La banalità del drago

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È innegabile che non solo i diffidenti per natura, ma anche chi era perfettamente conscio della pericolosità del personaggio, sia stato tentato dalla speranza di vedere a capo del governo uno che, parlando ancora un buon italiano, oltre l’inglese, potesse guidare l’Italia fuori dalle secche di eventi dannosi quanto misteriosi. Eppure tutti o quasi sapevano che l’uomo aveva nuociuto enormemente al paese quando si era trovato a ricoprire cariche di primo piano, prima al Tesoro e poi alla Banca d’Italia, e che aveva concorso convintamente all’umiliante annichilimento economico della Grecia, mentre il suo salvataggio dell’euro aveva sortito l’effetto di affossare ancora di più l’Italia. Era noto soprattutto in che misura egli fosse al servizio di un sistema bancario e finanziario che vede davanti a sé soltanto il proprio profitto. 

Nondimeno, poiché le conversioni appartengono alla storia e alla speranza cristiana, e poiché l’eretico economico aveva disseminato qua e là, negli ultimi tempi, segni di un possibile ravvedimento, ad esempio a proposito delle politiche di austerità imposteci ad maiorem gloriam altrui, e siccome l’istinto di sopravvivenza ispira anche la speranza più audace, abbiamo trattenuto il respiro e pensato altamente improbabile che alla indecorosa stagione politica appena chiusa ne potesse succedere una peggiore.

Ma è venuta la lista dei ministri. E il quadro è apparso addirittura peggiorato in virtù dei “miglioramenti” apportati. Un risultato a dir poco miracoloso, nella sua unicità, ma forse per questo sempre all’altezza della mirabolante carriera del nuovo conducator. Infatti, se alcuni tra i soggetti dannosi per la propria pochezza o per la propria insignificanza sono stati confermati, altri sono stati allontanati e al tempo stesso sostituiti da chi risulterà senza scampo dannoso perché diversamente utile, cioè orientato a servire il definitivo snaturamento economico e culturale del nostro infelice paese. Nuovi tecnici quali il signor Colao o il signor Bianchi, per esempio, esperti in transizioni economiche o scolastiche, sono consustanziali al disegno egemonico dei grandi agglomerati economico finanziari, come all’ideale di una scuola asservita alle logiche di mercato secondo il famigerato progetto Treellle varato da un noto polo imprenditoriale e bancario.

Ora, nonostante tutto questo, siccome la speranza è l’ultima a morire, qualcuno di noi ha ancora pensato che in fondo il grand’uomo potesse avere ugualmente buone intenzioni e si fosse circondato di comparse variegate solo per accontentare sia il popolo basso che quello di palato più fine, deciso però a prendere in mano le redini e portare il carro a sicura destinazione.

Dunque, accompagnato dal seminuovo stato maggiore, questo fenomenale signore calato quale deus ex machina dall’empireo quirinalizio, entra in Parlamento ed essendo già incoronato pronuncia il discorso della corona. 

E fu subito, nei toni e nel contenuto, un discorso funebre sul corpo morto della nazione italiana, afflitta dalla tragedia pandemica. L’attacco diretto su questo tema con le parole e con il tono di voce, voleva e poteva significare solo questo: mettetevi in testa che la festa è finita e io sono venuto a mettere le sedie sopra il tavolo mentre Colao spazza per terra. 

Quest’ultimo, al quale è stata affidata oltre alla transizione ecologica anche quella digitale, deve avere provveduto in anteprima ad impostare la voce artificiale dell’oratore, senza variazioni tonali, tutta nel registro richiesto dalla luttuosa circostanza. 

Insomma un esordio piuttosto curioso per uno che era stato chiamato a risollevare le sorti e soprattutto lo spirito di un popolo depresso e sconfortato, costretto all’indigenza e senza alcuna certezza del domani.

Sta di fatto che dopo il compianto, e sempre senza variazioni tonali, è venuta l’omelia vera e propria, ad ampio spettro escatologico. 

Il salvatore prima ha enumerato i peccati di cui occorre pentirsi per poter godere della remissione. Una sorta di principio di legalità gesuitica. Ci sono le offese al creato che hanno fatto piangere il Signore. L’effetto inesorabilmente comico in bocca a uno abituato a manovrare altre corde non è stato avvertito, però, da un’aula decisa ad applaudire automaticamente sempre e comunque. 

Così è seguita la esposizione degli altri peccati; i giovani costretti ad emigrare, anche se, come sappiamo ben rimpiazzati dalle risorse boldriniane. Poi è venuto il momento delle disparità di genere.

Fino a pochi anni fa qualunque politico che volesse esibire la propria sensibilità democratica avrebbe parlato di donne e uomini, maschi e femmine. Oggi il politico aggiornato parla di genere perché il termine è in grado di ricomprendere oltre al maschile e al femminile anche il neutro, quello che va per la maggiore in ogni ambiente veramente colto e mondano. Dopo il genere anche gli sprechi, il debito pubblico sulle spalle delle nuove generazioni, le pecche della pubblica amministrazione ecc. 

