LA CATTOLICA “BAMBINA” RIFLETTE ANCORA SUL PERCHE’ DELLA CASTITA’ PREMATRIMONIALE – di Carla D’Agostino Ungaretti

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di Carla D’Agostino Ungaretti

 

per leggere i precedenti articoli di Carla D’Agostino Ungaretti sul tema del matrimonio cattolico, cliccate su

dialogo di una cattolica bambina col suo parroco...

una lettrice ci scrive...

 

Le opinioni che Carla, cattolica “bambina”, ha sempre apertamente professato in merito alle convivenze prematrimoniali – da ritenersi un dato ormai acquisito all’usanza e al costume di tutto l’Occidente in questo inizio del XXI secolo – continuano a suscitare nel suo entourage (e non solo in quello) meraviglia e incredulità, quando non benevola condiscendenza e derisione, anche da parte di coloro che si professano cattolici e vanno a Messa tutte le domeniche: Poverina! Che volete: è stata educata dalle suore prima del concilio! Non capisce che il mondo è cambiato e che ormai neppure i preti badano più a quella vecchia moralità antidiluviana! “

matrimonioPerciò, anche dopo il colloquio col suo parroco su questo spinoso argomento – nel quale Carla, per deferenza, aveva lasciato al sacerdote l’ultima parola – la cattolica “bambina” non ha potuto fare a meno di domandarsi ancora come sia possibile che anche i cattolici osservanti si lascino suggestionare così facilmente dalle lusinghe del “mondo” (che anche il parroco ha riconosciuto, confermando peraltro l’eterna validità dell’insegnamento della Chiesa) e ha cercato di approfondire la sua riflessione su un argomento che suscita tanta irrisione. E’ evidente che quella che Benedetto XVI ha chiamato, con espressione di grandissima efficacia, la “dittatura del relativismo” ha permeato tutta la cultura moderna e anche i cattolici (non esclusi i sacerdoti) ne sono rimasti contagiati. L’esclusione di ogni Verità dall’orizzonte umano ha fatto credere all’uomo del nostro tempo di essere responsabile soltanto davanti a se stesso delle sue scelte e delle opportunità còlte o respinte. E allora perché “rinunciare”? Perché dominare i propri naturali istinti quando non si riconosce a nessuno il diritto di indirizzare la nostra condotta? Oggi il concetto di castità è stato svuotato di qualunque significato che rimandi a qualcosa di superiore e l’esperienza sessuale viene considerata un mero strumento di conoscenza tra un uomo e una donna, anziché il coronamento di un cammino di amore, di fedeltà e di donazione reciproca resi sacri dal Matrimonio. Gli stessi mass-media, soprattutto il cinema, la televisione e gli stessi romanzi che oggi vanno per la maggiore, non mancano di rappresentare l’amore fisico come il naturale corollario di una relazione tra persone che, per il resto, ignorano tutto l’uno dell’altra. E’ noto che oggi molti adolescenti si vergognano nel loro ambiente di essere ancora vergini e non vedono l’ora di sbarazzarsi di questa fastidiosa condizione che molto spesso fa perdere loro la stima e la considerazione dei coetanei.

Ma se ci professiamo cattolici, dobbiamo riflettere – non secondo il mondo, ma secondo Dio – sul significato della castità alla luce del bimillenario insegnamento della Chiesa, ricordando che essa considera questa condizione come immagine della piena fedeltà della comunità a Cristo (2Cor 11, 2), come la positiva integrazione della sessualità nella persona e, conseguentemente, come l’unità interiore dell’uomo nel suo essere corporeo e spirituale.

Nell’Antico Testamento è con la Rivelazione di Jahwé che viene considerato legittimo esclusivamente l’amore coniugale, perché si attribuisce un significato nuziale sia alla missione di Israele che al suo rapporto con Dio. Con il Cristianesimo nel rapporto tra l’uomo e la donna si inserisce un terzo, il Dio vivente, giusto e misericordioso, e lo scenario del rapporto si allarga a un altro soggetto, l’anima, che conosce l’esperienza dell’interiorità. Perciò, come insegna S. Agostino, l’amore umano può essere lecito e benedetto solo se include il Terzo divino nel Sacramento del Matrimonio, ponendosi così nel destino naturale e soprannaturale delle persone coinvolte.

