KAFÈ DOSTO’ – Dostoevskij reporter dell’anima

Dostoevskij non è solo uno dei più grandi romanzieri di tutti i tempi. È anche il filosofo precursore di temi che hanno attraversato tutto il ‘900 e che oggi, più che mai proprio oggi, richiedono ancora di essere affrontati. Le domande che egli pone continuano a risuonare dentro di noi. Cosa è la libertà? Perché il male? In cosa consiste l’amore? E la giustizia? Perché è necessario che l’anima sia immortale?

Dostoevskij ha riflettuto per tutta la vita su questi temi. Ma sarebbe forse meglio dire che li ha vissuti sulla pelle viva. Perché le sue idee non sono astratte, puramente razionali prese di posizione sul mondo, ma risposte che egli dà alla propria sofferenza. In questo senso Dostoevskij è il più autobiografico degli scrittori.

Nelle opere letterarie il dialogo interiore si risolve artisticamente nei memorabili personaggi dei suoi romanzi in confronto dialettico tra loro. Aljoša e Ivan, Myskin e Rogozin, Raskolnikov e Sonia.

Nei limiti in cui è possibile comprendere il sentimento profondo di un’anima perennemente inquieta come quella di Dostoevskij , a illustrare il suo pensiero, da quali osservazioni del mondo prende le mosse e come al mondo lo comunica, è utile una sua attività meno nota, quella di giornalista e polemista.

Il Diario di uno scrittore è l’ultima rivista nella quale Dostoevskij scrive, con qualche intervallo, dal 1873 (nel 1873 il Diario viene pubblicato in appendice alla rivista Grazdanin, Il cittadino) al 1881, anno della sua morte. È l’unico redattore. Vi parla di politica, letteratura, religione, costume. Vi trovano spazio anche racconti, poi letti anche autonomamente, quali “La mite” e “Il sogno di un uomo ridicolo”.

I suoi articoli sono un ribollire di idee su tutti gli aspetti della vita sociale. Vi si sente un calore, un’urgenza di dire, declinata in chiave spesso appassionata, polemica, talvolta ironica, talaltra più chiaramente didascalica. A volte si rivolge ai suoi lettori, veri o immaginari, a volte agli intellettuali del tempo, a volte pare dialoghi con se medesimo.

È sorprendente come oggi, assorbiti come siamo dalla distopia in mezzo alla quale abbiamo la sventura di trovarci , impegnati a capire come è potuto accadere, quando ha cominciato ad accadere, Dostoevskij ci viene incontro con pagine straordinariamente attuali. Gli articoli del Diario ci interpellano su problemi che a distanza di centocinquanta anni sono ancora tutti sul tappeto, e vi ritornano oggi con sempre maggiore importanza.

La chiave di lettura degli argomenti trattati può essere trovata in una critica radicale della modernità. Dostoevskij nota, con la sensibilità che solo pochi artisti visionari possiedono, come le tradizioni del suo paese siano scosse da “certe influenze” che arrivano dall’Europa, veicolate e fatte proprie dall’intelligencija. Come esse costituiscano un’insidia contro lo spirito , corrompendo il popolo che lo custodisce. Dove per popolo Dostoevskij si riferisce agli umili, ai contadini, i muziki, depositari dell’autentica fede e dell’autentico spirito russo.

Si legge, e pare queste influenze somiglino (incredibilmente?) a quelle stesse che oggi vediamo operare per sovvertire quanto rimane degli istituti tradizionali della società. Ascoltiamo per esempio quel che Dostoevskij ha da dire sulle principali correnti di pensiero dell’epoca, di stampo deterministico positivista: “Mi si dirà, magari, che questi signori (Mill, Darwin, Strauss ndr) non insegnano affatto a commettere scelleratezze; che se, per esempio, Strauss odia Cristo, e si è posto come scopo di tutta la propria vita, quello di dileggiare e vituperare il cristianesimo, tuttavia egli adora l’umanità nel suo complesso, e la sua dottrina non potrebbe essere più elevata e più nobile. Può darsi benissimo che sia proprio così, e che gli scopi di tutti i moderni capi del pensiero progressista europeo siano umani e sublimi. Ma d’altra parte a me sembra fuor di dubbio che, se lasciaste a tutti questi alti maestri contemporanei la piena possibilità di distruggere la vecchia società e ricostruirla a nuovo, ne verrebbe fuori una tale tenebra, un tale caos, qualcosa di talmente volgare, cieco e inumano, che tutto l’edificio crollerebbe sotto le maledizioni dell’umanità prima di essere compiuto. Una volta ripudiato Cristo, l’intelletto umano può giungere a risultati stupefacenti. È un assioma. L’Europa, per lo meno nei maggiori rappresentanti del suo pensiero, ripudia Cristo, e noi, come è noto, siamo obbligati a imitare l’Europa”.

