La chiacchierata domenicale – di Rigoletto Corsini

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di Rigoletto Corsini

 

frsttlpNon ricordavo l’arcana bellezza delle strade del centro della mia città sotto la pioggia, di sera…quando l’acqua ti assale all’improvviso e allora, invece di andarti a riparare sotto i tetti, ti godi, seppur a fine autunno, quelle gocce martellanti mentre le luci dei lampioni si riflettono nelle pozzanghere  e sembra ti faccian compagnia insieme alle ombre di chi, velocemente, ti sfiora e allunga il passo verso mete sconosciuto dai tuoi pensieri che si rincorrono come vacue nuvole di fumo… Via Cavour, piazza San Giovanni e via Roma, quasi deserta, e son le otto di sera, via dei Pescioni, piazza Antinori e poi il salotto di Firenze, via de’ Tornabuoni dove, nel piccolo bar di Donay, che sembra antico di secoli, ti fermi a consumare quel succo di pomodoro, condito piccante, con il limone e il gambo del sedano…mentre sembra prenderti alla gola l’odore acuto del tartufo che riempie quei panini burrati che hanno reso famoso e il bar e la via…c’è silenzio lì e la luce è soffusa quasi volessero lasciarti solo con i tuoi ricordi struggenti di tanti e tanti anni fa…

Via della Spada taglia diritta quella parte del centro storico, fino a piazza Santa Maria Novella, dove, una volta, e sto parlando di tanti, tanti anni fa, i commercianti della zona, in occasione delle Feste del S. Natale, addobbavano le vie, dove son molti i capitelli, le colonne e gli archi, con festoni di alloro carichi di limoni, arance e mandarini…quasi una rievocazione storica delle belle feste medievali che, in quel dedalo di viuzze, chiassoli, vicoletti, sembra si ripresentino ai tuoi occhi con eleganti cavalieri e tornite bellezze fiorentine con le trecce biondo che sembrano esser fuggite dai quadri del Poliziano o di Filippo Lippi…

Era la sera del 22 novembre 2013…allorché mi sono immerso in questa mia Firenze che -complice la crisi – mi sembrava la stessa degli anni Settanta quando, ragazzino della scuola media, sgusciavo veloce, nelle sere di pioggia, e, attraversando, con veloci falcate, le stradicciole, mi recavo, al sabato sera, verso i cinema del centro fiorentino per l’ultima proiezione, prima di tornare a casa…e il sabato sera, una volta saputa la destinazione e la durata della pellicola era concesso far tardi…e mezzanotte era considerata l’ora limite, oltre la quale, si sarebbero chiuse a chiave la porta e il portone di casa per cui sarebbe arrivato ogni genere di guai…a cominciare dalla ricerca di un gettone telofonico per la chiamata che, inevitabilmente, avrebbe svegliato tutta la famiglia e, al tuo arrivo, avresti dovuto passare per le forche caudine e quelle occhiate di rimprovero ti avrebbero ferito più di mille altre parole o punizioni…per una settimana, almeno,  ogni sguardo della mamma o del babbo avrebbe ricordato quel tuo “sgarro” e ti avrebbe fatto arrossire….

Ma son passati quarant’anni o dieci secoli? Me lo domando pensando alla vita d’oggi che scorre: non esiston più le ore piccole (alla televisione di presentano il notiziario delle 23,30 come il “notiziario di mezza serata”…e i sedicenni a mezzanotte, lungi dal rientrare, “escono” per andare a rinchiudersi non nelle vecchie balere dove Narciso Parigi cantava “Mattinata fiorentina”, complice in un lento strascicato e “pomiciato” con la fanciulla del cuore, ma in orride discoteche dove la musica ti assordisce e impera il Free jazz o il Freak Rock…già, il solito discorso : “ai miei tempi…” Ma quali tempi se già negli anni Settanta noi ragazzi eravamo presi dalla “febbre del sabato sera”, nel fine settimana, sognando un Full Immersion musicale e non solo, una febbre condannata perfino dal “Manifesto” : “la febbre del sabato sera è l’ultima astuzia delle multinazionali che da Wall Street controllano la produzione cinematografica di Hollywood, il mito di Travolta è il volto nuovo con cui hanno deciso di aggredire i giovani” (Maria Luisa Pace 1978)…e gli faceva eco (è proprio il caso di dirlo), dieci anni dopo, nel 1988, Umberto Eco : “Ma mi era accaduto anche alle ‘escolas de samba’ a Rio, conoscevo la potenza psicologica della musica e del rumore la stessa a cui soggiacciono i nostri febbricitanti del sabato sera nelle discoteche” per cui sentenziava, nel 1990 il tuttologo Sabino Acquaviva: “E’ quasi una strage, ogni notte, dei giovani, spesso poco più che adolescenti, muoiono sulle strade d’Italia in incidenti più o meno legati alla ‘Febbre del sabato sera’”…

