KAFÈ DOSTO’ – “Delitto e castigo”, o del dramma dell’uomo moderno

E perché la mia azione sembra loro così brutta…? Perché è un misfatto? Che significa la parola misfatto? La mia coscienza è tranquilla. Certo, è stato commesso un reato, certo è stata violata la lettera della legge e versato del sangue; ebbene, per questa lettera della legge, prendetevi la mia testa… e che sia finita! Certo, in questo caso, anche molti benefattori dell’umanità che non hanno ereditato il potere, ma se ne sono impadroniti, avrebbero dovuto essere giustiziati fin dai loro primi passi. Ma quegli uomini ebbero il coraggio dei loro atti e perciò ‘avevano ragione’”
( Rodiòn Raskòl’nikov in Delitto e castigo)

Tutti i corpi insieme, e tutti gli spiriti insieme, e tutte le loro produzioni non valgono il minimo moto di carità. Quello è di ordine infinitamente più elevato”
(Blaise Pascal, Pensieri)

La trama di Delitto e castigo – che nella forma di romanzo poliziesco anticipa I fratelli Karamazov – è, a differenza di quella delle altre opere di Dostoevskij, abbastanza semplice e lineare. Qui, l’eroe è uno solo, Raskòl’nikov, lo studente fallito espulso dall’università che vive a Pietroburgo in condizioni di miseria, mentre la madre e la sorella lavorano duramente per consentirgli di continuare gli studi. La necessità di cercare una via d’uscita a questa situazione è il motivo apparente che lo spinge a uccidere a colpi di scure, per derubarle, una vecchia usuraia e l’innocente sorella venuta a trovarsi per caso nella stanza in cui è appena stato commesso l’omicidio. Per una serie fortuita di circostanze, nessuno lo ha visto e non ci sono testimoni del delitto. Potrebbe sfuggire alla giustizia umana, tanto più che un altro è stato incriminato al suo posto. Ma il rimorso lo perseguita fino al punto da indurlo a costituirsi. Processato, viene condannato alla deportazione in Siberia.

Raskòl’nickov non è un prodotto della “race” del “milieu”, e del “moment”. Già Gogol’, in cui Dostoevskij riconosce il proprio maestro (“siamo tutti usciti dal ‘Cappotto’ di Gogol’”) si era opposto al pregiudizio darwinista che distrugge l’originalità e l’irripetibilità dell’individuo sostenuta da tutta la tradizione classica e cristiana. Il realismo russo è sterminatamente più vasto del naturalismo francese. Non guarda alla specie, ma all’individuo, con la sua imprevedibilità, i suoi bisogni profondi, la sua “misteriosità” e scopre negli abissi della coscienza qualcosa di più importante (e di più attuale) di quello che sostengono la letteratura classica e il materialismo naturalista: scopre il “diavolo” e l’”angelo”.

L’indigenza economica è un movente solo secondario del delitto. L’ossessione che perseguita Raskòl’nikov è un’altra, anche se per comprendere l’accaduto dobbiamo necessariamente partire dal contesto in cui il romanzo è ambientato. La città di Pietroburgo, sorta per volere di Pietro il Grande, che ha reciso i legami con la tradizione della Santa Madre Russia (lo zar, abbandonata Mosca, ha fondato una nuova capitale sul mare avendo come modello la thalassocrazia inglese) è l’avamposto dell’occidente, e, sotto i primi influssi dell’Aufklärung tedesco, si sta trasformando in uno dei “vizi di pietra” (F. Nietzsche) che prefigurano la realtà delle nostre megalopoli tentacolari, sfigurate da ogni genere di cancrena sia materiale che spirituale.

Con l’arrivo della ferrovia, intorno al 1840, è divenuta la principale città russa e il suo maggior centro operaio. “È una città che ha accolto masse di diseredati e di contadini che dalle campagne, all’alba della liberazione dei servi della gleba, sono andate ad ingrossare le fila del proletariato urbano. E questo nuovo proletariato, venuto meno il sistema feudale che per secoli aveva dominato nel bene e nel male la società russa, si dibatte in un girone infernale di povertà, alcolismo, prostituzione e criminalità” ( Guendalina Middei).

