LA CONTINUITA’ DELLA VITA CATTOLICA. UN SAGGIO DI MARIA GUARINI – di Piero Vassallo

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di Piero Vassallo


 

Insidiosa novità surrettiziamente introdotta nella cultura cattolica dallo spirito del Concilio, l’oblio e/o la disistima del pensiero di San Tommaso d’Aquino attivano un sentimentalismo che rende i fedeli incapaci di ammettere il primato della Verità.

Nel pensiero cattolico, infatti, circola indisturbata e talora approvata la gioconda convinzione che il Concilio abbia elevato l’amore puro e spensante al di sopra dei princìpi conosciuti dalla ragione e definiti dai dogmi.

Se non che Romano Amerio ha confutato tale illusoria convinzione: “No, non c’è l’amore, perché sopra l’amore c’è un pensiero che afferma Sopra tutto c’è l’amore e che esclude con la sua affermazione che sopra tutto ci sia un sentimento impensato“.

Il primato del pensiero sul sentimento, lo sostiene un discepolo di Amerio, Enrico Maria Radaelli, è stabilito affinché “il moto più santo e deiforme, l’amore, non si muti in mera materialità incosciente: se non è pensato neanche l’amore può esistere”.

Nella Chiesa cattolica, società che ha radice e fondamento nella rivelazione del Logos increato, rammentare l’ovvia tesi sul primato del pensiero, sarebbe superfluo e quasi imbarazzante, se non fosse continua l’esternazione di opinioni sentimentali da parte di fedeli e sacerdoti emozionati e confusi, ultimamente inclini a festeggiare l’avvenuto transito della carità verso gli erranti nell’apprezzamento o addirittura nella gaudiosa condivisione dell’errore.

La sagace Maria Guarini al proposito afferma: “Il problema è che il cristianesimo ha abbandonato la philosophia perennis anche per un’inedita via: quella dei movimenti. E si è persa la consapevolezza che, in mancanza di un serio impianto teoretico-dottrinale si cade in un sentimentalismo e devozionismo che non portano da nessuna parte perché mettono in secondo piano sia la ragione, massificata da slogan e atteggiamenti e comportamenti indotti, che la volontà, scaduta in volontarismo sostenuto da metodi accattivanti e coinvolgenti l’emozione”.

Alterata dal movimentismo, l’amicizia cattolica si rovescia nella smanceria e nel suono sgradevole delle chitarre, che accompagnano insulse rime.

Di qui la caduta delle difese immunitarie dall’antropocentrismo, che, infatti, diluvia dai pulpiti della teologia modernizzante ed erompe nelle liturgie canterine messe in scena per procurare deliziose vertigini agli ecumenisti senza rete.

lib guariniPer contrastare la diffusione della teologia debole e della liturgia sciatta, Maria Guarini ha pubblicato, nella collana delle Diffusioni Editoriali Umbilicus Italiae (www.edizionideui.com), “La Chiesa e la sua continuità Ermeneutica e istanza dogmatica dopo il Vaticano II”, un volume che raccoglie suoi scritti insieme con puntuali interventi di Brunero Gherardini, Antonio Livi, Francesco Colafemmina, Enrico Maria Radaelli, Gianni Battistini e Curzio Nitoglia.

I testi scritti o proposti da Guarini sono un puntuale commento alle parole dettate dall’illuminata intransigenza al cardinale Giacomo Biffi: “La prima misericordia di cui abbiamo bisogno è la luce impietosa della verità”.

Il sequestro della verità negli ambulacri del buonismo vieta purtroppo di cogliere il profondo significato dell’ermeneutica della continuità predicata da Benedetto XVI.

Causa dell’incomprensione diffusa è l’oblio o il rifiuto del principio secondo cui “non è il dogma che muta o si evolve, ma la capacità della Chiesa e in essa del singolo credente di approfondirlo, estrarne come lo Scriba del Regno le inesauribili ricchezza: nova et vetera”.

Ora il baluginio, fra le righe dei documenti redatti dai padri del Vaticano II, di pensieri aperti alla nuova e inquinata teologia è fuori discussione.

