La chiacchierata del dott. Rigoletto Corsini

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Anche a nome dei molti lettori che ci hanno scritto, chiedendoci perché non trovavano più su Riscossa Cristiana le simpatiche e sagge riflessioni del dott. Rigoletto Corsini, salutiamo con gioia il ritorno del nostro amico medico fiorentino che, dopo un periodo di riposo, ha ripreso la penna in mano.

PD

 .

zzconfdefDa un po’ di tempo, la mattina, prima di  recarmi in ambulatorio, dopo aver bevuto,seduto a un tavolino di Gilli, il mio solito caffè “doppio” , sfoglio  velocemente la mia piccola mazzetta di giornali e mi reco a fare la mia “visitina” in chiesa…e non più in Orsammichele che, ormai, ridotta a luogo di concerti , non ti da’ più la possibilità di raccoglimento. Dal Bar di Gilli – e non crediate, a Firenze, di ritrovare gli antichi ed eleganti caffè (Paskowski, le Giubbe Rosse e Gilli) come una volta, infatti, ora, sembra per volere del Comune e alla barba dell’estetica, sono stati tolti gli antichi tavolini dal lastricato di piazza della Repubblica, dove sono stati montati quattro mastodontici gazebi rialzati da terra : un monumento al turismo di massa e al cattivo gusto – in cinque minuti arrivo alla piazzetta Antinori (prosecuzione di via de’ Tornabuoni) e salgo la scalinata per entrare nella stupenda chiesa dei Santi Gaetano e Michele, che risale all’Undicesimo secolo (Michele era un Santo venerato dai Longobardi) ma che, poi, nel 1592, fu affidata ai padri Teatini che, a San Michele, affiancarono il nome di San Gaetano di Thiene, che fu il fondatore del loro Ordine; nel XVII secolo questa chiesa – che rappresenta ora l’opera più bella e importante del Barocco a Firenze – fu interamente ricostruita, arredata e decorata nell’arco di un secolo (1604 – 1701). Recentemente l’arcivescovo di Firenze, Cardinal Giuseppe Betori, ha affidato la Rettoria al M.R. don Federico M. Pozza  per celebrarvi -secondo le indicazioni del Motu Proprio di Benedetto XVI – le funzioni tradizionali in latino. Ricordavo di essere stato, da ragazzo, in questa chiesa, con mio padre e un suo collega, appartenente alla Comunità tedesca, ad accompagnare quest’ultimo a riprendere le due figlie, che andavano a cantare nel coro… non dico quanti anni son passati. Vi ritornai prima di Natale – per insistenza del Comm. Montechiaro che va lì, alla Santa Messa in rito romano antico, ogni domenica alle 11 – e rimasi affascinato dalla bellezza del luogo e… soprattutto dalla grande dignità del medesimo. Sugli altari reliquiari, candelieri d’argento, e poi paramenti sacri del Seicento e del Settecento, statue di Santi, ostensori, turiboli, tesori di inestimabile valore e di grande bellezza, la balaustra ancora intatta : e mi venne fatto di chiedermi dove fossero finite  quelle meraviglie che tutte le chiese – oggi spoglie, desolate e… deserte come quelle luterane e calviniste –  una volta, avevano … poi ricordai agli anni del carnevale del postconciliare quando bastava andare al Mercatino delle Pulci, per acquistare, per poche lire, pianete finemente ricamate, manipoli, turiboli… reliquiari (con dentro le reliquie dei Santi) e perfino Tabernacoli…

Qui, in San Gaetano, ritrovai perfino – Tito Casini ne avrebbe fatto un capitolo di uno dei suoi bei libri – il parroco, in cotta e stola, seduto dentro al confessionale, intento alla lettura del breviario, in attesa che qualche fedele andasse a confessarsi, per riconciliarsi con il Signore e avere, così, la possibilità e la gioia di avvicinarsi all’Eucarestia.

E in quella chiesa, pulita, ben tenuta ,odorosa “d’incenso e cera fina” mi inginocchiai per quella mia breve conversazione intima con il Signore che mi dà la forza, poi, di intraprendere il mio lavoro quotidiano. Una abitudine, ormai, quella della sosta in San Gaetano, che, da quel tre dicembre, conservo, anche se alle funzioni – nonostante i rabbuffi di mio figlio Corradino che non riesce a comprenderlo – io vado sempre nella mia Santa Maria del Fiore dove anche mio padre e mia madre si recavano giornalmente… e ,anzi, quest’anno, pur se “riformate” e quindi non certo solenni e affascinanti come nel rito antico, le funzioni delle festività natalizie  sono state almeno “dignitose” e, con mio sommo piacere, nelle navate del Duomo, ho sentito riecheggiare anche le note solenni della musica sublime del compianto Maestro, il Cardinale Domenico Bartolucci.