Il sentimento di ribellione di Raskòl’nikov e la consapevolezza della propria irriducibile alterità a un contesto obbrobrioso che suscita in lui un’incoercibile ripugnanza, lo isolano dagli altri. Vive quasi eremiticamente in un’angusta camera d’affitto (“il mio canile”), come “una tartaruga chiusa nel suo guscio”; ne esce solo per aggirarsi come un clochard per le vie della città di cui respira l’aria “puzzolente, polverosa, infetta”. “Non che egli fosse tanto pauroso e avvilito, al contrario; ma era da qualche tempo in uno stato di irritabilità e di tensione simile all’ipocondria. Si era sprofondato in sé stesso e isolato da tutti, al punto che temeva qualsiasi incontro (…) persino le ristrettezze avevano negli ultimi tempi cessato di pesargli…quand’era all’università non aveva quasi compagni, si teneva lontano da tutti (…). D’altro canto ben presto tutti gli voltarono le spalle. Egli non prendeva parte né alle riunioni comuni, né ai discorsi né ai divertimenti, a nulla (…). Era molto povero, superbamente orgoglioso e poco comunicativo; pareva che nascondesse qualcosa dentro di sé”.

Chi è incapace di vivere in società, o non ne ha bisogno perché basta a se stesso, deve essere una bestia o un Dio” (Aristotele, Politica, 1253a). Nel suo tetro isolamento, Raskòl’nikov “incomincia a dubitare dell’imperativo di non uccidere che fonda la relazione di alterità” (Paolo Peloso, 150 anni con Raskòl’nikov) e “decide di soverchiare col suo proposito e di colpire colla sua azione l’orrido mostro che minaccia tante giovani vite: la nuova metropoli capitalistica, centro dei poteri e delle forze di tutto l’Impero, vera città piovra che afferra con i suoi tentacoli Sonja, la fanciulla del viale Konnogvardejskij, tutta la famiglia Marmeladov, lo stesso Raskòl’nikov” (Leoníd Grossman, La città e gli uomini di “Delitto e castigo”). Venuto meno ogni riferimento al trascendente, unico centro e valore basale rimane quello della propria libertà interiore. “Se Dio non esiste, io sono Dio…”, dirà Kirillov nei Demoni.

La vita senza Dio è una favola narrata da un idiota in un eccesso di furore violento” (William Shakespeare). Negarlo sarebbe come negare la luce del sole. Se si elimina Dio dall’orizzonte del mondo – ricordava Pio XII – non si può più parlare di peccato, perché quando si nasconde il sole spariscono le ombre. Di conseguenza, ogni “imperativo categorico” e ogni morale di matrice laicista o che scaturisca da religioni terrenizzate altro non sono che finzioni moralistiche (utilitaristiche), sorta di “contratti” a termine da usare, nel nostro mondo globalizzato, come efficaci “instrumenta regni”.

E se davvero tutto è solo umano, allora, inevitabilmente, “tutto è permesso” e “non vi è proprio nulla che obblighi gli uomini ad amare i propri simili (…) annientate nell’uomo la fede nella propria immortalità e non solo in lui si inaridirà di colpo l’amore, bensì qualsiasi forza vitale in grado di perpetuare la vita nel mondo… allora non vi sarà più nulla di immorale e tutto sarà lecito, persino l’antropofagia” (Ivan Karamazov, nei Fratelli Karamazov). Basta cominciare a chiamarla “antropofilia”, come ci insegna Overton con la sua finestra…

Pertanto, qualora le leggi non discendano da un principio metafisico o teologico, gli uomini si dividono necessariamente in due categorie: quelli “veri” che possono agire contro di esse e gli uomini massa, gli scarafaggi laboriosi, i “pidocchi” che accettano rassegnati la “favola” shakespeariana e per i quali la vita si riduce al volterriano oppio del “lavorare senza ragionare” (Candido), storditi nell’edonismo disperato dato loro in pasto per renderli innocui. Soltanto questi ultimi devono sottostare alle leggi e verso di loro i “grandi”, gli individui “differenziati”, liberi dai vincoli della morale comune, possono esercitare anche il diritto di vita e di morte.

