LA CONVERSIONE DEGLI ERETICI – di P. Giovanni Cavalcoli, OP

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di P. Giovanni Cavalcoli, OP


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San Domenico di Guzman, fondatore dell’Ordine Domenicano


Una delle più grandi opere dei Santi dell’Ordine Domenicano, al quale appartengo, nella sua lunga storia dalla sua fondazione avvenuta nei primi del Duecento ad opera di S.Domenico di Guzmàn, è stata quella di riportare all’ovile le pecorelle smarrite, ovverosia di convertire gli eretici, spingerli alla penitenza e indurli a riabbracciare la retta fede tornando nella comunione con la Chiesa.

L’idea stessa di fondare un Ordine avente questo scopo tra i principali nacque nella mente del Fondatore dopo che per tutta una notte, in un’osteria gestita da un eretico della setta càtara, alla fine questa persona, persuasa dagli argomenti offertigli dal Santo, si decise ad abbracciare la fede cattolica.

E da allora fino ai nostri giorni i figli e le figlie del Santo Patriarca hanno ereditato questa passione del Fondatore per l’evangelizzazione e la comunicazione della dottrina cattolica a coloro che, essendosene allontanati, possono essere disponibili a pentirsi, a ravvedersi, a ritrattarsi, a correggersi ed a tornare alla piena Verità del Vangelo interpretata e trasmessa dal Magistero della Chiesa. Molti Domenicani e Domenicane sono stati martirizzati dagli eretici, soprattutto quando sorse il luteranesimo; ma nel contempo molti svolsero un’opera assai proficua tra i protestanti per indurli a tornare nel seno della Chiesa cattolica.

Oggi per la verità si parla poco di quest’opera molto importante che richiede un’apposita preparazione, grande carità, apertura al dialogo, umiltà, prudenza, coraggio, pazienza, perseveranza, spirito di sacrificio, preghiera, disinteresse, equilibrio umano e psicologico.

Ma che cos’esattamente l’eresia? Cerchiamo di chiarire le idee, perché su questo tema di primaria importanza ci sono molti pregiudizi. L’eresia nel senso proprio è una proposizione esteriormente espressa gravemente colpevole, che nel Diritto Canonico è considerata addirittura un “delitto” passibile di sanzione penale.

Deve trattarsi però non soltanto del semplice rifiuto di una verità di fede da parte di una persona qualsiasi, ma questo rifiuto deve venire da uno che è già cattolico; inoltre l’eretico deve essere cosciente che si tratta di questo rifiuto della dottrina cattolica. E’ questa la cosiddetta “eresia formale”. Non è invece propriamente eretico chi si pone in contrasto con la retta dottrina involontariamente, senza sapere che si tratta di eresia.

Come è noto il Beato Giovanni XXIII introdusse il termine “fratello separato” per sostituire il termine di “eretico”, ma qui a ragion veduta, perché egli si riferiva a cristiani che magari da secoli avevano abbandonato Roma, pensiamo per esempio ai Protestanti. In tal caso chi nasce in una famiglia che da generazioni non è cattolica, non può dirsi eretico nel senso proprio che ho definito sopra.

Caratteristica invece dell’eretico formale è la sua ostinazione, spesso dettata dalla superbia o dalla vanagloria, per la quale egli difficilmente riconosce di essere nel falso e si lascia correggere. Certamente l’eretico formale, come manca alla fede, così manca alla carità, giacchè vera carità è quella che desidera comunicare agli altri il vero – la caritas veritatis, come diceva S.Agostino – e non ingannare con false idee, soprattutto poi se si tratta della salvezza.

Se poi si aggiunge a questa ostinazione la capacità dell’eretico, anche per doti sue personali, di attirare seguaci, per cui egli diventa un pericolo non solo a se stesso ma anche per gli altri, allora ci può essere motivo o da parte dell’autorità o da parte di qualunque fedele preoccupato del bene della Chiesa, di denunciarlo alla Congregazione per la Dottrina della Fede, la quale ha il compito di operare per limitare e possibilmente fermare la diffusione dell’eresia seguendo la strada più opportuna o servendosi dei mezzi più adatti al caso, che possono essere diversi, come la semplice monizione del reo, l’interdizione dai suoi uffici, la pubblicazione dei suoi errori con l’ordine di evitarli, la limitazione della sua libertà sempre nel rispetto della persona, anzi proponendone gli aspetti positivi.

