LA CRISTOLOGIA ANTROPOCENTRICA DEL CONCILIO ECUMENICO VATICANO II – di Paolo Pasqualucci – quinto capitolo

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di Paolo Pasqualucci

quinto capitolo

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8. Dobbiamo dunque credere che con lIncarnazione Nostro Signoresi è unito in certo modo ad ogni uomo”? Che lIncarnazioneassunzione della natura umana nel mantenimento di quella divinaabbia di per (eo ipso) innalzatoanche in noila natura umana ad unadignità sublime”, questo concetto non risulta dunque dalle definizioni dogmatiche poste a fondamento della cristologia ortodossa. Ma proprio un concetto del genere costituisce il nucleo attorno al quale ruota lintero art. 22, formandone come il perno dal punto di vista dottrinale.

“[Poiché in Lui la natura umana è stata assunta, senza per questo venire annientata, per ciò stesso essa è stata anche in noi innalzata a una dignità sublime]. Ipse enim, Filius Dei, incarnatione sua cum omni homine quodammodo Se univit. Humanis manibus opus fecit, humana mente cogitavit, humana voluntate egit [Costantinop. III], humano corde dilexit. Natus de Maria Virgine, vere unus ex nostris factus est, in omnibus nobis similis excepto peccato [Heb. 4, 15]” (GS, 22.2).

Lassunto contenuto in questo paragrafo, su quale dimostrazione poggia? Esso costituisce laffermazione ultima e finale di un ragionamento che vuole spiegare perché Cristo, “nuovo Adamo”, sveli alluomo la suaaltissima vocazione”, già con il fatto dellIncarnazione. Perché? Perché lIncarnazione ha innalzato luomo a unadignità sublime”. E come mai? Per il semplice motivo che, con lIncarnazione, si è realizzatalunione di Cristo con ogni uomo”. Che linnalzamento ad unadignità sublimedipenda dalla (supposta) unione di Cristo con ogni uomo, lo dimostra sintatticamente la posizione delloenim”, che collega causalmente dignità sublime appena attribuita alluomo e incarnazione come unione con ogni uomo: “Infatti Egli stesso, il Figlio di Dio, si è unito etc.”.

Dobbiamo dire che questa formulazione del dogma cristologico, apparsa qui per la prima volta nella storia della Chiesa, si limita a riproporre in modo aggiornato il dogma stesso, senza sostanziali mutamenti, oppure che essa contiene mutamenti rilevanti, tali da giustificare unindagine accurata sulla loro legittimità? A mio avviso, ci troviamo nel secondo caso. Infatti, nella proposizione: “con lIncarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo”, il concetto di unione ipostatica, tipico della teologia dellIncarnazione, viene utilizzato in modo del tutto atipico. E non si tratta di una novità di poco conto, visto che essa estende il concetto dellunione ipostatica allintera umanità! Questa novità come si può accordare con il concetto chiave dellintera cristologia ortodossa, quello secondo il quale lunione ipostatica ha avuto luogo unic amente nella persona divina di Cristo, ossia in quellunica persona divina che ha unito la divinità del Verbo e la natura umana in un solo uomo, lindividuo che è stato storicamente Gesù di Nazareth, per il Censo imperiale romano figlio di Giuseppe e di Maria? E quindi: non solamente in una sola persona, ma anche in un solo individuo e solo in quello.

P e r s o n a nel senso individuale e concreto, non morale o giuridico; concreto di una sostanza individuale, per se sussistente, che è però divina. Questa persona unisce la natura del Verbo e quella umana di un solo uomo e non di tutta la moltitudine degli uomini poiché la perfetta natura umana del Cristo era quella delluomo vissuto e conosciuto come Gesù, manifestatosi in parole ed opere come il Messia e risorto come tale dai morti: vissuto, morto e risorto sempre ed unicamente come un solo uomo.

Lo ripetiamo, come può accordarsi la novità introdotta da GS, 22 con il concetto di unione che sta a fondamento del dogma? Cè o non, una bella differenza tra il concepire lunione ipostatica come unione delle due nature (umana e divina) in una sola persona che unisce (in modo ad essa peculiare) un solo individuo alla natura divina, ed il concepirla come unionein certo modo con ogni uomo”? Alla nuova dizione dovremmo poter applicare il concetto base del dogma senza essere costretti a rilevare contraddizione alcuna. Ma questo non è possibile.

