Il viaggiatore che si trovasse a percorrere la regione di Segovia, non dovrebbe mancare una visita al minuscolo, ma singolarissimo eremo della Vera Cruz di Maderuelo.

Di probabile origine templare, il romitorio risale al XII sec. e conserva(va) un ciclo di affreschi bizantineggianti di un pittore denominato appunto: il Maestro di Maderuelo che ha reso l’eremo uno dei più importanti complessi pittorici di tutta la Castiglia.

Oggi è parzialmente nascosto dalle acque del bacino artificiale di Linares.

La vicenda storica e artistica di questo piccolo luogo non è priva d’interesse e insegnamento.

La storia dell’eremo trascorre marginale per secoli. Nel 1898, tempo di Belle Époque e Rerum Novarum, il parroco del luogo costatando che ormai da tempo non vi si celebrano più liturgie, con l’accordo del vescovo, decide di venderlo a un contadino per non molte pesetas.

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Il nuovo proprietario lo adibisce a stalla e le pitture, aduse nei secoli forse a ceri e talvolta a incenso, trovano nuova compagnia di muggiti, odori e calore di animali incolpevoli.

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Non finisce lì. Trascorre qualche anno finché un giorno si presenta da quelle parti un americano che fiuta subito un affare, immaginando possibile quanto successo ai capitelli di Cuxa1 o alle pitture di San Baudelio de Berlanga2, passate di mano al vorace oltreoceano.

Il contadino si rende conto del tesoro inaspettato che gli è capitato in sorte e non vuole mollare l’osso. Sennonché arriva da Madrid il convitato di pietra: l’emissario delle Belle Arti e nel 1924 il piccolo eremo dismesso è catalogato tra i monumenti nazionali.

Cogliendo l’occasione della vicina realizzazione di un vasto invaso idrico, il ciclo di affreschi di Maderuelo, con la stessa tecnica immaginata dall’astuto americano, viene “staccato” e nel 1947 trasferito prima su tela e poi disteso su una perfetta riproduzione del locale di Maderuelo in cui erano state dipinte, nelle sale medievali del Museo del Prado, a Madrid.

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La storia fino a questo momento potrebbe anche essere solo malinconica immaginando gli affreschi ormai salvati in un museo che… è pur sempre una prigione triste.

A Maderuelo non sono contenti di come sono andate le cose e così si decide di allestire un locale di fronte all’antico presbiterio, identico al piccolo eremo, e su questo ridipingere – attraverso uno studio meticoloso svolto sull’originale – l’intero ciclo di affreschi per averne una copia perfetta.

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Il vecchio diventato nuovo (a Madrid) il nuovo che ricostruisce/ripristina il vecchio (a Maderuelo), ma non è tutto perché, com’è noto, gli affreschi quando vengono staccati da una parte lasciano una traccia.

Qui la riflessione diventa, per usare un vocabolo ormai desueto, edificante: sì proprio così!

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Si può correre al Prado, come probabilmente è spinta a fare la maggior parte dei curiosi, a volte neppur ben sapendo o domandosene la ragione, ma solo perché è stata inculcata la necessità di vedere (possedere?) l’originale. Per tal fine il museo, per rendere più credibile l’operazione sul modello americano, ricostruisce l’eremo nelle sue stanze: più autentico dell’autentico!

Altri, ma molti meno, si dirottano nel nuovo locale di Maderuelo per inebriarsi degli affreschi antichi/nuovi, comunque rilucenti, riposti nel medesimo luogo per colmare in un tempo rapido un vuoto, un caos che potrebbe porre domande sgradite.

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Alcuni, in ultimo, non disdegnano una sosta nel locale originario, con le sue tracce divenute misteriose e… forse tutt’altro che morte.

La sfida consiste nel soffermarsi qui, non andare a cercare ciò che esiste ormai solo in apparenza.

Quando si stacca un affresco, rimane, là dove era stato dipinto, un’impronta sottile del colore deposto e penetrato sulle pareti, come un solco invitante.

Così è accaduto a Maderuelo. Mentre apprezziamo il buon lavoro che fece il Maestro che aveva affrescato il romitorio, la sua opera continua, anche così depauperata, a trasmettere un messaggio spirituale e artistico proprio a causa del suo percorso travagliato in quel luogo.