Arrivato in via dei Tavolini debbo passare attraverso le “Forche Caudine”, infatti due o tre zingare – volti ormai noti con i quali si è fatto fotografare il nostro beneamato Governatore regionale Rossi con la bella didascalia: “questi sono i miei vicini” – al mio arrivo cominciano a inveire e a maledirmi, almeno penso io, vedendo i loro volti che si fanno paonazzi e i loro occhi iniettati di sangue, nella loro incomprensibile lingua. Infatti ho avuto precedentemente il torto di aver sventato tre furti tentati dalle medesime persone e di averle cacciate dalle scale del palazzo dove, tra gli altri, c’è anche il mio ambulatorio, quelle scale che avevano eretto a “cesso zingaresco” facendo quello che molti hanno visto fare a queste “signore” per le vie e le piazze del centro di Firenze : si piantano in mezzo di strada, allargano i loro gonnelloni e , disinvoltamente, lasciano a terra il loro “ricordo” liquido o solido… a secondo della bisogna.

Passato indenne dalle “Forche Caudine” mi attende però, al secondo piano, la Santa Inquisizione; infatti trovo, prima di entrare in ambulatorio, nella stanza del Comm. Montechiaro, Corradino e mia nuora Elsa, la moglie di Manfredi, il figlio mio maggiore, fratello di Corradino, che sono seduti, con volto corrucciato e, in cuore,”un’acre bramosia di sangue”, dietro di loro l’Avvocato Julo Alberto junior Scopetani che mi guarda torvo – ora che si è messo a fumare il Toscano e a correre nelle varie Maratone cittadine, sembra avere nel sangue dosi massicce di testosterone e una notevole e irrefrenabile “vis polemica”- mentre il Comm. Montechiaro, che in genere pende dalle mia labbra, mi avvolge con il suo sguardo di commiserazione.

Capisco che non posso indietreggiare; dovrò, così, difendermi di fronte a questo improvvisato Tribunale.

Ma debbo, però raccontare l’antefatto che è  doloroso e molto, molto triste.

******************

Ora mio figlio Corradino ha “come piazzaforte” la città di Lucca : “Papà – mi aveva detto ultimamente – Lucca è la più bella città del mondo…affascinante…pensa che io la domenica vado anche alla Messa cattolica, alla nostra Messa, la Messa di sempre e di tutti…in una bella cappellina in via dell’Angiolo”. E poi mi ha decantato, a una a una, le bellezze e le tradizioni della città, non dimenticando neppure quelle culinarie con il dolce tipico: il buccellato, così come Siena ha il panforte, Prato i biscotti con le mandorle, Pistoia i confetti, Montecatini le cialde…

E poi mi decantava tanto una famiglia i cui genitori erano – direbbero i seguaci della nuova morale – “come conigli”, infatti hanno messo al mondo otto figli: sei maschi e due femmine, e, presso questa famiglia, il sabato, Corradino rimaneva anche, ospite, a dormire. Naturalmente non mi aveva detto il più : una delle due figlie di questa cara e “conigliesca” famiglia diverrà mia nuora. Me l’ha confidato -ma io ancora dovrò far finta di niente – l’altro mio figlio, Manfredi.

Pietro, uno degli otto “conigli” – alcuni dei quali , frequentando l’Università a Firenze, si trattenevano, talvolta, anche a casa nostra – un giovedì di gennaio, di ritorno dallo Stadio dei Tigli, dove aveva disputato una partita di calcio con un’altra squadra di ragazzi lucchesi, arrivato a casa si distese sul divano; quando andarono a svegliarlo per la cena – c’era anche mio figlio Corradino – lo trovarono morto. E fu il padre dello stesso Pietro, chirurgo nel nosocomio lucchese, ad accertarne la morte. Immaginatevi la situazione di questa famiglia, il dolore e il pianto dei genitori e dei fratelli…il cordoglio unanime di tutta la città di Lucca, e non solo di Lucca, dove la famiglia è conosciutissima. Anche i miei figli, insieme al sottoscritto, hanno piantato, nei giorni di venerdì 23,  sabato 24, e domenica 25 gennaio, le tende a Lucca, dove mio figlio Manfredi ha ritrovato, dopo tanto tempo, un suo vecchio compagno di università, Matteo Tondini, ora giovane e affermato avvocato di Montecatini, anch’egli amico della famiglia Santini. Ma più che con Manfredi, subito ha familiarizzato con Corradino, dimostrando così che le posizioni estreme finiscono sempre per incontrarsi.