Secondo il dogma, “unio fit in persona, non in natura(1). Se applichiamo questo concetto alla (supposta) unione di Cristo con ogni uomo, ne segue la divinizzazione delluomo! Infatti, se Cristo si è unito ad ogni uomo per il fatto stesso dellIncarnazione, non potendo noi separare nellunione ipostatica che la costituisce la natura divina da quella umana, ne consegue che la stessa unione che si ha nellunione ipostatica si verrebbe a realizzare in ogni uomo. Perciò, nella persona di ciascuno di noi si realizzerebbe lequivalente o il medesimo dellunione della natura divina e umana che si è attuata in Cristo Nostro Signore! E luomo verrebbe in tal modo divinizzato, alla maniera dei panteisti, cosa del tutto inconcepibile in , offensiva per Dio e contraria alla Fede. Se fosse vero che il Cristo, con lIncarnazione stessa, si è unito ad ogni uomo, allora ogni uomo sarebbe in quanto tale unito al Cristo e ognuno di noi dovrebbe ritenersi consustanziale al Padre, esattamente come il Cristo!

Si può ovviare a simili, aberranti conseguenze, che appaiono tuttavia coerenti con quanto affermato dal testo conciliare, giocando sul significato dellavverbio quodammodo, come se laffermata unione dovesse ritenersi solamente simbolica (vedi supra, § 2)? Ma da questa unione lart. 22 ricava conseguenze teologicamente assai rilevanti, ancorché del tutto nuove nella pastorale della Chiesa. Difatti, abbiamo visto che lIncarnazione in quanto tale provocherebbe losvelamentodellaltissima vocazione delluomo; larestituzionedellasomiglianzacon Dio, che sarebbe stata solodeformatadal peccato originale; linnalzamentoanche in noidella natura umana ad unadignità sublime”: provocherebbe tutto questo proprio perché avrebbe realizzato lunione del Figlio con ogni uomo, in quanto tale!

Il quodammodo non può perciò svolgere la funzione di introdurre unimmagine solo simbolica o allegorica, cosa che oltretutto, come si è detto, apparirebbe priva di senso. In ogni caso, quale che sia il significato da attribuire al quodammodo, la sua presenza sembra essere a ben vedere irrilevante. Infatti, il nuovo Catechismo della Chiesa cattolica, cita due volte GS, 22.2 (agli artt. 432 e 618), nel primo caso semplicemente omettendo questo avverbio. Che brilla per la sua assenza anche nel famoso art. 13 dellEnciclica Redemptor hominis di Giovanni Paolo II, che ha appunto a contenuto la professione deuterovaticana: “Cristo si è unito ad ogni uomo(2).

Consideriamo infine la descrizione delle note caratteristiche dellumanità del Signore, contenute nel prosieguo del passo dellart. 22.2 GS. Esse sembrano voler costituire quasi una prova del fatto che il Verbo si sarebbe unito ad ogni uomo. Nostro Signore, nella Sua vita terrena, ci ricorda larticolo, ha usato lintelligenza, la volontà, gli affetti di un uomo, halavorato con mani duomo” (nella bottega del padre putativo, S. Giuseppe). Tutto ciòdimostra che Egli si è fatto veramente uno di noi”, ovviamente nel senso voluto dallarticolo, ossia in quanto con lIncarnazione si è unito ad ogni uomo. Ma dalla testimonianza delle caratteristiche perfettamente umane della natura umana di Nostro Signore, non si vede come si possa affermare che Egli si è in quanto tale unito a ciascuno di noi. In realtà, la dimostrazione offerta dalle note caratteristiche della natura umana del Signore, non è altro che la ripetizione di quanto la Fede tradizionale della Chiesa ha sempre ritenuto: Eglisi è fatto veramente uno di noiperché in se stesso era uno di noi, era come noi (tranne che nel peccato); pensava, voleva, amava, si comportava come uno di noi, ossia come un vero uomo, dallindividualità specifica, concreta, non come un simulacro di uomo. Ladimostrazioneriportata dal testo conciliare non introduce elementi nuovi, che permettano di accettare la tesi straordinaria di ununione ipostatica del Verbo incarnato con ognuno di noi.

 

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NOTE

1) Bartmann, I, § 89 (p. 373).

2) Sullarticolo 13 della Redemptor hominis, vedi lesegesi critica di Dörmann, op cit., p. 83 ss.

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