Questo intento riabilitatore o redentore è una novità delle funzioni della CDF dopo la riforma operata al Concilio Vaticano II, nell’ambito della famosa direttiva di Giovanni XXIII di “preferire la misericordia alla severità”. In precedenza il Sant’Uffizio era famoso per la severità dei suoi interventi. Oggi invece si preferisce pensare che se l’eretico manca nella carità, dovrà essere la carità ad aiutarlo a ravvedersi. Se egli disprezza chi non la pensa come lui, sarà il rispetto di quanto di buono c’è nel suo pensiero a farlo riflettere. Se egli pecca di superbia, dovrà essere la mitezza a toccargli la coscienza. Se però per la sua arroganza non teme Dio, potrà essere un severo castigo a farlo tornare in se stesso.

In passato i Domenicani, come si sa, hanno svolto una funzione di primo piano nel suddetto importante dicastero della Chiesa, che si chiamava “Santo Uffizio”, tanto che lì per secoli risiedeva addirittura una comunità di frati addetti a quel delicatissimo compito. E tuttora la sede della CDF si trova nell’ex palazzo del Santo Uffizio.

Sappiamo come nel passato purtroppo, dal punto di vista giuridico, questo compito non è sempre stato svolto con la dovuta carità e giustizia, anche se dobbiamo saperci collocare nella mentalità del tempo[1]. Tuttavia le sentenze della CDF in materia di eresia devono considerarsi irreformabili. Non è infatti pensabile che la Chiesa possa sbagliarsi nel discernere la verità dall’errore nel campo della dottrina della fede, perché verrebbe meno al suo compito istituzionale affidatole da Cristo di essere, come dice il Concilio, Lumen Gentium e, per riprendere il titolo di una famosa enciclica del Beato Giovanni XXIII, Mater et Magistra.

Esistono oggi purtroppo pregiudizi ed equivoci che impediscono a molti di capire ed apprezzare nel dovuto modo quest’opera che sostanzialmente è un’opera di carità, di giustizia e di misericordia. L’idea stessa del “convertire” gli infedeli o i non-credenti è giudicata una presunzione e quasi una violenza fatta alla coscienza altrui, una trasgressione della libertà religiosa. O se si parla di “conversione”, non la si riferisce ad un mutamento o a una correzione delle idee religiose o teologiche degli altri, ma semmai ad un mutamento di abitudini pratiche o di condotta morale che peraltro deve toccare innanzitutto noi stessi.

Oggi i Domenicani non hanno più in quel dicastero quel ruolo di primo piano che avevano un tempo. Diminuita è la loro presenza e sono affiancati da altri validi elementi della compagine ecclesiale. Invece continuano a dedicarsi all’altrettanto delicato compito della conversione degli eretici, almeno di coloro che in buona fede, caduti nell’errore, sono umilmente disposti a lasciarsi correggere e a tornare sul sentiero della verità.

Un esempio attuale di questo zelo per le anime è oggi la figura del Servo di Dio Padre Tomas Tyn (1950-1990), che operò numerose conversione e tuttora dal cielo intercede per la conversione dei cuori e delle menti a Cristo. Preghiamolo in modo particolare in quest’Anno della Fede per il ritorno dei fratelli traviati.

Oggi spesso invece molti pensano che non sia necessario o anzi sia dannoso tentare di convertire qualcuno alla propria fede, perché ciò disturberebbe il pluralismo e la diversità, come si dice oggi, delle “fedi”, quasi che non si dia una fede universalmente vera ed unica, quella cattolica, come unica è la verità, ma le credenze delle diverse religioni, compresa quella cattolica, non sarebbero che opinioni incerte, soggettive e contingenti di singoli o di gruppi, opinioni che ciascuno ha diritto di conservare o cambiare di proprio arbitrio senza essere invitato od obbligato da altri a mutarle, quasicchè si trovasse nell’errore o addirittura nell’eresia.

Anche il termine “eresia” è oggi poco usato. C’è la tendenza a credere che eresie non esistono più o che si tratti di un concetto legato o ad una mentalità “fondamentalista” o ad una società teocratica o integrista, che oggi non esiste più. Si pensa che non esistano verità universali e che non sia giusto pretendere dagli altri che accettino quelle convinzioni che noi erroneamente riteniamo essere universali e quindi obbligatorie o salvifiche per tutti.

Tutti sono in buona fede, si dice, tutti hanno buona volontà, tutti cercano la verità a modo proprio, tutte le religioni sono via di salvezza, tutti comunque si salvano: si devono quindi rispettare le diverse vie con le quali ognuno cerca o concepisce la verità. Ciò che è vero per noi può esser falso per gli altri e viceversa. L’essenziale è che ciascuno sia libero di credere a ciò che egli soggettivamente pensa essere la verità. E si pensa che questa sia la “libertà religiosa”.