E oggi, lunedì 26, eccoci al “Redde rationem”.

Pietro frequentava l’ultimo anno del Liceo classico e , insieme a un altro fratello più piccolo, quinta ginnasio, erano “inseparabili” da Corradino, con il quale condividevano il loro amore per la Tradizione e per la Monarchia cattolica…fu Corradino ad eseguire le tristi incombenze del caso: il certificato di morte, le onoranze funebri…l’orario delle funzioni in parrocchia e fu, lui, incaricato dai familiari di Pietro, a dover andare in parrocchia per concordare i funerali con il sacerdote : un uomo di mezza età, arrogante e presuntuoso, incolto e, per di più, poco intelligente, pieno di sè e ansioso di fare la sua figura di fronte a una famiglia, sia pur conigliesca, ma, di fronte agli occhi del Mondo,”importante”. Corradino non se lo fece dire due volte, andò dal Preposto e gli raccontò della disgrazia invitandolo ad andare a benedire la salma (anche se, in verità, a benedirla c’era già stato un altro sacerdote, amico di famiglia, che aveva anche recitato, con tutti noi, il S. Rosario) e quindi continuò: “Noi vorremmo fare i funerali domenica 25, alle ore 16, con il rito tradizionale, in latino..in quanto, come Ella saprà, Pietro era un cattolico tradizionalista e partecipava alla Messa di sempre…” E il prete : “Vede, caro – lo dica al Professor Santini – con piacere io vi farei la Messa nel rito antico, ma non la so, non lo conosco io il latino…quindi…”

“Quindi – ha tagliato corto Corradino – penseremo a tutto noi verrà a celebrare don Rodolfo Celati, per quanto riguarda i paramenti neri, la coltre, i candelieri…penseremo noi. Lei, semmai venga oggi, a benedire la salma…”

E via, lasciando il Preposto che, comunque, aveva acconsentito, con un palmo di naso, livido…pieno di bile…perché toccato nell’orgoglio, nell’amor proprio…e poi, conoscendo Corradino…

Invano per tre giorni la famiglia Santini ha atteso il Preposto, del resto sollecitato, anche telefonicamente, perché venisse a benedire la salma del caro  ragazzo …ma invano…

Comunque i funerali si sono svolti, di fronte a tanto popolo, nel rito antico della Chiesa cattolica – e la gente, giovani e anziani avevano tutti le lacrime agli occhi – con quel “Dies Irae” che ti fa pensare e tremare: Ricordati che anche tu andrai di fronte a quel Giudizio ultimo e inappellabile.

 .

Iudex ergo cum sedebit

quidquid latet apparebit

nil inultum remanebit.

 .

(Quando il Giudice compare

niente a lui si può celare

né impunito può restare).

 .

Quid sum miser sum dicturus

quem patronum rogaturus

cum vix iustus sit securus.

 .

(Che dirò io peccatore

chi sarà il mio difensore

s’anche il giusto avrà timore)

 .

 Veniva da interrogarsi, parafrasando il Conte Ugolino, nella Divina Commedia :”E se non piangi, di che pianger suoli?”

La Fede è un balsamo che lenisce le ferite…e quel dolore che io vidi era un dolore atroce eppur sereno, perché la morte di Pietro ti dava la certezza che quel fiore non era stato “travasato” a caso e che, ora – ne son certo –  lui, quel ragazzo dal ciuffo ribelle, sempre ottimista, ci aspetta da quel dolce Signore e da quella “Madre Maria dei figli conforto”.

