociale e mediatico. In fondo è la peggior forma di totalitarismo, un totalitarismo morbido, che consiste nel divieto di fare domande.

Perché a molti cattolici il suo libro non è piaciuto?

Non è piaciuto ai progressisti più radicali, come Alberto Melloni, attuale capofila della scuola di Bologna, e a qualche conservatore pavido a oltranza, di cui preferisco non fare i nomi. Nel primo caso la ragione è ideologica, nel secondo caso ci troviamo di fronte a un problema psicologico che in Italia è particolarmente evidente.

Lei ha scritto una Apologia della Tradizione (Lindau 2011). Che cosa è per Lei la Tradizione?

La Tradizione è il luogo teologico che precede tutti gli altri. Attraverso di essa la Chiesa trasmette, dagli Apostoli fino a noi, il deposito della Rivelazione. Essa è la regola suprema della fede cattolica, soprattutto nelle epoche di crisi, infallibilmente insegnata dal Papa e dai Pastori a lui uniti e creduta dal popolo fedele, con l’assistenza dello Spirito Santo.

Internet può avere un ruolo nel recupero della Tradizione?

Il Concilio, come abbiamo detto, rappresentò una rivoluzione analoga al ’68 che si riflette oggi nei sacerdoti che hanno un’età compresa tra i 50 e i 60 anni: è in questa fascia che è più forte la componente di coloro che si oppongono o che comunque mal gradiscono l’insegnamento del Papa, mentre i più giovani mostrano un vivo, reale, significativo interesse nei confronti della Tradizione. La Rete ha prodotto un aumento della trasparenza nelle nostre società e dunque in questo senso favorisce questa tendenza sempre più larga tra i giovani, proprio perché permette ad essa di apparire, superando ogni forma censoria. Le nuove generazioni che si manifestano, attraverso blog e persino attraverso i social network, sono un importante elemento di pressione nei confronti delle gerarchie ecclesiastiche, spesso esitanti nel riaffermare le verità del Vangelo.

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