Ma questa maniera di pensare, prima ancora che essere contraria alla fede cattolica ed al dovere del cattolico di diffondere la fede, è contraria ad una sana concezione della verità e della libertà di opinione, di pensiero e di coscienza. E nulla ha a che vedere col vero concetto di libertà religiosa promosso dal Concilio, concetto che, lungi dal risentire di liberalismo o  soggettivismo o  relativismo o indifferentismo, suppone l’oggettività e l’universalità del vero attinto da ciascuno secondo coscienza, mentre è scusato chi sbaglia in buona fede.

Se guardiamo infatti all’esempio di Gesù Cristo e dei Santi, che dobbiamo sempre avere davanti agli occhi, possiamo vedere come da questi esempi emerga chiara la supposizione dell’oggettività e della universalità della dottrina cattolica e quindi il dovere di fare il possibile per insegnarla a tutti al fine di condurli alla salvezza.

Da questi esempi impariamo anche i metodi dell’evangelizzazione e di come affrontare eretici, infedeli, apostati, scismatici e non credenti. Oggi si sottolinea l’importanza del dialogo e ciò è certamente giusto. Ma non ci si può fermare al dialogo, che è un semplice confronto di idee ed uno scambio reciproco, dove il credente ancora non comunica la Parola di Dio al non-credente o a chi l’ha abbandonata.

Il cattolico deve vedere nel dialogo solo un presupposto per l’opera dell’annuncio, dell’insegnamento, dell’educazione, della catechesi, della vera e propria evangelizzazione o trasmissione del messaggio evangelico, ossia persuadere l’altro, mediante una credibile testimonianza, di verità salvifiche che ancora non conosce o che ha abbandonato o tradito perché caduto nell’eresia.

Credere che il rapporto con i non-credenti o credenti delle altre religioni debba esaurirsi nel dialogo senza andare oltre, ossia senza procedere all’annuncio della verità ed alla correzione degli errori, è una di quelle false interpretazioni del messaggio del Concilio che i modernisti sono riusciti a diffondere quasi si tratti ormai di un luogo comune.

Sia pur servendosi del dialogo, il credente, invece, con tutta la delicatezza possibile, ha il dovere di correggere il non credente, di colmare le lacune della sua formazione, sì dà condurlo gradualmente, fortiter et suaviter, con umiltà, pazienza e carità, pregando e soffrendo per lui, alla pienezza della verità.

A questo scopo non basta il dialogo che è un semplice confronto reciproco, ma occorre quella che nel Catechismo di S.Pio X, è quell’opera di misericordia che si chiama “istruire gli ignoranti” e può giungere anche a quell’altra: “ammonire i peccatori”, peccatori, s’intende, contro la fede. Cristo è stato severo contro chi non vuol credere. E i profeti non sono stati da meno.

Occorre anche saper rimproverare, nell’occasione opportuna, e forse anche minacciare, se ciò può servire a scuotere la coscienza e ad indurre al pentimento. Ad ogni modo, S.Tommaso diceva che la più grande delle opere della misericordia è condurre un fratello dalle tenebre dell’errore alla luce della verità.

L’Anno della Fede non potrà ignorare questo aspetto essenziale della vita e della testimonianza della fede. Non possiamo dire che oggi la comunità cristiana brilli per unità e concordia in fatto di fede, ma spesso fedeli, teologi e pastori si costruiscono una “fede” per conto proprio con la scusa del pluralismo o la convinzione di essere “moderni”.

Non mancano i “lupi travestiti da agnelli”, e neanche i pastori mercenari, che fuggono all’arrivo del lupo, ma altri il lupo non lo vedono neppure. Dunque c’è lavoro per tutti in questo Anno della Fede. Il Sinodo dei vescovi ci parla opportunamente di evangelizzazione.

Ma per poter evangelizzare efficacemente occorre che prima tra noi ci sia unità e concordia nella fede attorno al Vicario di Cristo: se uno presenta come verità di fede A e l’altro presenta non-A, che dovrà pensare l’evangelizzando? Ci dirà giustamente: mettetevi prima d’accordo tra di voi e poi vi ascolteremo. Far la figura dell’Armata Brancaleone non solo non porta a nulla, ma è addirittura controproducente.

 



[1] Ancora all’epoca di S.Pio X esisteva la figura dell’excommunicatus vitandus, ossia dello scomunicato che non solo veniva isolato dalla compagine ecclesiale, ma non poteva contattare altre persone. Fu così che Padre Marella, santa persona della quale è in corso la causa di beatificazione, fu sospeso a divinis per aver dato ospitalità al famoso prete modernista Romolo Murri.

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