Ma allora Narciso Parigi? Quei bei tanghi strascicati…e quei palpiti di cuore alle prime note dei lenti che evocavano il bel parco delle Cascine  e “le tante forcine”, lasciate, al mattino dalle “belle bambine” su ” i prati in fior”?
Ah! Il babbo…quelli erano i tempi del babbo e mi sembravano i miei…per cui fo confusione e i ragazzi d’oggi che dal venerdì sera “prendon la via” e se ne vanno con complicati telefonini, con belle macchine, con vestiti di sartoria o con blu jeans firmati Armani? Il Diavolo? No, son gli stessi ragazzi dei miei tempi…(o di quelli del babbo?) e, forse, assai più fragili e sentimentali e senz’altro più sensibili…hanno gli stessi moti di generosità, gli stessi sguardi di slancio, gli stessi palpiti di cuore di quando io ascoltavo estasiato Giancarlo, il Metato, il Re della fisarmonica, che dopo aver cantato il repertorio : “Papaveri e papere”, “Marina” , “Questa piccolissima serenata” , “Un marcia in fa..” etc.  esclamava al microfono con voce metallica “In ter val li nooo…” e noi stringevamo contenti la mano alla ragazzina che ti ricambiava, furtivamente, quella stretta che era come un linguaggio cifrato…ma forse quelli erano i tempi del babbo…Dio come i ricordi ti attanagliano il cuore…Quando lo vedo, il Metato, glielo domando…
“Dunque” iniziavo, contento, in quarta ginnasio, al “Dante”, a ripetere il “De bello civili”… e la professoressa T. che mi freddava: “Ma, Corsini, non si iniziano i discorsi con il “dunque” vai a posto con un bel due” e scriveva sul registro un bel due come stampato  e chi ha frequentato la scuola nel 19…. (non so più se son io o il babbo) sa cosa volesse dire un due e , soprattutto, quanto ci volesse per  rimediarlo…

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A lasciarsi prendere e sopraffare dai ricordi non si finisce più…e, almeno su di me, i ricordi hanno uno strano effetto: mi inteneriscono il cuore, mi creano delle pericolose crisi di “buonismo”…ma ben vengano anche quelle : al cuore non si comanda per cui : “Va’ dove ti porta il cuore”…
E il cuore mi riporta agli anni Settanta al ricordo del babbo e, in questo nostro Studio Medico di via de’ Cimatori , tutto mi parla di lui a cominciare da quella serie di foto in bianco e nero di personaggi fiorentini che erano cari a mio padre  e di alcuni dei quali ancora conservo il ricordo: ecco la prima foto, davanti al Duomo, con mio padre in giacca a vento, giovanile, un bell’uomo con la barba nera e ribelle, e un compito Mons. Giuseppe Vignini, in talare e saturno, uno dei penitenzieri del Duomo…era un tipo ameno, Monsignore, sempre con la battuta che gli usciva spontanea dalle labbra, sempre pronto alla polemica, una polemica garbata, lontana dalla battutaccia cattiva e feroce di noi fiorentini, anche sulle colonne de “La Nazione…
Era anche “cappellano volontario” del carcere femminile di Santa Verdiana a Firenze…e raccontava di personaggi che il babbo ben conosceva: “Vedete- raccontava di Rita Monsignor Vignini- è una donna che vive santamente, da trent’anni è qui in carcere e serve, di sua iniziativa, le altre detenute, con amore, senza risparmiarsi, come le suore…ora da tre anni può uscire ogni mattina e rientrare a sera; va nelle case a servizio e le persone che sono a contatto con lei mi ringraziano e mi benedicono per avergliela mandata…una Santa…la domenica si avvicina alla Comunione e alla Confessione, poi, nel pomeriggio resta in cappella, in preghiera, per alcune ore…e prega perché il Signore perdoni i suoi peccati…”