******

Ma dietro le quinte era successo qualcosa. Lo vedevo da quel bisbigliare concitato tra Corradino e il sedicenne Claudio, a cui si era aggiunta anche mia nuora Elsa e l’Avvocato Scopetani che, invece di gettar acqua sul fuoco, gettaron benzina. Il prete , oltre a rifiutarsi di benedire la salma – di un diciottenne, suo parrocchiano, catechista in quella stessa parrocchia –  aggredì canagliescamente don Rodolfo Cimati che era venuto a celebrare il rito antico per volontà della famiglia, facendo anche un atto di carità nei confronti di un sacerdote che, oltre a non conoscere la Santa Messa, se ne faceva un vanto; eppoi la profanazione della morte, facendo un’indegna “pochade”…in mezzo al silenzio e al disgusto di quelli che poteron sentire…perfino allo scribacchino servile del giornale locale – che poi ebbe anche il coraggio di raccontarlo a Corradino – intimò di “non mettere nulla sul giornale” e rivolto ai confratelli della compagnia, irato e convulso: “Voi ve ne potete andare tanto questi fanno tutto da soli…”

Cattiverie, bizze, gelosie…per l’invasione di campo, proprie della persona poco intelligente…ma in certi casi, posso assicurare, è successo anche di peggio, molto di peggio.

Quando ebbi un quadro della situazione, fedele al motto : “chi ha più cervello lo usi”, raccontai tutto al professor Santini e, con lui, senza che nessuno sapesse nulla, ci recammo in parrocchia e, come se nulla fosse accaduto, ringraziammo il preposto per l’ospitalità e lasciammo anche, ben volentieri, un’offerta, in suffragio dell’anima di Pietro, per i poveri di quella Comunità cristiana.

E la cosa finì lì, anche per rispetto del morto. Ma, evidentemente, qualcuno rifischiò qualcosa a Giorgio e Corradino, novello Torquemada, che aveva pronunziato e promesso, dopo il funerale, di fronte ai fratelli del morto: ‘io quel pretaccio lo polverizzo!

Ero diventato io, ora, il nemico che, per loro, aveva issato “bandiera bianca” dichiarando, quindi, con quel suo saggio gesto di pace, la resa incondizionata di fronte al prete neomodernista! Benedetti figlioli che ingigantiscano tutte le cose e poi, fragili come sono, non polverizzerebbero nemmeno una mosca…

E ora,lunedì , entro nella stanza ma non mi fo intimidire e intervengo subito:

“Sentite ragazzi – inizio – e tra i ragazzi metto anche lei Comm. Montechiaro e tu Julo Alberto – so che ce l’avete con me ma, prima, dovete ascoltarmi perché, vedete, di fronte alla morte, al “passar della falce che uguaglia tutte le erbe del prato”, dobbiamo avere timore e tremore, abbandonare i risentimenti e pensare che quella persona tanto cara sarà, sola, al cospetto di Dio, e avrà bisogno di noi, delle nostre preghiere…Vedete, Corradino e i familiari, ieri, hanno voluto salutare quel povero ragazzo con il rito romano antico, con la Messa di sempre, quella che il diciottenne defunto, la domenica ascoltava devotamente…ebbene voi dovete aver rispetto per Pietro e anche per quella Messa che tanto amate…”

“Ma papà – interrompe Corradino con la voce rotta dal pianto – quel prete indegno ha profanato la morte…e tu, di fronte a lui, hai capitolato…perché…”

“Perchè – ho tagliato corto – della sacralità della morte e della Messa ho più rispetto io che tu…tu ora, e Dio voglia te ne possa pentire, della S. Messa dei Martiri e dei Santi ne fai una bandiera ideologica per le tue battaglie …no, no, la S. Messa, il Sacrificio del Signore, tu lo devi tenere fuori dalle ideologie…devi amare la Messa perché con la Messa si rinnova, seppur maniera incruenta, il Sacrificio della Croce…”

“Ma di fronte -continua Corradino irato – a un morto…quello non ha avuto pietà né per la morte, né per i familiari…io vorrei che anche lui…”

“Ecco – proseguo – ora,caro Corradino, la morte la stai profanando tu con queste invettive violente delle quali dovrai confessarti…il Signore vede e provvede e ora vi racconterò un episodio che, a sua volta, io ero un ragazzino, mi ricordo ci raccontò il tuo nonno, vogliate ascoltarmi anche voi:

“Viveva in Valdineve, un piccolo paese di montagna di neanche duecento abitanti, una dolce signora, la Desolina : era figlia di due piccoli proprietari terrieri che avevano sempre vissuto lì e ci tenevano che la loro unica figlia – avrebbero voluto tanti bambini, una “famiglia conigliesca”…ma i bambini non venivano e quell’unica figlia, che arrivò, come Giovanni, in tarda età era la loro benedizione – studiasse per cui, seppur a malincuore, la mandarono in città e la ragazza, brava e studiosa, in un fiat – ma intanto i genitori invecchiarono senza di lei – finì i suoi studi classici e se ne tornò in Valdineve, appena in tempo per chiudere gli occhi al papà e alla mamma che furono portati nel piccolo cimitero dove, fino a primavera inoltrata, la neve, sembrava proteggere i pochi morti, sotto le zolle, con il suo manto bianco.