Riflettendo sulla storia dell’umanità, Raskòl’nikov scopre infatti che “Anche i legislatori e fondatori della società umana, a cominciare dai più antichi, continuando con Licurgo, Solone, Maometto, Napoleone e via dicendo, tutti fino all’ultimo furono delinquenti (…) non si arrestarono nemmeno dinanzi al sangue, se il sangue (talora innocente e valorosamente versato in difesa dell’antica legge) poteva giovare loro (…) tutti gli uomini non dico grandi, ma che appena escono dalla carreggiata comune, cioè che dicono qualcosa di nuovo, devono immancabilmente, per la loro stessa natura essere delinquenti”. Come i fondatori e i difensori dell’attuale nuovo ordine globalizzato mondiale, sorto dall’Illuminismo del marchese de Sade (il vero “padre” della modernità) e il fungo atomico di Hiroshima e Nagasaki.

Raskòl’nikov, anticipa di vent’anni Zarathustra: “Ti dici libero? Voglio conoscere i pensieri che in te predominano. Non mi importa sapere se sei sfuggito a un giogo: sei tu uno di quelli che avevano diritto di sottrarsi al giogo?” (Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra). La volontà di mettersi alla prova per dimostrare a se stesso che è capace di “osare”, ossia di uscire dal solco e dagli infingimenti della morale comune (dei deboli), e ha la forza di schiacciare un “pidocchio” nocivo per la società, spingono il giovane ad uccidere la vecchia usuraia. Perché non dovrebbe farlo, se “umanamente” è giusto? “Ribellarsi è giusto, allora, per l’ex studente, per riscattare le donne e le bambine della famiglia Marmerladov, come anche sua sorella dall’ingiustizia, al basso prezzo di eliminare lo ‘schifoso pidocchio’”. ( P. Peloso).

Da una parte una vecchiaccia stupida, insensata, insignificante, cattiva, malata, e che non è utile a nessuno, ma, al contrario dannosa a tutti, che non sa lei stessa perché vive e che domani se ne morirà. Capisci? (…) Dall’altra parte, delle forze giovani, fresche, che si perdono invano, senza un appoggio, a migliaia dappertutto! Cento, mille buone opere e iniziative che si potrebbero avviare, aiutare coi denari di quella vecchia”.

New York – Per Paul Hill, l’ex pastore protestante che ha ucciso un medico abortista e la sua guardia del corpo a Pensacola, in Florida, si prepara la camera della morte… ‘La ragione del mio gesto è semplice – aveva spiegato l’attentatore in tribunale – cercavo di impedire che in questo stesso giorno il dottor Britton uccidesse 30 innocenti’” (Repubblica del 12 luglio 1994).

È lecito ribellarsi agli orrori di un mondo senz’anima e senza spirito opponendo violenza a violenza? È lecito uccidere? Dostoevskij, ponendosi, attraverso la figura di Raskòl’nikov, questo dilemma esistenziale, è “il precursore sulfureo e profetico di tutte le contraddizioni e i conflitti che lacerano l’uomo e la società contemporanei” (Maria Brunelli).

Se infatti nella vecchia usuraia riconosciamo in filigrana il volto della senescente modernità nei suoi esiti cacotopici (43.000.000 di bambini abortiti solo nel 2021) e nei “pidocchi” che brulicano e da cui ci dobbiamo difendere un po’ ovunque (dalla scuola al posto di lavoro, dalla televisione, alla politica, ai social), la tentazione vertiginosa della reazione violenta che ossessiona il protagonista di “Delitto e castigo” anticipa non soltanto il nichilismo dei Demoni, sfociato nella rivoluzione d’ottobre e nelle immani violenze del XX secolo, il secolo degli “stermini di uomini, di popoli, di regimi, di idee e di ecosistemi, come mai era accaduto nella storia dell’uomo” (Marcello Veneziani, Il secolo sterminato), ma – crediamo -, ribaltando l’immagine di “eroe negativo” del personaggio, consolidata nella mente dei lettori, anche la ribellione di chi, partendo da premesse opposte e animato dal senso della sacralità del mondo e delle sue leggi naturali, spinto dal desiderio di “fare qualcosa adesso” contro ciò che le mortifica può essere indotto all’atto violento sentito come legittimo per ristabilire l’armonia violata.

Il problema, in Dostoevskij, è sempre quello dell’uso della libertà. Anche chi è animato dalle migliori intenzioni può cadere nella tentazione di “lottare con tutte le forze contro il male senza più nessuna regola tranne quella della propria libertà” (Fabio Baroncini). Ma l’unica libertà di un uomo che sia veramente tale, per il grande scrittore russo, può essere solo quella che imita Cristo, il quale ha accettato la sconfitta terrena rifiutandosi di scendere dalla Croce (“non scendesti dalla croce per non rendere schiavo l’uomo con un miracolo”). L’ oltre-uomo altro non è che il il sotto-uomo.