Era Rina Fort – io la conobbi – aveva assassinato la moglie dell’amante e i due bambini piccoli, colpendoli con un pesante soprammobile e sfondando loro il cranio…in carcere aveva trovato la Fede, quella Fede secondo il Manzoni “bella, immortal, benefica…ai trionfi avvezza”, e aveva offerto la sua vita al Signore…molte furono le detenute che, sul suo esempio, ritrovarono la luce, quella vera…morì in odore di santità. E monsignor Vignini la seguì in questo suo Calvario di Redenzione…
Proprio nei primi anni Settanta fu scoperta a Firenze la “fabbrica degli aborti” (ricordate la Bonino che si vantò di aver fatto abortire oltre diecimila donne con una pompa da bicicletta, gettando i corpicini fatti a pezzi di quelle creature in un vasetto di marmellata? Quell’essere viscido, che ora ci rappresenta al Governo insieme ai ministri di Comunione liberazione – Lupi, Toccafondi, Mauro…- che con lei hanno presentato il Meeting di Rimini di Cielle di quest’anno 2013?) e furono arrestate diverse di quelle persone che, in quella “clinica della morte” eseguivano “l’ammazzatina”, tra queste Adele Faccio (premiata , poi, per quei crimini, da Pannella, con un posto nel Parlamento italiano, insieme a quell’altra mente pensante di Ilona Staller, in arte, Cicciolina?) che difficilmente potrà scordare chi l’abbia veduta almeno una volta…se la cattiveria e la bruttezza si potessero rappresentare iconograficamente avrebbero il volto di Adele  Faccio…
Arrestata fu inviata a Firenze nel carcere di Santa Verdiana dove iniziò subito a fomentare una “rivolta contro le suore” che “offendevano la figura della donna”…rivolta miseramente fallita in quanto le detenute si schierarono tutte – dico tutte – al fianco delle eroiche suore carcerarie che, avevano scelto, esse stesse, di chiudersi dentro al carcere, per servire e aiutare le altre… Delusa, la Faccio se ne stava in disparte preparando i suoi proclami di guerra quando passò, come faceva ogni sera, anche da lei Mons. Vignini per domandare se avesse avuto bisogno di qualcosa, per augurare la buona notte, per stare accanto a lei…come tutte le altre, anche lei una creatura cara al Signore…la Bonino, inviperita dalla presenza della talare nera, si scagliò violentemente contro Mons. Vignini: “Si vergogni  lei rappresenta la Chiesa, la reazione in agguato e – in un crescendo di ingiurie, continuò a urlare – voi avete bruciato le tutte le streghe…   “E Monsignor Vignini pronto e sornione: “Non tutte, Signora, non tutte…”

Mio padre andava da Monsignor a sfogarsi: “Vede, Monsignore…questi criminali progressisti…sì, perché sono dei criminali…stanno distruggendo la nostra Chiesa…”
E Monsignore, calmo, di rimando : “Non s’infiammi, dottore, non siamo riusciti noi preti, attraverso i secoli, a distruggere la Chiesa figuriamoci quattro scalzacani di progressisti…”