E lì in quel tranquillo paese c’era il vecchio priore che non trovavi mai fuori, a giro per il paese e, difficilmente lo trovavi in canonica…ma bastava andare in chiesa e allora lo vedevi lì, dietro a quella grata, a confessare, o quando non c’eran da pronunziare quelle parole  – “Ego te absolvo” –  di pace e di benedizione, seduto dentro al confessionale, a recitare il Breviario o il Rosario per le anime dei penitenti. Quel prete, don Catullo, era amato da tutti e al mattino, quando celebrava la S. Messa, al momento dell’elevazione e della consacrazione sembrava che anche lui ascendesse, insieme al Sangue e al Corpo di Cristo benedetto, al cielo…era contagioso e anche le persone presenti vivevano quei momenti di intensa spiritualità…ecco, don Catullo, era di poche parole, ma il suo modo di confessare, di celebrare la Santa Messa era come un catechismo non solo spiegato ma vissuto…

Intanto la Desolina, che a sua volta si era sposata con un bel giovine del posto, pur lei, ancor giovane perse il marito, Ufficiale degli Alpini, che andò a versare il sangue per la Patria, in una guerra fratricida voluta dalle potenze del male per distruggere un Impero cattolico, sulle doline del Carso.

Quella vedovanza anziché inasprirla, come spesso succede alle giovani spose, rese la Desolina ancor più dolce, e fu anch’essa, per il paese ,una benedizione…e quando il suo fedele fattore Tullio  – vi sembra strano che in Valdineve anche i fattori fossero stati onesti e fedeli ? -le faceva presente che spendeva troppo per gli altri e troppo poco per sé rispondeva: “Qui non mi manca nulla, caro Tullio, e resto fedele all’evangelico motto “Quod superest date pauperibus” …ma non si trattava solo degli stai di grano e di farina, della frutta, delle castagne…ai poveri – e, si sa, siam tutti poveri di fronte alla generosità – dava anche il suo tempo, il suo cuore e non c’era ragazzo in Valdineve che non andasse, dopo la scuola, a ripetizione dalla Desolina…dalle elementari fino alle superiori (pensate che, a quei tempi, i ragazzini delle medie conoscevano bene il latino e traducevano il “De Bello Gallico” di Cesare!) e quei pochi che, ora, cominciavano ad andare a studiare in città, rimanevano stupiti da come la Desolina conoscesse il latinorum…e maneggiasse i suoi classici. Alle ragazze diceva: ecco ora vi ho insegnato la quinta declinazione, potete dunque chiudere il libro e prendere in mano l’ago e i ferri della calza così vi insegno anche il punto in croce…perché una donna che non sa cucinare, ricamare, fare le faccende e stirare non sarà mai una buona moglie…Poi il pomeriggio la Desolina aveva fatto, e tuttavia faceva, catechismo a più generazioni e ai ragazzi, con la sua saggezza, bontà e dolcezza, lasciava quell’impronta di Dio…E a loro diceva : cercate la via del sacrificio e cercate di capire che non sarà mai  vita, la vostra, se non potrete dire di stringere, nel vostro pugno chiuso, un po’ di cielo…guardate don Catullo, non ha bisogno di tante parole, basta guardarlo, imitarlo, perché possiamo trovare la serenità.

Ogni sera don Catullo stava nel suo confessionale perché sarebbe morto di dolore se una sola anima non avesse trovato, per colpa sua, il perdono, e con il perdono, la pace, mentre la Desolina, nella sua cappelletta privata, faceva recitare il Santo Rosario…

Quando anche a Valdineve arrivarono i “tam tam” che annunziarono la contestazione pilifera del Sessantotto, nessuno ci voleva credere, anche se, qualche volta, capitavano tipi loschi in vena di rivolta anche se, a ben guardarli – diceva la Desolina – mi fanno davvero pena e la rivolta sembra che la voglian fare, quando non l’abbian già fatta, non contro l’ordine costituito, ma contro l’acqua e il sapone.

