La “cancel culture” cancella il tuo cervello. Dille di smettere

Pensavamo che fosse una follia passeggera, un’americanata un po’ più barbara, incivile e crudele di altre, un invasamento collettivo, ma non spontaneo, che ha prodotto fenomeni violenti e vandalici come i Black Lives Matter, le Me Too, le distruzioni di monumenti Confederati e le devastazioni di cimiteri dei caduti del Sud, l’abbattimento di statue di Cristoforo Colombo, le aggressioni ai giudici antiabortisti della Corte Suprema, l’attacco a chiese cattoliche, la cacciata di docenti conservatori dalle università.

Stiamo parlando della cancel culture, la versione ancora più violenta e cattiva della politically correctness razzista al contrario, omosessualista e femminista. Già, in fondo la giudicavamo un’americanata, anche se era già stata esportata in molte università della Gran Bretagna e della Francia. Ma non pensavamo che potesse attecchire anche in Italia.

Non pensavamo che questa violenta, grottesca, mostruosa Halloween politica denominata wokisme e cancel culture, fatta di divieti, di censure, di falsificazioni, di persecuzioni mediatiche e no, di distruzioni di monumenti, di riscrittura della storia potesse comparire anche sugli orizzonti del nostro Paese. Ci dimenticavamo che l’Italia è già appestata da un antifascismo pandemico, aggressivo e censorio, che si è immediatamente sovrapposto, alleato e identificato con la nuova peste proveniente d’oltreoceano, traendo nuovi esempi di militantismo e di violenza. Antifascismo spesso così estremo e sbirrescamente occhiuto da superare spesso la linea del ridicolo, come nel caso di quei due amici di Napoli che si sono trovati la casa perquisita, il cellulare e il tablet sequestrati e una denuncia di apologia di fascismo solo per aver fatto confezionare una torta con il faccione di Mussolini.

In nome dell’antifascismo la cancel culture all’italiana si è manifestata, e non da oggi, con il vilipendio ai morti: così al cimitero della RSI di Nettuno sono state sfregiate e distrutte alcune tombe di militi della X Mas caduti nella difesa contro lo sbarco degli americani ad Anzio. Due feretri sono stati addirittura trafugati. A Padova è stata danneggiata la lapide che ricorda due militanti del MSI, Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci, assassinati nel 1974 dalle Brigate Rosse. La stele che ricorda il martirio di Sergio Ramelli, massacrato a sprangate a Milano da attivisti comunisti, è stata distrutta, lordata, imbrattata decine di volte. Nonostante le telecamere, mai un colpevole è stato punito. In compenso la Procura di Milano vuole incriminare per “manifestazione fascista” le migliaia di giovani che, anche quest’anno, hanno ricordato Sergio con il tradizionale “Presente”.

Particolarmente intensa è l’ignobile attività di vandalismo contro il ricordo dei martiri delle foibe. Da anni è stata istituita, con legge dello Stato, la Giornata del Ricordo, il 10 febbraio, con l’intento di commemorare le decine di migliaia di italiani infoibati o comunque assassinati dai partigiani slavo-comunisti e le centinaia di migliaia di connazionali costretti, per avere salva la vita e la libertà, a fuggire dalla Venezia Giulia, dall’Istria, dalla Dalmazia e dalle altre terre adriatiche da secoli italiane.

In molte città e paesi italiani (ma le giunte e i partiti di sinistra e la solita ANPI si oppongono quasi sempre) sono state elevati monumenti e steli, vi sono state intitolazioni di vie o giardini a queste vittime, tra le quali anche una giovane studentessa, Norma Cossetto, violentata e martirizzata dai partigiani titini con sevizie di una crudeltà inenarrabile e diventata il simbolo del martirio italiano. Questi monumenti vengono sistematicamente vandalizzati, picconati, spesso distrutti dai “guardiani della memoria” antifascisti. Negli ultimi mesi è stato un crescendo: è successo a Rapallo, a Marghera, a Lanciano. Anche la stele alla foiba di Basovizza è stata sfregiata. Persino una targa a Genova in memoria di Norma Cossetto.

Ecco un altro esempio di cancel culture all’italiana: a Pallanza, luogo di nascita del generale Luigi Cadorna e dove è stato recentemente restaurato, sul lungolago, il suo imponente mausoleo in stile decò, il consiglio d’istituto scolastico, appoggiato dalla giunta comunale di sinistra di Verbania, di cui Pallanza fa parte, ha deciso di cambiare l’intitolazione della scuola media, da Luigi Cadorna a Gino Strada, fondatore di Emergency, associazione chiaramente di sinistra, che afferma, nella martellante pubblicità per chiederci il 5 per mille – ma è finanziata anche da soldi pubblici, cioè nostri – di battersi per “cura, pace e diritti”.