Queste parole non necessitano di alcun commento. Non sono esse stesse un commento e un giudizio, i migliori possibili, per quanto accade, e su come si pensa, non in Russia nel 1873, ma oggi, in Italia e in Europa ?

Il disumano edificio che Dostoevskij sperava non sarebbe mai stato costruito fu portato a termine in Russia dal bolscevismo e fu necessaria tanta sofferenza perché alla fine crollasse. Oggi a quell’edificio si lavora con la stessa baldanzosa alacrità. Di nuovo, come sempre. In Italia e nel mondo. Gli strumenti sono simili, solo resi più efficienti dai progressi tecnici e scientifici che consentono aggiustamenti del tiro sempre più precisi. Oltre al fatto incontestabile che agiscono su un terreno maturo, arato e dissodato fin dai tempi di Dostoevskij e prima. Sono gli attacchi ai gangli fondamentali della società, alla religione, alla scuola, alla giustizia, alla famiglia.

La comparazione che faccio tra due realtà tanto diverse e tanto distanti come la Russia degli anni ‘70 dell’ottocento e l’Italia di oggi può apparire forzata, magari dettata da un pregiudizio ideologico. Ma a me pare che abbia un fondamento anche storico, se non si crede che quel che muove la storia siano i rapporti di produzione .

Ovviamente non si tratta di condividere ogni posizione di Dostoevskij su ogni singolo argomento, alcuni suoi giudizi risentono necessariamente del trascorrere del tempo e delle vicende storiche contingenti, quanto di cogliere lo spirito dei suoi interventi.

Prendiamo ad esempio qualche osservazione su educazione e scuola. Sui nuovi metodi educativi che si propugnano scrive : È un vero peccato che attualmente si cerchi di facilitar tutto ai fanciulli, non soltanto l’istruzione in ogni campo, qualsiasi apprendimento di nozioni, ma anche i giuochi e i divertimenti. Non appena il fanciullo comincia a balbettare le prime parole, subito ci si dà da fare per facilitargli lo sforzo. Tutta la pedagogia odierna non ha altra preoccupazione. Facilità non è sempre sviluppo, qualche volta anzi significa regresso”.

Sulla riforma dell’educazione da poco attuata lamenta il fatto che in essa sia “quasi del tutto soffocato l’insegnamento della lingua russa”. Incoraggia che “nella scuola si debbono assolutamente imparare a memoria i monumenti della nostra letteratura , e precisamente imparare a memoria , anche se l’imparare a memoria sia da considerar cosa retrograda”.

Il passo richiama per analogia i cambiamenti apportati al nostro ordinamento scolastico già molto tempo fa, almeno a partire dagli anni settanta del secolo scorso, quando, anche sull’onda dei movimenti tellurici provocati dal sessantotto, fu imboccata la direzione di una progressiva semplificazione generale dell’apprendimento e di un cambio radicale dei criteri di valutazione degli studenti. Solo per ricordare alcuni aspetti: niente più latino nelle scuole medie, perché “lingua morta”, niente più poesie a memoria, essendo lo sviluppo di tale facoltà evidentemente considerato inutile, niente più nozionismo, e via dicendo.