Tanti anni fa, un grande scrittore italiano invitava i giovani desiderosi di dedicarsi alla letteratura a studiare geologia, chimica e fisica, non lettere. E’ un insegnamento sapiente: nell’Ultima Cena Leonardo, che tanto interrogava la natura, ne offre conferma.

Del resto: troviamo qualcosa di diverso nel libro della Genesi?

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Caliamoci dunque nel corpo dell’affresco.

L’intonaco è alcalino e il Maestro intervenne nel momento adatto quando il colore deve essere assolutamente steso su una superficie ancora umida. Questo dà modo alla sua alcalinità di entrare in reazione con il colore e ne garantisce l’adesione all’intonaco e di conseguenza all’arricciato.

Solo così si crea uno spessore che determina una buona durata sul muro.

Quel Maestro, anche per un piccolo luogo come quello, visti i risultati nel locale ormai denudato dagli affreschi, avrà dato il massimo della sua cura che comprendeva anche la consapevolezza (Lc 14, 28-30) delle proprie capacità e possibilità: quante ore dedicare all’affresco, l’umidità dell’area, la previsione dei tempi dell’esecuzione ecc.

Un percorso di silenzi e pause che possedevano una risonanza più profonda del nostro fragore abituale e che noi, soffocati, ricerchiamo, inconsapevoli di cercare il respiro perduto dell’anima.

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Senza questo percorso si corre il rischio di preferire, in modo acritico, affreschi antichi/nuovi, aggiornati alle esigenze volubili del tempo fuggente.

Trovarsi di fronte alle tracce profonde degli affreschi a Maderuelo può diventare invece tonificante e farci intravedere – rispettando il passato senza strumentalizzazioni – come potrebbe essere la chiesa successiva.

Quelle tracce di dipinto sono ormai ridotte a linee quasi esangui, ma ancora in grado di dar voce alla celebre domanda, oggi ritenuta obsoleta e inopportuna, che è però al contempo il tesoro e la croce dei cristiani: la confessio Fidei.

Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente (Mt. 16, 16).

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Accostiamoci infine, nel dettaglio, agli affreschi con il loro messaggio rustico e sobrio ma non privo di una certa qual magnificenza.

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Le pitture sui lati interni si compongono(componevano) di due “processioni” di apostoli e santi; sulla volta, circondato invece da processioni angeliche si distende la figura possente del Cristo in Gloria.

Sulla parete contrapposte si stende, da una parte, con una certa magnificenza, la creazione di Adamo e l’episodio del peccato con Eva; si è colpiti dalla rappresentazione del giardino dell’Eden: verde e fiorito quello accanto a cui nasce Adamo, secco e scuro e quasi riarso quello del momento del Peccato. I corpi di Adamo ed Eva sembrano quasi prosciugati, una tecnica di semplificazione grafica molto moderna.

Dall’altra parete, dal basso verso l’alto si trova la Maddalena che lava i piedi di Gesù e uno dei Magi adora il Bambino.

In alto, sovrastante e insolito, il sacrificio di Caino e Abele; Dio, a sua volta, è raffigurato nel centro in forma di Agnello.

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Non è consueto trovare un tale rilievo per il sacrificio di Caino e Abele. Non abbiamo indicazioni su cosa abbia portato o il Committente a suggerire questa rappresentazione o il Maestro a sceglierla di suo estro.

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Ricordiamoci che nell’Antico Testamento i profeti non sono privi di scetticismo nei confronti dei sacrifici3 perché spesso il sacrificio è un nutrimento sottile dell’ego e, in fin dei conti, una forma d’idolatria (di sé).

Leggendo con attenzione il libro dell’Esodo4 si comprende che Dio dà al suo popolo i dieci comandamenti come oggetto di culto. L’inclinazione dell’uomo all’idolatria è possente e dopo l’esperienza del vitello d’oro, Dio prescrive tutto quello che Israele ha osservato intorno ai sacrifici perché fosse occupato nel culto di Dio e contenuto dal bisogno di adattarsi allo stile sacrificale dei popoli pagani.

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L’esperienza di Caino e Abele (Gen. 4, 3-7) sta a indicare quanto sia profondamente radicato questo bisogno del sacrificio, ma nel medesimo tempo già porta a intravedere al suo interno una dimensione ben posta in risalto in quella storia: amiamo ciò per cui siamo disposti a fare sacrifici.

Non solo: abbiamo qui l’espressione concreta dell’unica legge che la Scrittura ci offre: amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore e con tutto il tuo anima e con tutta la tua mente. (Dt. 6, 5; cfr Mt. 22, 37; Mc. 12, 33 aggiunge: con tutta la tua forza). 