Parlare del mondo attuale come di un cadavere in decomposizione non è un semplice artificio retorico (…). Inutile cercare di conoscere in modo più scientifico e circostanziato il funzionamento della società mondiale (…). Non si fa l’anatomia di una carogna la cui putrefazione cancella le forme e confonde gli organi. Quando le cose sono arrivate a tal punto, sembra ci sia di meglio da fare: allontanarsi in cerca di un po’ di aria fresca da respirare ancora per riprendersi, oppure, come sono costretti a fare i più, adoperarsi per atrofizzare talmente la propria percezione del fetore da potervisi adattare nonostante tutto; o magari divertirsi e restare persino incantati di fronte a tante corruzioni diverse e cangianti, a fermentazioni insolite e gorgoglii ludici che gonfiano con la loro esuberanza la carogna sociale” (Jaime Semprun, L’abisso si ripopola)

Dopo simile, catartico e – con buona pace di Max Weber – vero “disincanto del mondo”, oggi Raskòl’nikov , il “ribelle” immune dalla sindrome di Pangloss che accomuna i finti ribelli creati dal potere, nella sua estraneità alla massa dalle percezioni atrofizzate, è colui che non riesce ad interiorizzare la prima o la terza delle opzioni considerate da Semprun.

Per tutto il tempo in mezzo ai mullah, duri e sorridenti, e tanti giovani dagli sguardi freddi e sprezzanti, mi sono sentito un appestato, il portatore di qualche morbo da cui non mi ero mai sentito affetto (…). Non potendo colpire i piloti dei B52 che sganciano le loro bombe da altezze irraggiungibili, né arrivare ai marinai che sganciano i loro missili dalle navi al largo, la soluzione è quella terroristica di attaccare masse di civili indifesi. Le azioni di questi uomini sono atroci, ma non sono gratuite, sono atti di guerra” (Tiziano Terzani, sul Corriere della sera dopo l’attentato alle due Torri).

Raskol’nikov non potrebbe trovare, come accade per i mullah di Terzani, nella fede (o in una falsa religione come l’Islam) la giustificazione alla sua ribellione violenta. “Nella testa di Rodiòn, c’è soprattutto la vertigine della libertà, la tentazione di fare un atto inedito” (Charles Moeller, Saggezza greca e paradosso cristiano) per dimostrare a se stesso che non è un “pidocchio” come gli altri o, se vogliamo, l’ esaltazione di un Don Chisciotte sanguinario (P. Peloso) che si fa giustizia da sè.

Della refurtiva, ben poco gli importa. Vuole dimostrare a se stesso, uccidendo, di non essere uno schiavo. E di contribuire a riaffermare l’ordine morale e naturale del mondo. Però è difficile – giova ribadirlo – non riconoscere nel giovane studente lo stesso impulso che potrebbe spingere all’azione omicida un mullah per difendere anch’egli (e qui siamo chiaramente agli antipodi del nichilismo) l’ordine naturale mortificato del mondo o un “vendicatore solitario” dei 3000 bambini assassinati ogni giorno nel ventre delle loro “madri”. Così nell’Italia degli anni ’70 “sparare, per i terroristi, era l’unico modo per bucare la coltre di una società che a loro appariva impermeabilizzata ai mutamenti, insonorizzata alle voci discordi, anestetizzata dalla corruzione diffusa” ( M. Veneziani).

Insomma, nella trasgressione violenta di Raskòl’nikov, con le cautele e i distinguo del caso, potrebbe specchiarsi facilmente, visto l’attuale, oggettivo “stato di necessità”, quella di un’anima nobile, sinceramente reazionaria, nella quale la nausea insopportabile per “il fetore” della nichilistica morale modernista con i suoi quotidiani, criminali esiti pratici, rischia di offuscare la fiducia nei disegni e nei tempi di Dio (in cui peraltro il reazionario crede), che non sono quelli dell’uomo, essendo il Suo regno “non di questo mondo”, e la certezza che anche i fenomeni degenerativi sotto i nostri occhi hanno comunque un loro senso ultimo, anche se per ora indecifrabile: “Non c’è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto” ( Luca XII,2).