Monsignor Giuseppe Vignini che partecipò a tutte le battaglie con mio padre, era anch’esso un “defensor temporis acti”, non dico “tradizionalista” parola magica e bruttissima che oggi fa paura e scandalizza quelle “magre virtù”, quelle “verginelle” dal volto giallo costrette a conservare , nonostante le loro voglie notturne, quella loro verginità da nessuno – ahi loro –  agognata. Scriveva – ed era la sua passione- poesie in versi e le raccoglieva poi, ciclostilate, in agili fascicoletti ( I “Samizdat”) che regalava agli amici e che firmava : “Pepi”- “Viggì” “Givi” .Conosceva la metrica e le sue composizioni meritano di esser lette. Riproduco una parte di una delle sue composizioni poetiche del 1982 dal titolo “Verso il 2000”:

dopo aver visitato le case, grattacieli, paralleli, a di almeno cento piani, e le scuole dove si è compiuta la rivoluzione, per cui le “elementari ” son diventate “alimentari” e il “ginnasio è tornato una palestra” dove “alla lotta e ai salti ci si addestra\…ma soprattutto con un grande impegno\ si esercitan col mitra al tirassegno” si avvicina anche alle chiese e qui trova quel che trova…storia di ieri e, soprattutto, di oggi…

Mi sono anche affacciato nelle chiese
in quelle poche ch’ho trovato aperte
e ho visto tra le molte altre sorprese
i parroci che stan braccia conserte.
Uno m’ha detto che così facea
perché adesso fa tutto l’assemblea.
.
Le chiese nuove sono capannoni
con le finestre in alto a rastrelliera
oppure a spacchi con diramazioni
come per terremoto in Val di Nera.
Non hanno più né altare né ciborio
son nude e fredde come un obitorio.
.
L’altare è un asse su due cavalletti
e la tovaglia è varia di colore:
tu lo sposti, lo levi e lo rimetti
come ti gira. Il corpo del Signore
è tolto dall’altare e messo al muro
in un angolo il più negletto e oscuro.
.
Si celebra la messa in pantaloni
la giacca non occorre che si metta;
d’inverno i preti indossano i maglioni
d’estate invece van con la maglietta
e una fusciacca rossa oppur viola
si porta al collo in luogo della stola.
.
A Messa tutti possono fumare
e i bimbi masticare il ciu – in – gamme;
anzi son stati i preti a consigliare
che questo non lo scordino le mamme
perché i ragazzi con codesto spasso
stanno più zitti e fanno meno chiasso.
.
Da qui se passi nelle abitazioni
tu trovi ben diverso l’apparecchio:
mobili e vasi con decorazioni
e pavimenti lucidati a specchio
che per rispetto togliere si dee
le scarpe come entrar nelle moschee.

.

Come avvenne al filosofo Aristippo
invitato la casa a visitare
tutta nitor dell’ospite Filippo
che non trovando luogo ove sputare
sputò in un occhio a lui, dicendo tosto:
Scusa, non ho trovato un altro posto.
.
A Roma nel duemila c’è il conclave:
è morto il papa e occorre un successore
che di Pietro governi ancor la nave.
Sarà – dicono – un papa di colore.
Ma questa nave  forza di pigiare
davvero l’hanno spinta in alto mare.
.
Caduto il vecchio mito finalmente
che il papa debba essere italiano
ognuno ora lo vuol della sua gente
e magari non stia nel Vaticano
ma in ogni capitale per sei mesi
e visiti così tutti i paesi.
.
Antiche chiese ho visto sequestrate
dal Ministro dei Beni Culturali
che vuole siano adesso riportate
alle loro strutture originali.
Intanto dagli scavi escon le prove
ch’eran templi di Venere e di Giove.
.
Senza ascoltare i soliti profeti
che un mondo ci pronostican migliore
con buona pace noi saremo lieti
se l’avvenire non sarà peggiore.
C’è d’altro canto chi prevede il peggio:
fra le due profezie si fa il pareggio.
.
E soltanto attendiamo con letizia
di approdare a quella nova terra
dove regna perfetta la giustizia
dov’è sempre la pace e mai la guerra.
Dopo questa vicenda tempestosa
ch’è la vita, colà ci si riposa.
.
Festosamente celebriamo intanto
di anno in anno l’agape fraterna
col desiderio e con l’augurio santo
di rinnovarla nella cena eterna.
Ora viviamo qui con quella speme
di ritrovarci là riuniti insieme.