In altre religioni, là dove sia previsto un sacrificio, la motivazione su cui poggia è la paura. Non così nella Bibbia! Una controprova la troviamo nel libro del Levitico5 , dove il nome attribuito a Dio quando ci si riferisce al sacrificio è Hashem (amore e compassione) e ricorre più di duecento volte; quando invece si parla di giustizia e distanza è Eloim e compare solo cinque volte.

Il sacrificio è sempre collegato all’amore, la sua patologia, propria di chi vi aspira con ardore (e ben si è visto nella storia della chiesa) tradisce una pulsione profonda generalmente collegata a una paura inconscia della divinità. 

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A Maderuelo, la tragedia di Caino e Abele transita dagli occhi alla memoria e forse solo grazie a quei segni quasi evanescenti si comprende che nessun colore è isolato, e come accade per i temperamenti, il colore singolo non esiste se non potenziato, esaltato dalla prossimità di altri colori e tra i colori si presentano le stesse tensioni musicali, con le medesime dinamiche, che si sperimentano nell’amicizia e nell’inimicizia.

E’ un ruminare sulla difficoltà di amare: l’uno e l’altro dei fratelli sacrificano, ma uno lo fa per Dio (toglie qualcosa a se Stesso di nobile per riconoscere il primato di Dio), l’altro si priva di qualcosa, ma boicottando anche con se stesso (Gn.4, 7) il primato di Dio.

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È facile correre alla contrapposizione dialettica tra bene e male come la possiamo vedere espressa drammaticamente nello scarto emotivo del gesto di Cristo (Gv. 13, 26b) che intinge il boccone e lo offre a colui che Lo tradirà.

Un sacrificio di sé sommo.

Sarebbe molto evocativo conoscere la ragione che spinse a colorare la solitudine di Maderuelo con il sacrificio di Caino e Abele per rammemorare sempre che la linea del sacrificio è antica e si scioglie definitivamente unicamente quando si confessa il nome di Cristo che ha compiuto l’unico sacrificio di lode (Eb. 13,15).

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Oggi le tracce pittoriche di Maderuelo, private del corpo, ma pervicaci come anime dantesche, cercano ancora di afferrare l’attenzione del turista che ha sostituito l’antico pellegrino.

Se ascoltate, ci rimandano alla verifica della nostra disponibilità a osservare con gli occhi non solo le vestigia di corpi che sono stati, ma a procedere oltre, un invito a cercare altrove l’armonia che dà senso al caos ci aggredisce.

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L’eresia e l’apostasia che sta colando dal vertice e tormenta la chiesa ci pone ogni giorno dolorosamente di fronte a screpolature analoghe a quelle dei muri di Maderuelo. Di solito la logica sottostante appare quasi imperscrutabile (la libertà dell’uomo?) ed è lento il cammino per abituare l’occhio interiore a solcare la materia dell’anima, divenuta informe, per renderla discontinua, non alla ricerca strenua del nuovo o dell’antico, ma alla confessione di Fede… aperta solo a Dio.

NOTE

1 La maggior parte dei capitelli è conservata a New York (Metropolitan Mus. of Art, The Cloisters).
2 Le pitture, staccate e vendute all’inizio del Novecento, si trovano oggi, eccettuati frammenti ancora in situ, disperse in musei e collezioni private americane (Boston, Mus. of Fine Arts; Indianapolis, Herron Inst.; New York, Metropolitan Mus. of Art; Cincinnati, Art Mus.) e a Madrid (Mus. del Prado).
3 Netto il giudizio del profeta Geremia (7, 22): In verità io non parlai né diedi comandi sull’olocausto e sul sacrificio ai vostri padri, quando li feci uscire dal paese d’Egitto.
4 Dal cap. 25 e , a seguire, il libro del Levitico. Il discorso è interessante perché la Sacra Scrittura, rispettando i tempi dell’uomo, lo conduce lentamente all’eliminazione del sacrificio cruento. Gli concede, dopo Noè, di mangiare la carne perché c’è la consapevolezza conto di una certa sanguinarietà dell’uomo, così ‘tollera’ il sacrificio degli animali.
5 E’ il libro legislativo delle norme culturali e rituali relative ai sacrifici, al sacerdozio, alla consacrazione dell’altare e alle feste.

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