Le Armate Bianche andavano all’assalto pregando, con le bandiere spiegate e si facevano falciare dalle mitragliatrici della bestemmia. Dov’erano le legioni di angeli e di arcangeli che avrebbero pur potuto soccorrere i soldati di Cristo? Vecchia storia: il Cristo stesso non era stato soccorso” (Vladimir Volkoff, Il montaggio)

Il regno dei cieli è paragonabile al caso di un uomo che seminò nel suo campo un seme buono (…). Venne il suo nemico, seminò in mezzo al grano l’erba cattiva e se ne andò. Quando si formò la spiga e portò frutto, ecco apparire anche l’erba cattiva. I dipendenti del coltivatore (…) proposero: ‘Vuoi che andiamo a strapparla?’ Ma egli replicò; ‘No, perché cavando le erbacce non vi succeda di sradicare anche il grano” ( Matteo, XIII, 24).

Neppure nel delirio di onnipotenza e nella bramosia di una “nemesi” hic et nunc, anteponendo la sua libertà a quella di Dio, Raskòl’nikov ha completamente rinnegato, nella caduta, la luce della Grazia. La convinzione di essere superiore alla morale comune e di dover “osare”, convive in lui con un sentimento profondo di compassione per la sofferenza di tutti i suoi simili. Prima di commettere l’omicidio, addirittura prega… “O Dio -esclamò – ma è possibile, è mai possibile che veramente io pigli un’accetta e mi metta a colpirla sul capo, a fracassarle il cranio… che io debba scivolare sul sangue tiepido e appiccicoso, forzare la serratura e rubare…?”.

Ad un tratto sentì camminare nella stanza dove era la vecchia. Si fermò e s’irrigidì…”. Il primo imprevisto è la comparsa improvvisa sulla scena del delitto di un’innocente, la sorella Lizaveta. Raskòl’nikov non ha possibilità di scelta, deve uccidere anche lei. “A tal punto quella disgraziata era semplice d’animo, e irrimediabilmente inebetita e terrorizzata, che non alzò nemmeno la mano per pararsi la faccia”. Per colpire la vecchia usuraia e compiere quella che secondo lui è un’opera di giustizia ha dovuto massacrare anche la creatura innocente che lo ha sorpreso.

Da questo secondo omicidio non programmato deriva l’altro imprevisto: il profondo disgusto e l’orrore che si trasformano in un lancinante rimorso. Un angelo è venuto a salvarlo dalla cancrena spirituale dello storicismo di Hegel (“una grande figura non può fare a meno di calpestare qualche fiore innocente nel suo cammino”). Il rimorso, che non aveva immaginato di provare, è tuttavia avvertito fin dall’inizio come segno di debolezza, si sente un pidocchio e mediterà il suicidio. Per cercare di dimostrare a se stesso che non è un debole, assume un atteggiamento di sfida verso la polizia che non ha prove contro di lui, anche se il giudice istruttore che conduce le indagini ha intuito la verità.

No, Sonja, non è così… Mi sono incattivito (questa è la parola giusta), allora, come un ragno mi sono ficcato nel mio buco. L’hai visto il mio canile… Non ho ucciso per aiutare mia madre… non ho ucciso per acquistare mezzi e potere e beneficiare l’umanità. Sciocchezze! Per me stesso ho ucciso. Soltanto per me stesso… Avevo bisogno di sapere al più presto se ero un pidocchio come tutti o un uomo…”.

Il suo peccato non è ancora, nonostante il duplice efferato omicidio, quello luciferino contro lo Spirito commesso da Ivan, il quale non ucciderebbe mai di sua mano, ma che si serve del proprio potere magnetico per plagiare Smerdjakov, assassino solo materiale di Fëdor Pavlovič (I fratelli Karamazov). Compiuto il delitto, Raskòl’nikov aiuta con un’ elemosina la famiglia di Marmeladov, l’ubriacone conosciuto in una bettola che muore tragicamente schiacciato sotto un carro. Questo atto di bontà gli permette di conoscere Sonja, la figlia costretta a prostituirsi a causa della miseria. È a lei che confessa il suo delitto. Proprio Sonja, “che si vende per ‘trenta rubli d’argento’, i trenta denari di Giuda!” (L. Grossman), è la portatrice di quei valori cristiani, di quei sentimenti morali ancora presenti nell’ io profondo di Raskòl’nikov.