Ma arrivarono anche per don Catullo i tempi duri e drammatici della Rivoluzione: l’ordine tassativo di non celebrare più la S. Messa della sua Ordinazione, la S. Messa dei Martiri e dei Santi.

Fu, appunto, il giorno dei Santi che avrebbe dovuto celebrare a sua ultima Messa – gli ordini del Vescovo, “secondo le direttive del Concilio Vaticano II”, all ‘indomani , volente o nolente, avrebbe dovuto celebrare il nuovo rito, non più la S. Messa, ma l’assemblea condominiale…andò all’altare e iniziò con l’Introibo…e, via, la gente che gli andava dietro piangendo…Quando fu al memento dell’elevazione fu preso da un dolore al costato e un sudore freddo colava lungo il suo volto, portò in alto l’Ostia benedetta e, nonostante il dolore che lo soffocava, il suo volto sembrava trasfigurato…come emanasse luce e pace intensa…e si accasciò piano piano in terra, ai piedi dell’altare giacque stringendo al petto quell’Ostia di salvezza…Quando il vecchio vescovo che, piangendo, era stato costretto a dare quell’ordine arrivò in Valdineve , carezzando il volto sereno di Don Catullo, nella bara di fronte all’altare, con i suoi paramenti e con la corona avvolta tra le mani, piangendo, celebrò per lui quella “vecchia” Messa per amore della quale il vecchio piovano era morto…

Arrivato il nuovo piovano, in jeans e maglione – anche lui contestatore – tutto cambiò in Valdineve e sembrò che anche lì il Nemico eterno ci avesse messo lo zampino…la chiesa sempre chiusa…il confessionale deserto…se anche vi fossero andati i fedeli non avrebbero trovato il prete…la Messa deserta, l’altare “invertito”…la Desolina non entrò in polemiche, non volle far guerre sante, e la Messa – quella di Don Catullo – la faceva dire, ogni tanto, da un giovane prete che, a suo rischio e pericolo, veniva a celebrarla, in quella cappelletta dove, ora, non risuonava più la dolce cantilena del Rosario…e la Desolina, ormai piena di acciacchi, aveva dovuto rinunziare anche alla sua scuola, al suo catechismo, al suo Rosario serale nella Cappella della sua famiglia. Ma restava tutto il giorno con lo sguardo rivolto al Signore, in un dialogo mistico e ogni tanto la sentivi bisbigliare: “Signore, guardo i tuoi figli, salvali dalla Rivoluzione e dall’Apostasia…rendici la nostra Messa, la Messa dei Martiri e dei Santi.”

Talvolta la chiesa stava chiusa anche la domenica, quando  non si facevano, nel tempio “si’ caro a Maria”, le assemblee per organizzare gli scioperi…

Quando Tullio andò da don Brunone a dirgli che la Desolina era morta e che, all’indomani, come aveva lasciato scritto e come tutti ben sapevano, avrebbe voluto fare il funerale con la S. Messa di sempre, il prete, in jeans e maglione, rispose beffardo : “Se la Desolina voleva la Messa dei reazionari doveva morire prima…Io intanto vado in città, non ho tempo per venire a benedire, la salma…tutte formalità preconciliari…domani portatela in chiesa e celebreremo la cerimonia assembleare…”

A Tullio veniva da piangere… quella era stata davvero una Santa e questo mascal…ma no, che, dico, la Desolina non avrebbe approvato…

Nevicava già quando don Brunone partì per la città e continuò a nevicare per tutto il giorno e, giù a valle, ci fu il crollo di diversi alberi e causato da una valanga di neve che ostruì la strada…ci sarebbero voluti almeno tre giorni per liberarla…e così la Desolina sarebbe rimasta senza funerali…senza la sua Messa.

Piangevan tutti a Valdineve e quando, alle quattro, avevano già preso, a spalla, la bara per portare la cara signora  al camposanto, dal campanile della chiesa si sentirono i rintocchi delle campane suonare “a morto” e nessuno si capacitava chi fosse a suonarle…La porta della chiesa era aperta e, in mezzo, il cataletto e quattro ceri accessi, aspettavano le spoglie della Desolina.

