LA BARZELLETTA DELL’UNIVERSO ETERNO (seconda e ultima parte) – di Emilio Biagini

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LA BARZELLETTA DELL’UNIVERSO ETERNOseconda e ultima parte

di Emilio Biagini

 

per leggere la prima parte, clicca qui

 

univ

 

E prima del big bang?

Non solo, ma in base alle più recenti teorizzazioni astrofisiche, basate sulla teoria delle “stringhe” (o delle “corde”), è possibile addirittura tradurre in termini scientifici i misteriosi primi versetti della Genesi (1, 1-2) che precedono la “grande esplosione” della luce: “In principio creò Dio il cielo e la terra, e la terra era informe e vuota e le tenebre ricoprivano l’abisso. E lo Spirito di Dio si librava sulle acque.” Il fisico teorico Maurizio Gasperini (2002) traduce i termini cielo e terra come lo spazio-tempo e le diverse forme di energia, mentre le tenebre e l’abisso indicano “qualcosa di immensamente vasto, vuoto e freddo, come lo spazio piatto privo di ogni interazione. In assenza di interazioni la materia è infatti oscura, perché non si produce radiazione e quindi luce”. Le condizioni iniziali dell’universo dovevano essere analoghe a quelle di un oceano “sul quale le onde si scontrano in modo caotico. L’unico soffio di vita su queste acque potrebbe corrispondere alle oscillazioni quantistiche del dilatone e della geometria, atte a innescare il processo di inflazione, che conduce poi alla nascita di un universo standard attraverso la fase esplosiva del big bang”. Il dilatone è una particella senza carica e non orientata dell’energia repulsiva antigravitazionale che presiede all’espansione, già prevista da Einstein nella teoria della relatività generale.

A questo punto, Gasperini arriva a tradurre in termini moderni i primi versetti della Genesi: “In principio Dio creò i campi e le sorgenti. Le sorgenti erano incoerenti e immerse nel vuoto e questa materia aveva interazioni nulle. E il dilatone fluttuava sul vuoto perturbativo di stringa”. Il momento successivo, quando Dio dice “Sia fatta la luce”, corrisponde al big bang.

Vediamo di spiegare in modo estremamente elementare il significato di tali recenti sviluppi della cosmologia. Le stringhe sono forme filamentose che la materia assumerebbe ad altissima energia. Il vuoto perturbativo è un regime molto piatto, vuoto, freddo e instabile assunto dall’universo in un’epoca remota anteriore al big bang. In queste condizioni non valevano le leggi fisiche a noi note. La teoria delle stringhe ci dà delle equazioni gravitazionali diverse da quelle della relatività generale, ed ecco perché è stata introdotta la nuova forza gravitazionale repulsiva rappresentata dal dilatone. Con la crescita del dilatone aumentava la costante gravitazionale, l’universo tendeva a contrarsi e crescevano perciò sia la curvatura che lo spazio-tempo.

Man mano che la curvatura cresceva, la massima distanza entro la quale sono consentite le interazioni fra punti diversi dello spazio (orizzonte degli eventi) si restringeva. Quando una stringa si trovava ad essere più lunga dell’orizzonte, la parte rimasta fuori smetteva di oscillare e seguiva passivamente l’evoluzione della geometria circostante. L’insieme dei segmenti di stringa così “congelati” si comportava come un gas dotato di pressione negativa e tendeva ad accelerare la crescita della curvatura e del dilatone e a far restringere ulteriormente l’orizzonte, restringendo lo spazio-tempo dell’universo.

La crescita della curvatura portò l’universo ad addensarsi e a diventare sempre più caldo, finché la radiazione prodotta a livello microscopico divenne dominante, con tutto l’universo concentrato in uno spazio di un centesimo di millimetro cubo. La densità arrivava ad essere 1080 volte più grande di quella di un nucleo atomico: la densità limite planckiana (così detta perché postulata dal fisico Max Planck), al di sopra della quale lo spazio, il tempo e la materia non seguono le leggi della meccanica quantistica (ossia della meccanica basata su particelle elementari), mentre per valori più bassi di tale densità cominciano a seguirle.

L’universo multidimensionale ma estremamente compatto, doveva essere popolato da un denso gas di stringhe prodotte in seguito alle altissime energie. Le stringhe si muovevano ad enorme velocità e si attorcigliavano intorno a tutte le dimensioni spaziali compatte, formando una “rete” che impediva all’universo di espandersi. Infatti, non appena aumentava l’espansione, cresceva l’energia delle stringhe attorcigliate, che è proporzionale al raggio dello spazio-tempo, controbilanciando e annullando la forza di espansione. Ad altissima temperatura esistevano in pari quantità stringhe attorcigliate in un senso e nel senso opposto che, scontrandosi, reciprocamente si annullavano. Scomparso un numero sufficiente di stringhe, la rete si ruppe e permise all’universo di espandersi.