E’ proposta l’espressione cenni fra le righe poiché, in base alle chiare indicazioni di Romano Amerio e di Antonio Livi, si deve riconoscere che il tentativo degli eversori teologici, grazie a Dio, non è riuscito.

Tuttavia non si può negare che la presenza in alcuni testi conciliari di formule imprecise o confuse generi legittime perplessità e giustifichi richieste di chiarimento sulle definizioni oscillanti.

Valga ad esempio Gaudiun et spes 24. Il testo latino afferma che l’uomo “in terris sola creatura est quam Deus propter seipsam voluerit”. Se non che la traduzione ufficiale recita:  “l’uomo è stato voluto da Dio per Se stesso”. In quale fra le due contrarie definizioni deve credere il fedele? Chi è nell’errore, l’estensore del testo latino o il traduttore? In quale corno del dilemma risiede l’infallibilità del Vaticano II?

Chiedere il chiarimento, dunque, non è un atto irriguardoso, non è un attentato alla cattedra di Pietro. Si chiede il chiarimento perché si desidera la chiusura della parentesi confusa aperta dalla nuova teologia, quella che Pio XII ha severamente condannato nell’Enciclica Humani generis e che Paolo VI ha definito “fumo di satana“.

Solamente una rumorosa fazione di novatori irriducibili nega l’urgenza del chiarimento. L’irritata e superciliosa reazione dei teologi progressisti alle osservazioni critiche dei difensori della tradizione, e severamente contrastata da Antonio Livi, che scrive: “Si potrebbe osservare sconsolatamente che la critica da sinistra, ossia da parte dei progressisti, è recepita come lecita e sempre utile al progresso della comunione ecclesiale, mentre la critica da destra, ossia da parte dei conservatori è recepita come illecita e sempre dannosa per l’unità della Chiesa”.

Nessuno ha mai pensato seriamente di denunciare l’esistenza di eresie nei testi del Vaticano II. Da parte dei tradizionisti (opportunamente Maria Guarini propone l’uso di questo termine, che esclude la discendenza da un termine abusato quale tradizionalismo) è avanzata la legittima proposta di chiarimento sui testi nei quali è evidente una certa ambiguità o anfibologia, derivata dal tentativo dei teologi neo modernisti, costituiti in fazione nei corridoi del Concilio Vaticano II e intesi a sovvertire la tradizione

Antonio Livi scrive: “La posizione di Amerio non è un rifiuto degli insegnamenti del Concilio, anzi corrisponde sostanzialmente a quello che Benedetto XVI avrebbe poi denominato ermeneutica della continuità; infatti la denuncia del presunto tentativo di rottura e di discontinuità che sembra risultare dalla lettura di alcuni testi del Vaticano II va unito alla certezza che tale tentativo è di per sé irrealizzabile e che quindi il sensus fidei della comunità cristiana può sempre interpretare le novità dottrinali alla luce di ciò che è sempre stata, nella sua essenza, la fede della Chiesa“.

Nella dichiarazione di monsignor Livi è impossibile cogliere l’intenzione di giustificare la rivolta all’autorità del Concilio. Tanto meno quando si considerano le ammissioni di un onesto progressista quale è padre Giovanni Cavalcoli sugli errori riscontrati nelle istruzioni pastorali contenute nei documenti del Vaticano II.

Per ristabilire la pace intorno alle verità cattolica, sarà quindi necessario (giusta l’osservazione di padre Cavalcoli) intraprendere un difficile cammino inteso a stabilire quali sono i testi dogmatici del Vaticano II (e se esistono, dato che il Vaticano II è stato autorevolmente definito concilio pastorale).

Il nodo non è sciolto in via definita, ma si vede finalmente l’epilogo di una stagione infelice e tormentata. Sembra che si possa sostenere in conclusione l’utilità del lavoro amorevolmente compiuto da Maria Guarini al seguito delle opere di Romano Amerio e delle sapienti considerazioni di Antonio Livi.

E’ dunque condivisibile il giudizio dell’autorevole Brunero Gherardini, che definisce l’autrice “apis argumentosa, che lancia ai quattro venti, con la costanza dei forti, i frutti della sua intelligenza, del suo studio, del suo impegno per la sana dottrina e la Santa Madre Chiesa“.

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