Nell’insegnamento della Chiesa, la castità è strettamente unita alla povertà e all’obbedienza, i tre voti che le persone consacrate sono tenute a professare. Ma se riflettiamo bene, ci accorgiamo che queste tre virtù non riguardano solo i religiosi, ma vengono proposte a tutto il popolo di Dio. Si può essere “casti” anche essendo sposati e padri o madri di famiglia; si può essere “poveri di spirito” anche essendo miliardari; si può essere “obbedienti” anche essendo uomini o donne di potere. Se al di fuori del matrimonio la castità è intesa come libera rinuncia a ogni attività sessuale per meglio raggiungere il Regno dei Cieli (Mt 19, 12), come virtù propria dei coniugi essa consiste nell’atteggiamento ordinato di fronte al sesso, in modo da favorire la crescita dell’amore interpersonale, escludendo qualsiasi possibilità di strumentalizzazione o di prevaricazione di un coniuge sull’altro. Perciò per praticare veramente la virtù della castità, sia pre che extramatrimoniale, bisogna essere anche “poveri” e “obbedienti”: poveri, perché bisogna sapersi spogliare di ogni presunzione di poter liberamente assecondare il proprio ego; obbedienti, perché bisogna reprimere la tentazione di invocare, a proprio sostegno, la coscienza individuale – spesso male intesa, perché può essere una manifestazione di superbia – accettando umilmente di conformarsi alla Parola di Dio incarnata nella Chiesa. E’ quindi una questione di fede.

E infatti, che cos’è la superbia? Il superbo disdegna la disciplina (nel caso specifico l’insegnamento della Chiesa in materia di castità prematrimoniale ed extramatrimoniale) perché comporta sottomissione e obbedienza a qualcuno di diverso da sé e sostiene che la propria coscienza gli consente quel comportamento. E che cos’è la coscienza? Secondo S. Paolo, essa è l’atteggiamento intimo dei cristiani (2Cor 1,12) e come ha insegnato Benedetto XVI in una delle sue catechesi del mercoledì, essa è santa e genuina solo se orientata verso Cristo, Via, Verità e Vita. Eppure, di fronte a certe precise prese di posizione – anche professate in buona fede – molti parroci sembrano intimidirsi e si guardano bene dal chiarire le idee ai fidanzati conviventi, temendo di dirottarli verso il matrimonio civile e dimenticando che molti di essi chiedono il matrimonio sacramentale spinti, più che dalla fede, dal desiderio delle spose di sfoggiare un sontuoso abito di sartoria e dall’innegabile maggiore fascino, anche in senso profano, della cerimonia religiosa rispetto alla stringatezza e all’essenzialità di quella civile. Ma la correzione fraterna – obietta timidamente la cattolica “bambina” , che ha davanti agli occhi il Vangelo – non è stata espressamente raccomandata da Cristo (Mt 18, 15)? E il pastore del gregge, che deve conoscere e amare le pecore a lui affidate, non ha il diritto/dovere di chiedere apertamente ai fidanzati l’obbedienza, se lo stesso “Cristo si è fatto obbediente fino alla morte di croce” (Fil 2,8)? Sempre lasciando loro, ovviamente, la libertà di accettare o di rifiutare le sue indicazioni. E nel caso in cui manchi la disponibilità a questa “obbedienza”, per l’umana debolezza dei fidanzati, non sarebbe comunque preferibile e consigliabile un onesto matrimonio civile, coerente con lo stile di vita praticato dai fidanzati, lasciando allo Spirito il tempo di far maturare la coscienza cristiana di quelle anime e di far loro desiderare il Sacramento? Questo si domanda la cattolica “bambina”, ma finora le sue argomentazioni, così politicamente scorrette, non hanno trovato udienza, non solo presso il “mondo” ma neppure presso il popolo di Dio.

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