LA “CULTURA DI DESTRA”: ERRORE O IMPOSTURA ? – di Fausto Belfiori

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di Fausto Belfiori



Molti anni fa ci furono amici che proposero la definizione “cultura di destra” ritenendo di poter raccogliere, dietro questa insegna, gli oppositori alla “cultura di sinistra”. Naturalmente mi dichiarai contrario a tale iniziativa e in un articolo su “La fiera letteraria” spiegai il perché: noi ci siamo spiritualmente formati nel convincimento – un giusto convincimento – che destra e sinistra siano espressione dello stesso mondo contro il quale i nostri fratelli maggiori avevano lasciato liceo e università per lottare in difesa di principi e valori incompatibili con il modo di pensare e di vivere della maggioranza assoluta dei contemporanei.arnaldo mussolini

L’articolo non trovò buona accoglienza. Amici fraterni, persone con le quali mi ero trovato da giovane fianco a fianco negli scontri di piazza contro gli attivisti di sinistra, mi espressero il loro dissenso accusandomi di fare il “gioco degli avversari”. Replicare non mi fu difficile. Conoscevano il mio pensiero. Mi sentivo – e mi sento – un rivoluzionario, nel senso autentico della parola: a distanza siderale tanto dalla sovversione che dalla conservazione (ma cosa c’è ormai da conservare oltre all’imperitura memoria romano-cattolica?). E, quindi, non potevo ritrovarmi in un settore “culturale” che facesse riferimento alla cosiddetta Destra Nazionale. Avevo avuto modo di dirlo anche a Giorgio Almirante con il quale ebbi un lungo colloquio che ci portò a ricordare, tra l’altro, la nostra polemica sulle colonne de “Il Secolo d’Italia”: l’autorevole esponente del M.S.I. apertamente schierato dalla parte dell ’89 francese e del Bonaparte; io, invece, fedele alla linea ideale che mai ha confuso lo sviluppo interiore dell’uomo e l’ampliamento dell’orizzonte conoscitivo con i ripiegamenti ed i ribaltamenti che rifiutano fedeltà e continuità.

Dunque fu facile spiegarmi con chi avevo condiviso speranze e certezze. Invocare una “cultura di destra” – era ed è il mio parere – significa tornare indietro e sistemarci su una piattaforma partitica e consorziale che è esattamente l’opposto di ciò che ci ha spinto, giovanissimi, a scendere nell’agone politico.

Non fu la scelta di una fazione piuttosto che un’altra a farci ritrovare negli scantinati di Roma o di Milano per studiare e per aiutarci reciprocamente a comprendere quel che avveniva intorno a noi allo scopo di combatterlo meglio. Fu l’aspirazione ad essere degni di quella tradizione che – nonostante le incomprensioni, le cadute e le abiure verificatesi nei secoli – è rimasta viva divenendo patrimonio di minoranze consapevoli e decise a battersi nel Novecento contro l’egualitarismo e il totalitarismo, contro l’egoismo individualistico e la brutalità del collettivismo per dar vita a nuove gerarchie e aristocrazie in grado di tenere testa e debellare l’(in)cultura contemporanea.

Per quanto mi riguarda – concludo- non mi sono formato leggendo Augusto Del Noce, ma seguendo Arnaldo Mussolini, vero interprete della rivoluzione restauratrice: quell’Arnaldo che – con buona pace dei neopagani, dei clerico-progressisti e dei moderati di tutte le tinte – era devoto al Sacro Cuore e, al tempo stesso, persuaso e persuasivo assertore di un serrato progetto politico capace di condurre al risveglio nazionale.

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