Allo stesso tempo Dostoevskij scoraggia l’uso della lingua francese, diffusissimo all’epoca nell’alta società russa: “Io porrei alla mammina (qualche mammina dell’alta società che spera legga l’articolo ndr) la domanda se essa sappia che cos’è una lingua e a che cosa serva la parola data all’uomo. La lingua è indiscutibilmente la forma, il corpo, l’involucro del pensiero (non spiegherei che cosa sia il pensiero), per così dire l’ultima e conclusiva parola dello sviluppo organico. Da ciò deriva chiaramente che, quanto più ricco è il materiale, le forme per i pensieri, che io faccio miei per la loro espressione, tanto più facile io sarò nella vita, tanto più comprensibile a me stesso e agli altri… per la vita superiore, per la profondità del pensiero, la lingua straniera, presa in prestito, non basterà, appunto perché ci rimane estranea”.

Si avverte la preoccupazione e il pericolo della colonizzazione culturale. Una sensibilità che sarebbe troppo sperare qualcuno avesse oggi in Italia, letteralmente annichilita da tante parole inglesi che non servirebbero affatto, essendovene di equivalenti o migliori nella nostra lingua. E dove la semplificazione del vocabolario, l’uso di un linguaggio formulare, l’adozione di neologismi ideologici, fa progressivamente venir meno la capacità di pensiero e di espressione.

L’attenzione di Dostoevskij si rivolge molto spesso alla cronaca giudiziaria. Il crimine, e la punizione che esso deve ricevere, da Dio e dagli uomini, è centrale nella poetica dell’autore di Delitto e Castigo. Il destino degli imputati tocca profondamente le corde più sensibili del suo animo. I romanzi sono costellati di assassini e di indagini sulla condizione psicologica e spirituale che li ha provocati. Le pagine del Diario sono testimonianza di questo interesse. Forse sono quelle che più di tutte mettono in evidenza il nesso tra la sua biografia e l’ impegno civile, tra il suo cristianesimo e l’opera letteraria.

Dostoevskij commenta, con una partecipazione che si potrebbe dire quasi personale, diversi casi di cronaca del suo tempo. Si cala nei panni dell’imputato e delle altre parti del processo, l’avvocato, il procuratore, con quella stessa capacità di introspezione ed empatia che emerge nei suoi romanzi.

Le sue prese di posizione sono spesso in chiave critica dei mutamenti che si stanno propagando nella società russa: avversa l’istituto del tribunale pubblico con giuria, importato dagli ordinamenti europei. Ripugna al suo spirito l’avvocato che, utilizzando il talento retorico per far assolvere il suo cliente, distorce la verità. Vorrebbe che si giudicasse l’imputato sulla base di un criterio sicuro di distinzione del bene dal male, distinzione che sente sfumarsi, sempre per effetto di quelle idee nuove delle quali egli dubita.

Nel pezzo del gennaio 1873, intitolato “L’ambiente”, trova parole anche paradossali, ma persuasive, per dimostrare come la responsabilità di ogni atto deve ricadere alla fine sull’individuo che lo ha compiuto, nonostante l’influenza dell’ambiente sociale. Riporto un passo che fa bene comprendere come questa idea sia nello spirito pienamente coerente con la convinzione religiosa di Dostoevskij (del resto tutta la sua visione del mondo si costruisce e si regge sulle fondamenta della fede in Cristo): “Siccome la società è organizzata malamente, non ci si può ambientare in una società cosiffatta senza una protesta e senza delitti. Siccome la società è organizzata malamente , non si può emergervi senza avere un coltello in mano. Ecco ciò che dice la dottrina dell’ambiente , in contrasto col cristianesimo, che riconoscendo pienamente la pressione dell’ambiente, pone però come dovere morale dell’uomo la lotta contro l’ambiente, pone un limite dove finisce l’ambiente e comincia il dovere. Nel considerare l’uomo responsabile, il cristianesimo ne riconosce implicitamente la libertà. Nel considerare invece l’uomo come dipendente da qualsiasi errore dell’organizzazione sociale, la dottrina dell’ambiente porta l’uomo a una piena spersonalizzazione, al suo pieno affrancamento da ogni dovere morale personale, da ogni indipendenza, lo porta alla più schifosa delle schiavitù immaginabili”.