Il repertorio delle banalità è stato regolarmente scandito e incoraggiato dagli applausi scroscianti e sempre più incalzanti di un pubblico senatorio memore di Petrolini, e dunque convinto che ormai Roma sarà ricostruita “più grande e più bella che pria”. 

Ai peccati italiani, ovvero ai delitti, segue il castigo: non tutto tornerà come prima; una minaccia ma anche una promessa, ma intanto occorre comunque la redenzione.

Ed ecco infatti il piano della possibile salvezza. La palingenesi, guidata da Colao, attraverso la nostra traslazione nel mondo nuovo, pulito, sterile, sterilizzato e tutto virtuale. Là dove regnano le divinità e i colossi della finanza, i potenti con cui il nostro uomo può dialogare senza bisogno di interprete e di mediatori istituzionali, e ai quali è vano, dicono, opporre resistenza. 

Non poteva mancare neppure la evocazione della next generation, che deve essere sembrata alla folla senatoriale plaudente poliglotta un ulteriore accorato riferimento alle nuove generazioni gravate dal debito degli antenati, a riprova ulteriore dello spirito paterno e delle buone paterne intenzioni di quest’uomo della provvidenza, che ha preso senza sforzo i famosi due piccioni con una fava.

Del resto l’oratore era ben consapevole del fatto che quando sei ritenuto autorevole qualunque cosa tu dica tutti la prendono per buona anche se non la ascoltano o non la capiscono. Da anni è quello che per sua fortuna capita a Bergoglio. La stessa cosa devono avere pensato gli aiutanti di campo che, per non sforzarsi troppo, hanno fatto leggere al novello presidente del consiglio, come fosse farina del suo sacco, quello che un altro aveva scritto sul grande Corriere qualche mese addietro in tema di fiscalità. In fondo anche questa è una forma di sobrietà e di parsimonia, che non guasta. Con l’usato si combatte anche il consumismo.

Passata la Azzolina, c’è da rimettere in piedi la scuola di ogni ordine e grado, tradita, azzoppata, snaturata soprattutto attraverso la recente smaterializzazione. Su di essa gravano anche le attese dell’Italia colta, quella che legge almeno un libro di Andrea Camilleri al mese, come fa di certo un noto accademico senese la cui loquela lo fa manifesto.

Ecco allora che anche sul tema dell’istruzione si è dispiegata tutta la profondità del pensiero presidenziale, quello del vero uomo di cultura: basta concentrare interamente l’attenzione politica sugli istituti tecnici, ed è fatta. La cultura vera nasce lì, secondo quanto suggeriscono uomini che pensano in grande come gli estensori di Treellle. Il resto è roba da mercatino dell’antiquariato inservibile per il progresso vero, ecologico e digitale. 

Alla fine, in un crescendo di idee mirabolanti, arriva nientemeno che la telemedicina. Questa sì che è innovazione pura, al passo coi tempi, che guarda al futuro dell’uomo libero dalle mani dei medici e dalle loro insane pretese di guardare in faccia il paziente e diagnosticargli un’appendicite con la palpazione dell’addome. 

Questa sembra proprio farina del suo sacco, o tutt’al più del Colao, ma la paternità, si sa, è cosa superata dai tempi, come ci ha informati la Corte Costituzionale. 

Il nuovo presidente del consiglio ha dimostrato anche una straordinaria sensibilità culturale nel riconoscere i meriti, anch’essi culturali, del predecessore. Infatti con non poca finezza ha ripetuto qua e là a casaccio, innumerevoli volte, la parola fatale “resilienza”. E di certo è stato un tributo reso non solo al suo primo divulgatore, ma anche al popolo che l’ha adottata di slancio con sovrana creatività. 

Dopo il discorso, sono venuti presto anche i fatti e, poiché il buongiorno si vede dal mattino, abbiamo già capito quale sarà il pomeriggio. E se la pandemia è servita per provare a mettere in guardina un intero popolo, qui e altrove, ora l’esperto di resilienze esegue gli ordini superiori relativi al rancio minimo e all’ora d’aria, deciso a superare anche chi lo ha preceduto nello sfruttamento degli effetti economici e sociali della covid per i fini che gli sono più congeniali. 

Intanto l’ordine impartito è perentorio “credere, obbedire e vaccinarsi”. 

A meno che, mentre siamo potati al macello, non ci venga la voglia di metterci in salvo…

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1 commento su “La banalità del drago”

  1. E magari, per metterci in salvo, basterebbero delle buone cure domiciliari già testate da anni e in grado di prevenire gli effetti nefasti di qualsiasi influenza. Ma per far questo occorre una modifica ai protocolli terapeutici (che tra tachipirina e inutili attese hanno già prodotto i loro morti) e una revisione del piano pandemico, oltre a dare la consapevolezza alla popolazione che la somministrazione di un qualsiasi “vaccino” NON è obbligatoria (il non è scritto tutto in maiuscolo anche in sede di Commissione Europea) e non può essere oggetto di discriminazione (anche in relazione ai candidati per la maggior parte dei “posti di lavoro”). Altrimenti diciamoci chiaro e tondo che i diritti umani, la Costituzione,… sono solo… carta straccia.

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