JEAN GUITTON E LA CONDIZIONE UMANA – di Lino Di Stefano

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di Lino Di Stefano

 

Il pensiero del filosofo francese Jean Guitton (1901-1999) s’inserisce in quell’indirizzo speculativo che ha come padre Blaise Pascal – sostenitore, com’è noto, del celebre principio che, opponendosi al motivo matematizzante del suo tempo, passato alla storia come ‘esprit de géometrie’, sosteneva, al contrario la validità dell’esprit de finesse’ – e che teorizzava una forma di spiritualismo attribuente una valenza privilegiata allo spirito. Corrente dottrinaria – affermatasi anche in Italia – ma avente come centro irradiatore la Francia con studiosi del calibro di Montaigne, Cartesio, Maine de Biran, Renouvier, in particolare Bergson, fino ai più recenti Blondel, Le Senne e Lavelle.

Attratto dalla dicotomìa fra pensiero moderno e cattolicesimo, Jean Guitton, docente alla Sorbona, alla Scuola Normale Superiorte e Accademico di Francia, ha impegnato l’intera sua lunga esistenza non solo nell’opera di apologetica cristiana, ma anche nell’elaborazione di un sistema di pensiero che si è tradotto nella redazione di numerose opere quali, per menzionarne qualcuna, ‘Il pensiero moderno e il cattolicesimo (1936-1937, 1938, 1939, 1965), ‘Profili e paralleli (1965), ‘Il problema di Gesù’ (1947), ‘La filosofia di Newman’ (1933), ‘Essenza sull’amore umano’ (1948), ‘Pascal e Leibniz’ (1951), ‘Attualità di Sant’Agostino’ (1955), ‘La vocazione di Bergson’ (1960), Paolo VI e l’anno santo’ (1974), ‘Il vangelo della mia vita’ (1978) e ‘Il mio testamento filosofico’ (1978).

guittonAlla perenne ricerca dei valori eterni, il pensatore transalpino ha ognora dichiarato che il motore della sua vita, così come dell’universo, “è la fede religiosa” la quale infonde, sempre a suo dire, “ottimismo ed energia all’uomo che crede, spingendolo al di là ogni ostacolo”. Amico carissimo e consigliere di Paolo VI, lo studioso transalpino ha affrontato tutte le questioni più scottanti del nostro tempo ivi comprese quelle del terzo millennio che egli definisce “corsa alla fede” e quelle, altresì, inerenti ai rapporti fra scienza e fede la cui antitesi si risolverà per Jean Guitton in un’adesione della prima nella seconda nel senso che esse, secondo lui, sono destinate “a compenetrarsi e a coincidere”.

Premesso che “alcuni aspetti dell’islamismo sono oggi preoccupanti”, il pensatore si è sempre dichiarato ottimista al riguardo per il semplice motivo che, per esempio, il Cristianesimo dovrà essere capace di correggere alcune tendenze settarie del nostro tempo. Da qui, l’elogio guittoniano di Giovanni Paolo II considerato che il pontefice polacco, son sempre parole del filosofo, “è riuscito a fare cose straordinarie, fra cui la riconciliazione dei francesi con il cattolicesimo sebbene la Francia negli ultimi decenni non abbia dato prova di grande religiosità”. L’accademico di Francia ha preso anche posizione intorno alla tematica dell’islamismo e, pur, senza esagerare non ha potuto non affermare quanto segue.

E, cioè – le espressioni sono sue – che “alcuni aspetti dell’islamismo sono oggi preoccupanti” specialmente quando si convertono in sètte al cui cospetto “il cristianesimo deve quindi saper raccogliere e correggere”; ad ogni modo, egli prosegue, i musulmani, “ci insegnano l’amore per la verità, noi insegniamo loro l’amore per la carità”. Convinto che anche il viaggio a Cuba di Giovanni Paolo II è stato sintomatico di un confronto che le posizioni politiche e religiose devono avere tra di loro, Guitton ha formulato pure il profilo della religione che si rifà a Cristo in tali termini. “Essere cristiani significa avere sempre l’obbligo morale di essere ottimisti: per non parlare poi dell’essere francesi!”.