Commentando il caso di una matrigna che ha gettato dal terrazzo la figlia ( rimasta miracolosamente incolume) scrive: “Noi capivamo che si potesse aver pietà del colpevole, ma non ci sembrava possibile chiamar bene il male in una istituzione così importante e grande qual è il tribunale; e intanto vi sono state assoluzioni perfino di questo tipo, dove cioè il male era quasi riconosciuto per bene, o almeno poco ci mancava. Si rivelava o una falsa sentimentalità o un’incomprensione del principio stesso del tribunale, incomprensione di ciò che in un tribunale è al primo posto, la necessità cioè, che il male sia, per quanto è possibile, definito, per quanto è possibile proclamato pubblicamente. Quanto al mitigare la sorte del colpevole, quanto a prendersi a cuore ch’egli si redima, ecc..ecc.., sono questioni già d’altro ordine , profondissime, immense, ma del tutto estranee ai compiti del tribunale. Esse si riferiscono a campi del tutto diversi della vita sociale…” …“E intanto nei nostri tribunali queste idee d’ordine diverso si insinuano, Dio solo sa con quali risultati. Ne vien fuori che il delitto, per così dire, non viene chiamato delitto; anzi alla società si dichiara, talvolta da parte dello stesso tribunale, che il delitto non esiste; che il delitto, vedete, è soltanto una malattia, che proviene dalle condizioni anormali della società”.

Ma la sua non è ideologia. È sempre e soltanto interesse per il destino dell’uomo. Così, sul caso che sta esaminando, prende una posizione in apparente contrasto con quanto scrive e parteggia per l’assoluzione della donna (che poi sarà effettivamente scagionata anche grazie al contributo dei suoi articoli) perché si convince che qui l’assoluzione sarebbe caduta su un seme buono.

Molte pagine della rivista, negli anni ‘76 e ‘77, sono dedicate ad argomenti di geopolitica, come si direbbe oggi, e in particolare alla così detta questione d’oriente che vedeva muoversi le grandi potenze, Austria, Francia, Inghilterra, Russia intorno alla sorte dell’impero ottomano di cui si constatava la decadenza e che sfociò nella guerra tra Russia e Turchia negli anni 1877 e 1878. Questi articoli sono molto interessanti per chi voglia comprendere meglio i rapporti che intercorrono anche oggi tra Russia ed Europa.

La spiegazione dei contrasti, e della posizione specifica di Dostoevskij, il suo panslavismo, la coscienza di una missione religiosa della Russia, vanno oltre gli intenti di questa succinta disamina. Mi limito a riportare alcuni commenti che danno l’idea come la dialettica tra questi due mondi, la Russia e l’Europa, sotto molti aspetti non sia mutata: “ La Russia come un’orda barbarica si getterà sull’Europa e ne distruggerà la civiltà. Questo si grida ora in Inghilterra, in Germania, mentendo spudoratamente, senza credere una sola parola di queste accuse e preoccupazioni. Non si tratta che di parole dette allo scopo di eccitare all’odio le masse del popolo. (…) tutti in Europa sembrano non capirsi più reciprocamente, come nella torre di Babele; si direbbe che ognuno abbia cessato di capire quel che vuole. Solo in una cosa son tutti d’accordo : nell’indicare la Russia, convinti tutti che l’animale dannoso non può venire che di lì, sempre”.

E non si può fare a meno di osservare come per davvero la storia spesso si ripeta . La passione civile, che in Dostoevskij è tutt’uno con la passione per l’uomo, viene fuori anche quando egli veste i panni del critico letterario. Il capolavoro di Tolstoi, Anna Karenina, gli suggerisce considerazioni sulla inevitabilità del male che nessuna magnifica sorte e progressiva potrà debellare: È chiaro e comprensibile fino all’evidenza che il male si nasconde nell’umanità più profondamente di quanto non suppongano i medici socialisti, che in nessuna organizzazione della società sfuggirete il male, che l’anima umana resterà sempre la stessa, che l’anormalità e il peccato derivano direttamente da essa e che, infine, le leggi dello spirito umano sono così ignote alla scienza, così indeterminate e così misteriose che non ci sono e non ci possono essere ancora né medici, né giudici definitivi, ma c’è Colui il quale dice : A me la vendetta, io farò ragione”.