Abbiamo quindi un’evoluzione “duale” dell’universo, in due fasi simmetriche: la prima di contrazione, la seconda di espansione. Il confine tra le due fasi è costituito dal big bang. La fase espansiva è ragionevolmente ben conosciuta e, come abbiamo visto, la ricostruzione che gli astrofisici ne hanno fatto è sostenuta da buone prove sperimentali. La fase di contrazione, invece, è conosciuta solo sulla base di equazioni di fisica teorica. Attualmente si sta cercando una traccia lasciata dalla dinamica delle stringhe, ossia una qualche “firma” analoga alla radiazione di fondo.

Maurizio Gasperini, che è ordinario di Fisica teorica all’università di Bari, è, come tutti gli scienziati seri (e quindi non avvelenati dalla presunzione), tutt’altro che ateo, e conclude: “Personalmente (…) ritengo che l’universo sia nato per Opera Divina, in un atto di creazione che ha nell’uomo il suo fine ultimo e più completo. Ma sul ‘come’ l’universo evolva dopo la creazione, seguendo quelle leggi naturali che Dio stesso ha voluto instillare al suo interno, penso che la scienza possa indagare in modo appropriato (…) il big bang non è da identificare con il momento della creazione, così come (…) il parto non è da identificare con l’istante in cui viene creata una nuova vita (…) l’atto soprannaturale di creazione è stato seguito da una lunga ‘gestazione’ cosmologica, necessaria per preparare l’esplosione che ha dato inizio all’universo nella sua forma attuale, in modo simile a quello che avviene dopo il concepimento di una nuova vita nel periodo che precede il parto.”

L’accanimento ateo contro l’universo

I fatti accertati dimostrano dunque che l’universo ha avuto un inizio e avrà una fine. Contro questi fatti si accaniscono gli scienziati atei, e anche molti che si dichiarano “credenti” ma temono di urtare la suscettibilità dei colleghi. Perbacco, se non si riesce a dimostrare che è eterno, prima o poi si dirà che Qualcuno deve pur averlo creato. Ecco quindi che, accanto a scienziati come Einstein che diceva: “Mi rifiuto di credere che il buon Dio giochi ai dadi con l’universo” (vedi Pantaleo & De Finis 1979), come Lemaître (1931), Gamow (1952), Jaki (1974, 1978a, 1978b, 1980, 1986, 1989), che trassero precocemente dalle scoperte astrofisiche le inevitabili conclusioni, ed osarono sfidare le ire dei colleghi settari e scientisti, parlando apertamente di Creazione dell’universo dal nulla, ve ne sono molti altri che si arrampicano sugli specchi per respingere un’idea del genere. Qualche esempio basta ad illustrare questo punto. Per una più ampia visuale sulla polemica, vedi Bertotti (1990), Boltzmann (1897, 2000), Bondi (1960), Bondi & Weston-Smith (1998), Hoyle (1975), Hoyle, Burbidge & Narlikar (2000), Partridge (1995), Trefil (1983), Wagoner (1983), Zannos (2002).

La galleria della malascienza esibisce la teoria dell’universo “oscillante”, che pulserebbe “come un cuore”. Secondo questa ipotesi, decisamente contraddetta dai fatti, l’espansione dell’universo, invece di continuare indefinitamente, mentre le stelle si spengono ad una ad una, man mano che esauriscono le loro riserve di idrogeno, a un certo momento potrebbe invertirsi, dando luogo ad un collasso che porterebbe ad una nuova “grande esplosione” e alla formazione di un nuovo universo. È un’idea che genera solo problemi: per invertire l’espansione occorrerebbe una massa complessiva oltre dieci volte maggiore di quella conosciuta, per generare la necessaria forza gravitativa tale da richiamare la materia a collassare su se stessa. Si dice che la materia oscura dovrebbe fornire questa massa mancante: è stato dimostrato che tale materia esiste, ma non in quantità sufficiente da generare abbastanza forza gravitazionale da invertire l’espansione dell’universo. Il resto rimane tanto oscuro quanto la mente di chi vuol negare Dio a tutti i costi.

Si pensava che i neutrini offrissero la massa mancante ma questi si sono rivelati quasi privi di massa (infatti viaggiano a velocità vicinissime a quelle della luce), si era ipotizzato che l’espansione dell’universo stesse rallentando e invece accelera. Misure sempre più esatte hanno permesso di stabilire, nel 2001, che la velocità di allontanamento delle galassie è maggiore di quanto previsto dalla teoria del big bang, ciò che costituisce una verifica dell’esistenza del dilatone, e quindi della spinta antigravitazionale.

La scoperta, avvenuta nel 1994, del primo “buco nero”, nel cuore della galassia M87, costituisce un’ulteriore prova dell’evoluzione a senso unico dell’universo: il buco nero è infatti il residuo collassato per gravitazione di una stella di grande massa, che non permette che nulla gli sfugga, al punto che inghiotte anche la luce. Diversi altri buchi neri sono stati scoperti successivamente.