.
(Carme conviviale del 43° anniversario del sacerdozio. Giovedì 10 luglio 1980)

Ecco questi erano i miei sentimenti l’altra sera, il 22 novembre del 2013, quando dopo la Conferenza in Regione per la presentazione, voluta da Giovanni Donzelli-che ancora non ho conosciuto- del libro: “False icone della Destra” (Solfanelli) del professor Piero Vassallo, un nome ricorrente spesso nelle conversazioni di casa Corsini e che, finalmente, ho conosciuto, trascorrendo, con lui, alcune ore in una riunione conviviale. Avevo dato appuntamento per nuove polemiche sui Frati Francescani dell’Immacolata, decapitati e deportati perché fedeli all’Ordine e al loro padre fondatore (ora agli arresti domiciliari come San Padre Pio) ma qui mi fermo.

Noi, uomini della Tradizione entriamo nelle polemiche, senza tirarci indietro, ma lo facciamo, spesso, a malincuore, cercando di tener sempre ferma la mira non sulle persone ma sui fatti…talvolta non ci riusciamo (clicca qui) e ce ne dispiace: non intendiamo colpire l’uomo ma difendere la Verità…sempre. I chili in meno o in più (San Tommaso pesava oltre centocinquanta chili e aveva una seggiola e una scrivania speciali…e rimane San Tommaso) non contano…per questo ci dispiace che il rettore di Ognissanti che pur è persona di spirito, tanto da trovare, la battuta di spirito anche sui “confratelli tribolati” costretti ad andarsene, senza motivo, in Africa o in “piacevoli località sciistiche”, si adonti e pensi di essere da noi “odiato”…chi milita nella Tradizione non è capace di odiare, per questo ci sgomenta la carica di odio e di violenza, propria della cultura dei tagliagola e mozzaorecchi, elargita a piene mani dal sito talebano mediatrice.net, diretto dal padre Bruno Alfonso Giuda e dall’istruttore dei cani per ciechi Mario Castellini.

Ci sarà tempo per la polemica (sempre sui fatti) quando il 20 dicembre verrà – mi dicono – presentato finalmente il libro sulle vicende del Commissariamento dell’Ordine.
Forse allora sarà tempo anche di fare nomi e cognomi di chi, dietro le quinte, o i cespugli, di una comoda riserva indiana, pur tramando loscamente, non ha avuto una parola di solidarietà per coloro che hanno avuto il coraggio non solo di celebrare una stupenda liturgia ma di difendere anche la Dottrina. Recita l’Apocalisse  “Ti avrei voluto freddo…ti avrei voluto caldo…sei soltanto tiepido: ti vomiterò dalla mia bocca”.

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4 commenti su “La chiacchierata domenicale – di Rigoletto Corsini”

  1. Come sempre, un articolo da custodire nel mio “cofanetto”.
    Quanti santi sacerdoti fedeli alla Tradizione rimpiazzati da progressisti, modernisti e credenti gnostici. E questi ultimi occupanti il vertice della gerarchia. Certi nomi e cognomi si conoscono già. Speriamo ora che vegono messi nero su bianco e ben divulgati.

  2. vittorio morelli

    Egregio Dottore, La devo ringraziare per la sua chiacchierata domenicale nella quale mi ritrovo, sia nella mia ormai passata gioventù che nell’oggi, condividendola in toto. Per quello che riguarda il settore religioso devo affermare di essere fortunato per avere da noi l’ICRSS di Gricigliano (FI) con due sacerdoti di notevole spessore che ogni giorno ci accompagnano nella pratica religiosa secondo la TRADIZIONE. Tanto dovevo e La seguirò con piacere nei Suoi scritti.

  3. Cesaremaria Glori

    caro dottor Corsini,
    invierò questa sua bella chiacchierata ad una voce solista con accompagnamento di silenti lettori a Danilo Quinto, affinché arricchisca il suo libretto sulla Bonino con la scenetta della filippica da sanculotta del ventesimo secolo rivolta ad un prete sornione,, il quale se la ride di gusto mentre passa e ignora le grida da untrice della ossuta virago. Si ripeta con queste sue godibili chiacchierate. Sarà un godimento per tutti.

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