A tale riguardo, lo studioso transalpino ha anche cercato, su ispirazione del suo amico Paolo VI, di risolvere lo scisma inaugurato ad Econe da Monsignor Lefebvre, ma l’operazione non è riuscita malgrado – chiarisce Vittorio Messori – si sia trattato di “un incontro ricco di ‘pathos’ quasi medioevale tra due vegliardi, tra l’arcivescovo ribelle e il filosofo fedelissimo che giunse a gettarsi piangendo in ginocchio, scongiurando il prelato che, turbato anch’egli, ripeteva, il suo ‘non possumus’”. Mente lucidissima e strenuo difensore della fede, pur ammettendo che Dio non si può dimostrare scientificamente, l’Autore di ‘Mon testament philosophique’, ha anche aggiunto, testualmente, che “se l’esistenza di Dio è difficile da definire e dimostrare, è molto facile invece dimostrare l’assurdità della negazione di Dio” col corollario che è giocoforza ripensare la fede come se fosse la prima volta.

Tali considerazioni sono state esplicitate dal filosofo in numerosissime opere in una delle quali – ‘Il Cristo della mia vita’ – egli ha scritto: “A volte mi domando se non sarà necessario che i nostri contemporanei conoscano grandi prove per ritornare alla fede” anche perché “penso che caratteristica distintiva dell’uomo sia l’amore per la verità”. Amico di molti intellettuali e di diversi politici, Guitton ha avuto anche stretti rapporti col Presidente Mitterand specialmente quando quest’ultimo si è trovato di fronte al problema dell’esistenza di Dio e, in particolare, della morte.

Un giorno il Presidente della Repubblica francese ha chiesto all’amico Guitton di riassumergli la propria filosofia e questi così gli ha risposto: “Essere filosofi significa scegliere tra due soluzioni: una che il mondo è assurdo, l’altra che il mondo è pieno di misteri. Jean Paul Sartre ha scelto l’idea che il mondo è assurdo e mi domando perché non si sia suicidato. Io, al contrario, ho scelto l’idea che il mondo è un mistero”. Tale considerazione ci porta ad una questione, molte volte, affrontata dal pensatore transalpino e vale a dire quello della morte.

Guitton ha immaginato di morire tra le braccia di Paolo VI mediante un serrato dialogo durante il quale il pontefice gli ha detto, tra l’altro: ”Lei Guitton è furbo, anzi furbissimo”; “è soddisfatto della sua vita?” La sua “è stata un’esistenza fruttuosa?” “Dica ‘Mio Dio vi amo’” etc. Il filosofo, però, ha ipotizzato anche di incontrare altri personaggi famosi , “post mortem”, come, ad esempio, De Gaulle, Mitterand, – chiamato dai francesi ‘le florentin’- Bergson, suo maestro, Napoleone Bonaparte ed altri. Restando sempre nella sfera della problematica della morte, il filosofo aggiunge: ”La morte non la si percepisce così come non ci si accorge quando ci si addormenta”.

“Ho invece paura, così egli continua, di essere giudicato da Dio” e “quando sarò al cospetto di Dio discuterò con lui e gli dirò: ‘Tutte le persone hanno fatto peccati d’omissione, i papi ne hanno commessi delle montagne! Non vedo dunque perché tu dovresti condannarmi poiché tutte le persone hanno peccato per omissione. Non dovevi creare gli uomini!”. Jean Guitton ha pure affrontato la questione del sacerdozio femminile dichiarandosi contrario a tale soluzione con le seguenti parole: “In Francia non accadrà mai. I francesi non andrebbero mai a confessarsi a una donna prete. E, poi, il sacerdozio spetta agli uomini. La donna nella religione, ha altri mezzi per esercitare la propria influenza”.

Riconfermando il proprio credo religioso, lo studioso così si è accomiatato dal lettore:”Se mi fossi accorto che il cattolicesimo era contrario alla verità, lo avrei lasciato. La vita mi ha provato il contrario: c’è armonia tra Dio e la scienza”.Non a caso, egli ha scritto negli anni Sessanta – ma l’affermazione è vera ancora oggi – che “gli ultimi difensori del marxismo andranno cercati nel mondo cattolico” e, non a caso, negli stessi anni, il nostro Augusto Del Noce ha coniato, al riguardo, l’espressione il cattolico comunista o, più brevemente, il cattocomunista.

Più vicino alla lezione platonico-agostiniana e pascaliana, in breve, a quella spiritualistico-cristiana, piuttosto che alla linea tomistico-aristotelica rappresentata da Gilson e Maritain, il pensatore transalpino, discepolo del grande Henri Bergson, così ha descritto il metodo di lavoro del teorico dell’’élan vital’:”Quando egli si sentiva preso da qualche tema, per esempio l’intuizione musicale della pura durata, scriveva, senza curarsi del piano della composizione, delle pagine intere in fila…Egli non cercava di cucirle e di collegarle…, le lasciava dormire in un cassetto (…). Bergson a pris l’intuition de la durée pour expliquer la question de la liberté”.

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