L’astrofisico britannico Fred Hoyle, sulla base di precedenti tentativi di Hermann Bondi e Thomas Gold, per difendere l’ipotesi di un universo “stazionario”, ossia in qualche modo “eterno”, ha toccato il fondo dell’involontaria comicità ipotizzando la “creazione continua”. Nello spazio, dal nulla, si formerebbero nuovi atomi di idrogeno (come? da dove?): un’ipotesi non dimostrata che caccia l’idea di Creazione dalla porta per farla rientrare dalla finestra.

L’accanimento laicista contro l’idea di un universo avente un principio e una fine, tuttavia, non si lascia scoraggiare. Si veda, ad esempio, l’esilarante saggio “scientifico” di Martin Bojowald (2004), un astrofisico tedesco, che favoleggia di un universo “parallelo” che fornirebbe energia al nostro: una pura invenzione della più banale fantascienza, assolutamente indimostrabile. In questo modo non si fa che spostare il problema: e questi altri universi, come sarebbero nati, come evolverebbero? E, se pure esistessero, come potrebbero sfuggire, a loro volta, ai paradossi di Olbers, di Mach e biologico, come potrebbero sottrarsi, a loro volta, all’aumento irreversibile dell’entropia? Come potrebbero essere “infiniti” ed “eterni”, in modo da alimentare il nostro universo?

Bojowald è addirittura rabbioso. La sua bestia nera è la “singolarità” del big bang, contro la quale nutre un granitico pregiudizio. Il fatto che in corrispondenza di tale evento la densità della materia scenda al di sotto del limite planckiano tendendo ad infinito lo mette in crisi. La teoria delle stringhe viene sbrigativamente dichiarata incapace di descrivere l’universo antecedente al big bang. Furioso più dell’Orlando Furioso, Bojowald dichiara “suicide” per la fisica tutte le prove che puntano verso l’inevitabile morte dell’universo. Solo grazie alla “combinazione di rigorosa matematica e inflessibile aderenza alla natura si può salvare la fisica dalla mera speculazione e dai miti e solo così essa diventa credibile”: così inveisce il poveretto, annoverando tra i miti evidentemente quello della Creazione. La fisica, secondo costui, sarà atea o non sarà; sarà scientista e “credibile” o prigioniera di “miti” religiosi e quindi da buttar via.

Ma (chissà perché?) Bojowald sprofonda immediatamente nel mito pagano dell’“eterno ritorno”, la cui assurdità, come abbiamo visto, è caduta sotto i colpi del genuino pensiero scientifico scaturito dal Cristianesimo. L’astrofisico tedesco cita a piene mani la mitologia orientale, il cimiteriale Nietsche e il fosco Schopenhauer, cioè alcuni dei peggiori zombies della più necrotica filosofia tedesca. Il tutto è infiorettato da racconti autobiografici di nessun interesse, e da lunghe citazioni da un delirante racconto di fantascienza, presumibilmente del medesimo autore, nel quale l’umanità arriva a sfruttare l’energia dei “buchi neri”, spinta da un parassita cieco che è penetrato nel cervello umano. Fotografie di demenziali opere di “arte” moderna vorrebbero illuminare il lettore su passaggi presumibilmente “significativi” del (si far per dire) “ragionamento” svolto dall’autore.

Legare la religione alla scienza?

Papa Pio XII, nel 1951, volle sottolineare il fatto che l’espansione dell’universo non contrasta con la Creazione. Infatti, se mai, la conferma. Di solito, però, si sente dire, proprio da parte di chierici (e, a maggior ragione, dagli atei), che “non bisogna legare la religione alla scienza”, perché le teorie scientifiche “potrebbero cambiare”. Sembra che la concordanza tra scienza e Rivelazione dia fastidio persino a quelli che dovrebbero esserne più soddisfatti.

“Le teorie scientifiche potrebbero cambiare”? Ma, come abbiamo osservato, le scienze fisiche non procedono capricciosamente, per mode. Piuttosto, crescono in modo conservativo e addizionale. La fisica classica, galileiana e newtoniana, non viene affatto cancellata dalla relatività di Einstein, ma inglobata in una sintesi più ampia. Allo stesso modo la relatività einsteiniana non viene cancellata dalla fisica delle stringhe. Se mai, come vedremo, sono le scienze biologiche e quelle sociali ad essere largamente soggette a mode.

“Non bisogna legare la religione alla scienza”? Ma chi ha mai detto di volerlo fare? Alla Rivelazione cristiana non servono affatto simili sostegni. È invece l’ateismo che avrebbe estremo bisogno di puntelli, ed è legittimo verificare se ne trovi o meno. Sembrerebbe proprio di no.

Chiunque cerchi di sottolineare il fatto che i dati scientifici non contraddicono la Rivelazione, viene immediatamente accusato di “alimentare miti” e di “saltare alle conclusioni”. Ma i primi ad alimentare miti (atei) e a saltare alle conclusioni sono proprio i materialisti. Possiamo star certi che se le prove scientifiche sostenessero, anche in misura minima, l’idea di un universo “eterno” si sarebbe già sentito strombazzare ai quattro venti che non c’è bisogno di Dio, e che Egli non esiste.

(Fine)

 

BIBLIOGRAFIA


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