– Io ho ucciso solo un pidocchio, Sonia, un pidocchio inutile, disgustoso e nocivo.

Sonia oppone alle elucubrazioni e ai contorcimenti dialettici con cui il giovane tenta di giustificarsi, la sua semplicità evangelica.

– Ma era un essere umano quel pidocchio… Lei si è allontanato da Dio e Dio l’ha colpita, l’ha consegnata al demonio!

– Fu il demonio a trascinarmi, allora, ma poi mi spiegò che non avevo il diritto di andare dalla vecchia perché anch’io ero un pidocchio come tutti gli altri. Si è preso gioco di me, ecco, e ora sono venuto da te. Accoglimi. Se non fossi un pidocchio sarei venuto qui? Ascolta, quando sono andato dalla vecchia, ci sono andato solo per provare…Devi saperlo… È così che si uccide? Si va così ad uccidere, come ci sono andato io? IO HO UCCISO ME STESSO NON LA VECCHIA.

Raskòl’nikov non comprende che il rimorso è lo strumento scelto da Dio, insieme a Sonja, per salvarlo.

– Alzati! Lo afferrò per una spalla. Egli si alzò, guardandola quasi stupito. Va subito, immediatamente, fermati a un incrocio, piegati a baciare la terra che hai profanato, e poi inginocchiati di fronte a tutto il mondo e grida in ogni direzione, ad alta voce: “Io ho ucciso!”. E allora Dio ti manderà di nuovo la vita.

Oppresso dal rimorso (e dalla vergogna di provarlo), Raskòl’nikov si costituisce e viene condannato a otto anni di lavori forzati in Siberia. Sonja lo segue, disposta a soffrire insieme a lui per salvarlo.

Che posto occupa l’orgoglio nella nostra vita? Sappiamo che è il peccato più subdolo, spesso mascherato sotto forma di umiltà… Per l’orgoglio il diavolo è diventato il diavolo: l’orgoglio porta a ogni altro vizio, è lo stato mentale completo anti-Dio” (Clive Staples Lewis).

Raskòl’nikov si è costituito non perché ha riconosciuto l’ingiustizia del suo gesto, ma per autopunirsi: non è stato all’altezza dei “grandi” che hanno saputo elevarsi al di sopra della massa. “Il suo orgoglio era stato profondamente ferito… Come sarebbe stato felice se avesse potuto trovarsi in colpa!.. Ecco la sola cosa in cui riconosceva il suo delitto: nel non avere saputo sopportare le conseguenze e nell’essersi costituito…Perché allora non si era ucciso? Perché era stato là a guardare il fiume e poi era andato a costituirsi? Possibile che ci fosse tanta forza in quel desiderio di vivere e che fosse così difficile vincerlo?”.

Pòlečka, io mi chiamo Rodiòn, pregate qualche volta anche per me”. Le preghiere dei bambini, come la sorellina di Sonia, sono le più ascoltate perché vengono da un cuore puro. “Tutta la mia vita pregherò per voi…”. La misericordia di Dio interviene per impedirgli di commettere l’ultimo e irreparabile peccato di orgoglio, così come impedirà a Dimitri di riuscire ad assassinare il padre (I fratelli Karamazov).

Non poteva comprendere che forse già allora, mentre guardava giù nel fiume, intuiva in sé e nelle sue convinzioni una profonda menzogna. Non comprendeva che quella intuizione poteva essere il preannuncio di un futuro rivolgimento della sua esistenza, di una futura risurrezione, di una sua nuova concezione della vita”.

C’è al mondo un solo essere che possa perdonare e ne abbia il diritto? … Non è che non accetti Dio, Alëša, ma gli restituisco rispettosamente il suo biglietto” (…) “Ma questo essere c’è, ed Egli può perdonare tutto e a tutti e per conto di tutti, perché Egli stesso ha dato il suo sangue innocente per tutti e per tutto” ( dialogo fra Ivan e Alëša nei Fratelli Karamazov).