Ora, che secondo alcuni storici (ma altri sono più benevoli) Cadorna sia stato un comandante in capo discutibile per conduzione strategica della guerra, errori tattici, scarsa empatia nei confronti dei soldati è possibile. Ma Cadorna è pur sempre stato un protagonista della Storia, un militare tutto d’un pezzo, dal cattivo carattere come molte persone di carattere. E Pallanza è il suo luogo di nascita. A nulla sono valse le proteste di buona parte della popolazione, di genitori, di associazioni d’arma, dei partiti d’opposizione.

Tra l’altro la figura di Gino Strada, fondatore e padre-padrone di Emergency, è più che divisiva. Schierato con l’estrema sinistra marxista e terzomondista e da questa osannato come suo guru, aduso a violentissime polemiche politiche, fino agli insulti più beceri, contro quelli che considerava suoi nemici ideologici, impegnato attivamente nell’immigrazionismo militante, Gino Strada è un una figura discutibilissima e di parte, l’ultima a cui intitolare una scuola. È l’ennesimo esempio dell’arroganza della sinistra che, grazie alla sua immeritata ma violenta egemonia politica, istituzionale e culturale, impone la riscrittura della storia, la distruzione della memoria e l’esaltazione dei suoi “eroi”.

Quella di eleminare le titolazioni sgradite alla narrazione antifascista sembra essere diventato l’hobby preferito della sinistra e dell’ultrasinistra. L’ultima vittima è stato Italo Balbo, eroe della Prima Guerra Mondiale tra gli Alpini, poi aviatore, fondatore e ministro dell’Aeronautica italiana, organizzatore di ardite crociere aeree transatlantiche (in diverse città americane, come Chicago, ci sono ancora strade che portano il suo nome), caduto nei cieli della Libia nel 1940: un aereo di Stato del trentunesimo Stormo dell’Aeronautica Militare utilizzato per i voli del governo e del Presidente della Repubblica era a lui intitolato, e non da ieri. Quando gli odiatori della sinistra se ne sono accorti, hanno imposto al ministro della Difesa di cancellare quel nome. E, ovviamente, il ministro ha obbedito. Quell’aereo è ora anonimo. Odiosa rappresaglia antifascista di piccoli, meschini omuncoli.

Esemplare è il caso di Maria Blasizza Bergamas, la madre di un disperso nella guerra 1915-1918 che venne chiamata a scegliere, il 28 ottobre 1921, in rappresentanza tu tutte le Mamme dei caduti e dei dispersi, la salma da tumulare al Vittoriano nella Tomba del Milite Ignoto. Nel marzo del 2022 l’amministrazione di sinistra del comune di Guidonia ha negato alla Bergamas, il cui nome aveva vinto un concorso su una figura femminile, l’intitolazione di una strada. La ragione? Su Wikipedia c’è scritto che fu “sostenitrice del fascismo”, ma non risulta alcun incarico né alcun ruolo, e nel 1949 era stata “candidata di bandiera”, senza essere eletta (aveva già 82 anni) nelle file del MSI alle elezioni comunali di Trieste, tenutesi sotto la feroce occupazione britannica.

L’attacco culturale della sovversione liberal, radicale e neo-marxista contro l’ordine naturale, contro la realtà dei sessi (da sempre solo due), contro la famiglia si sviluppa con modalità e strumenti talvolta bizzarri, ma sempre distruttivi e pericolosi. Sapete tutti, ovviamente, cos’è lo “schwa”. No? Male, dovreste frequentare qualche corso obbligatorio dell’Arcigay. È questo segno: “ǝ”, una sorta di “e” rovesciata che, nella costruzione ideologica femminista, genderista e omosessualista, dovrebbe significare, posto a fine parola, la neutralità della parola stessa e anche il rifiuto del sistema “binario”, come lo chiamano loro, maschile/femminile in nome dell’inclusività di “altri generi”. Ecco un esempio: “professorǝ”, in sostituzione di “professore” o professoressa”.