Tra le pagine più significative, perché vi si sente il suo sentimento profondo, ci sono quelle in cui Dostoevskij parla dell’anima del popolo russo e ne prende le parti con passione e compassione. Noi, che assistiamo con dolore al processo di demolizione controllata del nostro paese, di quel che resta della sua cultura e delle sue tradizioni , male o bene sopravvissute fino ad oggi , veniamo colpiti da queste parole: “Diventar russo significa smettere di disprezzare il proprio popolo. Non appena l’Europeo vedrà che noi abbiamo cominciato a rispettare il nostro popolo e la nostra nazionalità subito comincerà egli stesso a rispettarci. Ed effettivamente: quanto più fortemente e indipendentemente noi ci sviluppassimo nel nostro spirito nazionale, tanto più fortemente e intimamente risponderemmo all’anima europea e ad essa imparentatici le diventeremmo più comprensibili. Allora non ci volterebbero la faccia altezzosamente, ma ci darebbero ascolto. Allora noi anche esteriormente diverremo diversi. Divenuti noi stessi, acquisteremo finalmente aspetto umano e non scimmiesco. Avremo il volto di un essere libero, e non di uno schiavo, di un servo, di un Potugin; ci considereranno allora uomini e non gentaglia, non servi dell’europeismo, del liberalismo e del socialismo”.

I temi ai quali ho accennato non esauriscono certo l’enorme quantità delle questioni trattate da Dostoevskij nel Diario. Ma non si tratta solo di quantità. Come per i romanzi, si tratta anche della difficoltà di rinchiudere in un qualche compendio lo spirito umano che si svela misteriosamente e potentemente in tutte le sue possibilità.

L’influenza di Dostoevskij sulla cultura del suo tempo è enorme. Non vi è scrittore o filosofo che non si sia confrontato con i suoi libri, magari per dichiarare di esserne respinto. Ma è una repulsione con la quale si deve fare i conti, si è costretti a chiedersene le ragioni, a confessarla. L’indifferenza è impossibile.

L’attività giornalistica può essere meno conosciuta, ma non di meno essa ha attirato l’attenzione di intellettuali tra i più grandi del ‘900. Penso a Thomas Mann, e a un libro importante come Considerazioni di un impolitico. Dostoevskij, e le pagine del Diario, vi sono frequentemente citati attraverso tutte le 600 pagine. Nella prima parte, per parlare della sua Germania, il Mann saggista prende largamente ispirazione da quanto su di essa ha da dire il Dostoevskij del Diario nel 1877, di cui riconosce la genialità. Leggendo Le considerazioni mi sono fatto l’idea (una ipotesi, suggeritami anche da alcune assonanze di tono) che quel libro non sarebbe stato scritto, o almeno non con quel taglio, se non ci fosse stato prima il Diario di uno scrittore. A supporto di quanto dico, mentre mi accingo a licenziare l’articolo, ritrovo questo passo : “Né vale obbiettare che Dostoevskij si occupò di politica, che scrisse dei saggi in proposito. Li scrisse contro la politica; i suoi scritti politici sono considerazioni di un impolitico – si potrebbe anche dire: di un conservatore. Ogni conservatorismo è infatti antipolitico, non crede nella politica, come fa solo il progressista. Esiste un solo, autentico tipo di politico, ed è il rivoluzionario occidentale”. Con tutti i distinguo e le precisazioni che una tale affermazione richiederebbe, mi pare che nel caso di Dostoevskij il giudizio colga nel segno e così si possa concludere questa breve escursione nel Diario di uno scrittore.

1 commento su “KAFÈ DOSTO’ – Dostoevskij reporter dell’anima”

  1. ROSA ANGELA MARIA PICCINI

    Grazie a “Ricognizioni” di avere il coraggio di difendere, attraverso questi tre articoli, la civiltà cristiana europea.
    Rosa Angela Piccini

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