Quando la bara fu deposta e tutto il paese guardava ansioso si sentì suonare la campanella dell’entrata e arrivò, dalla porta della sagrestia, nientemeno che don Catullo, con i paramenti neri, accompagnato da due  meravigliosi giovani vestiti di bianco (“due angeli” sarebbe stato dopo il commento degli abitanti dell’alpestre paese) e iniziò la celebrazione della S. Messa e quando si arrivò alla Comunione nessuno osava andare a ricevere Gesù, perché, ormai a Valdineve nessuno più si confessava: “potete fare lo stesso la Comunione – disse paternamente don Catullo – io ho l’autorità di assolvervi, purché, dopo, vi impegniate a confessarvi alla prima occasione”…e tracciando sui fedeli un largo segno di croce, pronunziò le parole per cui venivano rimessi i peccati: “Ego te absolvo”…non c’era ora persona, quando la bara fu portata via e don Catullo intonò solennemente “In Paradisum” , che non cantasse piangendo…mentre il vecchio piovano se ne tornava, via, in cielo, con i due angeli…”

Vedete? Dio vede e provvede, purché si lasci a casa l’ideologia e si faccian le cose per amore suo…

Tutti tacquero e il volto dell’ Avvocato Scopetani, che, all’inizio, m’era parso beffardo, è rigato dalle lacrime e il Toscano gli si è spento in bocca.

A sera, lascio, sul comodino del mio Corradino una poesia che fu consegnata a mio padre, tanti anni, da un vecchio sacerdote fiorentino:

.
“Ricordami o Signore nel tuo regno”

chiedo a te come il ladro sulla croce,

a te che morto sei nel duro legno

per me soffrendo quel supplizio atroce.

 .

Il tuo ricordo è sicurezza e pegno

d’amor ch’è vita, a cui mai più non nuoce

la morte, e fa del peccatore indegno

un chiamato dal ciel dalla tua voce.

 .

Se dalla morte vien ridotto a niente

l’uom nella tomba, ancor vive nel cuore

delle persone care e nella mente.

 .

Così chi vive nell’eterno amore

eternamente beve alla sorgente

della vita perenne, e più non muore.

.

Rigoletto Corsini

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6 commenti su “La chiacchierata del dott. Rigoletto Corsini”

  1. alfredo fidanza

    egregio dottor Rigoletto, le sue pagine commoventi e scintillanti mi fanno pensare a un amico della provincia fiorentina, uno che sa parlare al cuore proprio come lei

  2. Massimo Emiliani

    Che meraviglia. Grazie, Dott Corsini. Ancora un poco di aria fresca. Sembra impossibile, oggi. Grazie davvero.

  3. Dante Pastorelli

    Equilibrio e finezza non son doti facilmente rintracciabili oggi. Torni presto. E non sgridi troppo Corradino che di ragioni ne ha. Quanto all’ambiente lucchese ben lo conosco. Ai tempi dell’indulto, ho combattuto anche lì la buona battaglia, ma la Messa mi fu negata mons. Agresti (e non ero solo: con me c’erano altri fedeli dei dintorni. come il prof, Nicoli) perché extradiocesano che passava oltre due mesi nella valle del Serchio ed anche i fine settimana. Ora, essendomi impegnato anima e corpo alla Confraternita di S. Francesco Poverino, nella mia casa campagnola, troppo grande per mia moglie e me, perché i figli han la loro famiglia, ci vo solo d’estate. E ricordo le polemiche anche sotto l’episcopato di mons.Tommasi, quando la pagina locale di Toscana Oggi, ridicolizzò la Messa della S. Pio X in modo atrocemente vergognoso, e così la prof.ssa Asselle che passava l’estate a Vellano ed io reagimmo con forza anche sulla stampa non cattolica, assai più aperta e comprensiva (La Nazione, Il Tirreno…

  4. Rosalia Friello

    Stimato dottor Corsini, poco fa ho avuto il grande piacere di fare la sua conoscenza. Ho letto il suo articolo e mi sono commossa per la sua delicatezza e sensibilità nel raccontare fatti e presentare persone; già da quello che ho letto capisco che siamo sulla stessa lunghezza d’onda. Adesso non la lascerò più, la ringrazio, è così confortante scoprire, di prima mattina, che ci sono persone positive come lei. Internet, fra tanti guai, fa anche qualcosa di buono, la saluto caramente e le auguro tutto il bene per se e i suoi cari.

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