Quando Raskòl’nikov si ammala, Sonia gli è vicina, lo assiste e aiuta anche gli altri condannati, condividendo le loro sofferenze. “Veniva spesso nel cortile dell’ospedale sotto le finestre, soprattutto verso sera, talora per rimanerci un momento e anche da lontano guardare alle finestre della camerata”. Agli incubi del giovane che non si rassegna alla sua “sconfitta” oppone la certezza di una fede semplice ma illuminata dalla verità (“Hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai semplici”, Matteo, XI, 25-30). È la fede che si manifesta nel compiere gesti gratuiti per gli altri, nel portare quotidianamente la propria croce, nell’ignorare l’astiosa animosità che può suscitare il bene che facciamo.

Dostoevskij ribalta qui in anticipo il verdetto di Satre: gli altri non sono l’inferno, ma sono il paradiso, cioè la salvezza… L’idealista è colui che sacrifica la realtà presente con quella futura, uccide un uomo concreto oggi per fare del bene domani; il realista è colui che non combatte la realtà, ma la vive: questo non significa che ci si adagi con rassegnato fatalismo, ma che lui tenta di cambiare la realtà vivendola; il bene che compie non è un ideale astratto, ma ha il volto concreto della bambina che ha aiutato, dell’uomo di cui ha ascoltato le sofferenze, della donna che ha amato…” ( Luca Gritti).

Gli uomini hanno condannato Dio a morte; Dio, però, con la sua Resurrezione, condanna gli uomini all’immortalità. Alle loro percosse risponde con abbracci, agli insulti con benedizioni, alla morte con l’immortalità” (San Justin Popović, L’uomo e il DioUomo). Al Grande Inquisitore con un bacio silenzioso. In Sonja c’è la risposta alla domanda che Ippolit, il diciottenne nichilista in fin di vita, rivolgerà nell’Idiota al principe Myškin: “Quale bellezza salverà il mondo?”. Non la bellezza di Sodoma (contrapposta da Dimitri a quella della Madonna nei Fratelli Karamazov), non quella esteriore, spesso pericolosa e bugiarda, ma quella che si rivela “nel lasciarsi trafiggere dal dolore altrui con la fedeltà della propria vicinanza” (Gerolamo Maino), nel fare il bene senza cadere nella trappola del “discussionismo” e degli psico-contorcimenti dialettici.

Un bene che non cerca il plauso del mondo, ma lo cambia veramente (siamo responsabili di tutto verso tutti) e si esprime in un gesto di rinuncia a far prevalere la nostra “forza” (“chi perderà la vita per causa mia, la troverà”, Matteo, XVI, 25) e che, “umiliandoci” nel tempo, ci spalanca l’eterno. “La negazione della terra – affermava Dostoevskij – è necessaria per essere infiniti. Cristo, il più alto ideale positivo dell’uomo, portava con sé la negazione della terra affinché la sua ripetizione sulla terra fosse impossibile. Il solo Hegel, cimice tedesca, voleva conciliare tutto con la filosofia”.

Si avvicinò per caso alla finestra e d’un tratto scorse Sonja in lontananza, presso la porta dell’ospedale. Stava là e pareva che aspettasse qualcosa. Il suo cuore fu in quel momento come trafitto”. Una mattina , durante una visita della ragazza, “d’un tratto si sentì come afferrato e gettato ai piedi di lei. Piangeva e le abbracciava le ginocchia. Nel primo istante ella ebbe una gran paura…Balzò su e lo guardò tremando. Ma subito in quell’attimo stesso, comprese tutto. Nei suoi occhi brillò una felicità infinita; ella comprese, e per lei non ci fu più dubbio ch’egli l’amava… Egli era risuscitato e lo sapeva, lo sentiva pienamente, con tutto il suo essere rinnovato, e lei, lei non viveva che della vita di lui! (…) In vece della dialettica era cominciata la vita”.

1 commento su “KAFÈ DOSTO’ – “Delitto e castigo”, o del dramma dell’uomo moderno”

  1. Giosuè Berbenni

    Per scrivere questa riflessione, caro Andrea, hai sofferto molto. Traspare il tuo travaglio, che si fa interprete, illuminato dalla Redenzione. Quanto è infinito l’animo umano e nello tesso tempo quanta è la responsabilità che esso ha. Einstein scriveva alla sorella che la legge che governa l’universo è l’Amore. Purtroppo non siamo consapevoli dell’ inimmaginabile e continuo dolore che arrechiamo al nostro Creatore.
    Tanti complimenti. Giosuè

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