Orbene, il Miur – il ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca – che con tutta evidenza, dopo il fondamentale acquisto di banchi a rotelle, l’umiliazione sistematica dei bimbi non vaccinati e la persecuzione segregazionista dei docenti cosiddetti no-vax ha poco da fare, ha deciso di utilizzare, in alcuni documenti ufficiali, lo “schwa”, tra le sghignazzate dei docenti. Un altro caso di cancel culture “istituzionale”. Per fortuna un simile obbrobrio, ideologico e linguistico, ha sollevato l’indignazione di uno dei più noti linguisti italiani, Massimo Arcangeli, che ha lanciato una petizione perché il Miur receda, per il futuro, da simili pericolose cretinate, raccogliendo l’adesione di più di 15.000 firme, persino quelle di intellettuali e cattedratici di sinistra. Ovviamente il violento mondo degli amici dello “schwa” non ha gradito, e il professor Arcangeli ha ricevuto molte minacce di morte. Ma queste, ovviamente, non sono “violenze di genere”

A dire il vero, tuttavia, il Miur è stato battuto sul tempo dal Comune di Castelfranco Emilia, in provincia di Modena, patria storica del tortellino, che ha cominciato a usare lo “schwa” fin dall’anno scorso al posto dei plurali maschili universali, così come stabilito dalla lingua italiana e dal buon senso, scusandosi col dir: “è più inclusivo”. Un esempio: “a partire da mercoledì 7aprile moltǝ nostrǝ bambinǝ e ragazzǝ potranno tornare in classe!”, invece di “molti nostri bambini e ragazzi”. A onore degli amici emiliani, le reazioni dei castelfranchesi sono state piuttosto ruvide e ovviamente ostili a questa novità, spesso con quel simpatico sarcasmo un po’ greve di quelle terre (e l’argomento si presta, oh se si presta…). Ma nulla è servito. La giunta (ovviamente di sinistra) ha combattuto un’eroica Resistenza nella difesa di questo simbolo. Lo “schwa” è stato più forte. Il popolo deve tacere. Come diceva Bertolt Brecht: “Il Comitato centrale ha deciso: poiché il popolo non è d’accordo, occorre nominare un nuovo popolo”.

D’altronde, non sono mancate nei cosiddetti ceti colti veleggianti su internet difese di questo tipo: “Una società deve aprirsi alla diversità e all’inclusione socio-politica. Il predominio della forma maschile potrebbe apparire come l’ennesima espressione del privilegio maschile”. Ah, l’inclusione… Mancava solo il canto di Bella Ciao e il fazzoletto rosso al collo, come nei film di Don Camillo e Peppone. Dalla Maestra Cristina (la vecchia maestra che Peppone volle seppellire con la bandiera monarchica, come da lei richiesto), allo “schwa”. Questo segno fonetico sta diventando la cifra delle forze laiche, democratiche e antifasciste: in un liceo milanese, il Vittorini, il “collettivo degli studenti” ha sollazzato il quartiere tappezzandolo di manifesti propagandistici firmandoli: “Alcunǝ studentǝ del collettivo”.

La cancel culture si manifesta in molti modi e aggredisce diversi ambiti della vita civile, della cultura, della bellezza. Prendete l’opera lirica, prendete un capolavoro come la Carmen di Bizet, tratta da un romanzo di Prosper Mérimée. Termina con l’uccisione di Carmen, bellissima zingara (si può dire “zingara”?) da parte di Don Josè, il protagonista maschile, pazzo di gelosia. Qualcuno nell’ambiente lirico lo ha definito “un femminicidio”. Al Maggio Musicale di Firenze il sopraintendente Cristiano Chiarot, così parlò: “E se questa volta non morisse? Perché dobbiamo far applaudire a una donna uccisa con tutto quel che succede?”

Il regista, Leo Muscato, si espresse con entusiasmo progressista: “Al Maggio una Carmen moderna, porteremo in scena un Bizet attuale, toglieremo una visione ottocentesca di una donna oggetto e in qualche modo colpevole”. Così, non solo la Carmen venne stravolta ambientandola nello squallore di un campo rom attuale, ma soprattutto il finale venne invertito: non è Don Josè ad uccidere la Carmen, ma la Carmen a uccidere Don José. Femminicidio evitato, il maschio punito, il femminismo e la correttezza politica trionfano. Applausi, sipario.

In effetti gli applausi del pubblico ci furono e copiosi, ma per i cantanti e l’orchestra. Quando sul palco si è presentato il regista, il vendicatore delle femmine, dal pubblico sono partiti fischi e contestazioni. Contestazioni, battutacce e sarcasmi anche su twitter, dove molti hanno ironicamente chiesto di cambiare il finale di altre opere: “E di un finale in cui Giulietta e Romeo si sollazzano sfrenatamente in un atollo delle Maldive?”. Ah, questo pubblico così reazionario e maschilista.

D’altronde è comprensibile che l’Opera venga usualmente sconciata da registi progressisti con cambi di libretto e soprattutto con ambientazioni e scenografie che farebbero fremere d’indignazione autori e librettisti. L’Opera lirica è una espressione culturale per definizione interclassista, al contempo popolare, borghese e aristocratica. Musicisti e librettisti perseguivano la rappresentazione della Bellezza, mentre i registi moderni, come gli artisti moderni, ricercano in maggioranza il brutto, l’osceno, il degradato. E, ovviamente, la politically correctness.

È proprio in nome della correttezza politica che il fu prestigioso Teatro alla Scala (quello che, su ordine del sindaco Sala, caccia gli artisti russi dalle programmazioni), si è permesso di modificare il libretto, firmato da Antonio Somma nel 1859, del Ballo in Maschera di Giuseppe Verdi. Così la maga Ulrica, non canta più: “s’appella dell’immondo sangue dei negri”, ma solo “del demonio maga servile”. I “negri dirupi” sono stati trasformati in “neri”. Un critico l’ha definita: “una regia sconclusionata e senza un quid”. Per non farsi mancare nulla, troviamo nella messa in scena contemporanea dell’opera anche congiurati in camicia nera.

Ma la cancel culture, incarnata nella totalitaria politically correctness di marca omosessualista, ha rovinato anche un altro ballo: il “Gran Ballo delle Debuttanti”, tradizione centenaria del Convitto Cicognini, l’istituto scolastico più antico di Prato, che vide tra i suoi allievi anche Gabriele D’Annunzio. Un evento per l’Istituto con gli studenti (il sostantivo ingloba, ovviamente e come deve essere, anche le studentesse…) che incominciano a prepararsi mesi prima: lezioni di ballo e di bon ton, confezionamento e prove dei vestiti da cerimonia. Madri agitate, ansiose ma anche orgogliose. Discussioni e trattative per la scelta del partner giusto.

Ma quest’anno ci hanno pensato due lesbiche a distruggere questa bella occasione sociale, sognata per mesi dai partecipanti: non si sa se per invidia, per incitamento delle lobby sodomitiche locali, per gusto di rovinare la festa agli altri, hanno iniziato prima a richiedere, poi a esigere di poter partecipare, come coppia, al ballo. Al rifiuto dell’Istituto, perché giustamente il regolamento non lo prevede (e, aggiungiamo noi, neanche la morale e il buon gusto), hanno alzato i toni, mentre l’Arcigay iniziava la sua azione di aggressiva lobbying fino ai massimi livelli: immancabile allora un intervento del ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi che, con una telefonata alla preside, le intimava di accondiscendere alle richieste delle due studentesse, ovviamente fregandosene della presunta “autonomia scolastica”. Poi è arrivata anche la bordata di Elena Bonetti, ministro delle Pari Opportunità e della Famiglia (mah…) che ha definito “molto grave la discriminazione” al Cicognini e intimando, con frase criptica ma sicuramente minacciosa, di superare “il simbolismo che viene associato all’idea del ballo delle debuttanti”.

A questo punto la preside, il consiglio di amministrazione e il consiglio d’istituto hanno dovuto chinare il capo e sottomettersi alla dittatura delle lobby omosessualiste. Ma un nuovo ostacolo sembrava frapporsi alla completa vittoria di costoro: un referendum indetto tra gli studenti dava la maggioranza a chi voleva mantenere ciò che prevedeva il regolamento alla luce del buon senso. Tuttavia, come sappiamo, se il popolo non è d’accordo con i Signori del Caos, tanto peggio per il popolo. Così l’amara conclusione: il regolamento sarà modificato accettando “coppie liberamente formate”, e il tradizionale, storico evento sarà declassato da “Ballo delle Debuttanti” a “ballo di fine anno”. Come in una qualsiasi high school della provincia americana.

Sì, la cancel culture sta avanzando non solo in USA, non solo in Europa, ma anche in Italia. L’obiettivo delle minoranze liberal, radicali, neo-marxiste, femministe, abortiste, omosessualiste è quello di sempre: decostruire ogni principio di società ordinata, diffondere l’odio contro la famiglia, la vita, la realtà dei sessi (il buon Dio ne ha creati solo due), l’ordine naturale, la Storia, la nostra civiltà millenaria, il nostro credo religioso, la nostra etnia, la nostra cultura. Che ci riescano o no, dipende anche da noi e dalla nostra capacità di reagire, denunciare, opporci. Di alzare la voce, insomma.

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