La damnatio memoriae

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Damnatio memoriae è una locuzione latina il cui significato è condanna della memoria. Era un istituto del diritto romano che prevedeva, a carico di traditori della patria e dello Stato, una sorta di morte civile, l’oblio assoluto attraverso la cancellazione di ogni traccia, atto, figura del condannato. Tra i personaggi storici più famosi, la damnatio memoriae toccò a Marco Antonio, a Caligola e Nerone, con scarso successo a lungo termine, invero, se noi ancora rammentiamo quei lontani protagonisti di Roma antica. Tra le pene accessorie, c’erano l’abolitio nominis, ovvero il divieto di tramandare il nome di famiglia del reo, che veniva altresì cancellato da tutte le iscrizioni pubbliche. Le immagini del “dannato” erano distrutte. In alcuni casi, poteva essere applicata la rescissio actorum, l’annullamento degli atti, cioè l’abolizione o distruzione di ogni opera realizzata dal reo. In età imperiale, il processo di degenerazione dello Stato giunse a colpire post mortem la memoria di imperatori spodestati o uccisi. Tutte le iscrizioni nei monumenti pubblici venivano in quei casi cancellate, le statue e i monumenti eretti abbattuti o sfregiati.

Nel 2020, tali pratiche si stanno estendendo dall’America all’Europa in odio di sé, per volontà d’impotenza, l’isteria forsennata di farla finita con la storia e l’eredità civile e culturale comune. Nel secolo XX, la damnatio memoriae aveva colpito idee e protagonisti delle ideologie sconfitte. Nel capolavoro di George Orwell, 1984, l’immaginazione letteraria dell’artista andò oltre. Nel territorio dominato dal partito unico Socing, appositi uffici lavoravano attivamente non solo a distruggere la memoria, ma addirittura a capovolgerla, mutarla ex post secondo gli interessi del potere. Scrive Orwell: “tutti i documenti sono stati distrutti o falsificati; tutti i quadri dipinti da capo, tutte le statue, le strade e gli edifici cambiati di nome, tutte le date alterate, e questo processo è ancora in corso, giorno dopo giorno, minuto dopo minuto. La storia si è fermata. Non esiste altro che un eterno presente nel quale il partito ha sempre ragione.

L’analogia della finzione letteraria con la realtà contemporanea d’Occidente impressiona. La volontà di dissoluzione non vuole rischiare il volo della fenice, il mitico uccello capace di risorgere dalle proprie ceneri. Il mondo nuovo esige la tabula rasa, l’abolizione di tutto. La memoria deve essere quindi cancellata con ogni mezzo. La furia accanita contro i simboli ha una valenza ulteriore: ogni civiltà – o naturalmente ogni religione – ha alla base un universo simbolico, abbattere il quale ha lo scopo di minare la trasmissione e la ricostruzione storica e culturale, in una guerra totale in cui l’Altro è il nemico assoluto, indegno di vivere (Carl Schmitt, Teoria del partigiano). Dunque, non può essere ammesso un contraddittorio né qualsiasi opinione discordante: è la furia dogmatica delle rivoluzioni di matrice illuminista e marxista.

Bene ha fatto Donald Trump nel discorso del 4 luglio 2020, giornata dell’indipendenza americana, a ricordare che lo scopo degli iconoclasti è “cancellare la cultura, cacciare la gente, umiliare i dissidenti ed esigere la sottomissione totale di chiunque dissenta. (…) Nelle scuole, nelle redazioni, persino in molti consigli di amministrazione, si è insediato un nuovo fascismo di estrema sinistra che esige adesione assoluta. Se uno non utilizza il suo linguaggio, non segue i suoi rituali, recita i suoi mantra e non obbedisce ai suoi comandamenti, sarà censurato, vietato, incluso in liste nere, perseguitato e castigato”.

L’accanimento con cui la civiltà europea si suicida e annega nell’impotenza, mascherata da uguaglianza, antirazzismo forsennato e da un incredibile identitarismo “soggettivo” indignato e offeso, non ha paragoni né precedenti storici. Il filosofo della politica americano Leo Strauss coniò nel 1953, in Diritto naturale e storia, l’espressione “reductio ad hitlerum”, riduzione a Hitler, per indicare la squalifica totale, inappellabile, da parte della cultura nemica della libertà – il marxismo culturale unito al giacobinismo – delle tesi avverse. Programmaticamente, nessuna confutazione, ma la delegittimazione preventiva con il fine ultimo di ridurre al silenzio e poi distruggere il nemico portatore di un pensiero difforme. Nella reductio ad hitlerum, forma estrema della damnatio contemporanea, per raggiungere l’obiettivo tutto è lecito, anche l’attacco più becero, la menzogna, la falsificazione, la manipolazione. Conta un’unica cosa: costruire il nemico perfetto – persona, idea, persino parola – ed una volta costruito, abbatterlo ad ogni costo.

Un esempio perfetto di reductio ad hitlerum unita alla damnatio memoriae è nell’uso della parola fascismo, e, specularmente, dell’abuso del suo contrario, antifascismo. L’unico leader occidentale a parlare chiaro è, una volta ancora, Donald Trump, che, usando il loro linguaggio, ha smascherato la natura… fascista del neo-antifascismo. Anche i nostalgici più irriducibili sanno che il fascismo storico è finito irrevocabilmente nel 1945. Il suo cadavere viene tenuto artificialmente in vita non da pochi ritardatari della storia, ma dalla macchina propagandistica dominante di estrema sinistra. Antifà in assenza di fascismo, dove l’anatema massimo, l’accusa infamante raggiunge qualsiasi idea avversaria e i suoi difensori. Male e fascismo diventano sinonimi; l’etichetta è applicata a insindacabile giudizio del tribunale del pensiero riunito in sessione continua. Come i tatuaggi, è irrevocabile. Del resto, è più facile combattere un nemico inesistente. Non basta la damnatio memoriae, l’abolizione di simboli e idee del passato: occorre costruire una falsa narrazione per far credere che il Male Assoluto è vivo e addirittura al potere. Qualsiasi deviazione dalla vulgata antirazzista, anti omofoba, anti femminista radicale, ogni condotta, idea, persona, attitudine non gradita è automaticamente bollata come fascismo. Troppa grazia, riderebbe forse Benito Mussolini redivivo. Reductio ad Hitlerum imprescrittibile nei secoli, adesso anche con efficacia retroattiva.

Un altro esempio che mette insieme la manipolazione sfacciata, l’ignoranza alimentata ad arte e il dogmatismo più cupo riguarda un prezioso simulacro di reductio ad Hitlerum, lo schiavismo. É completamente inutile rammentare ai nuovi barbari che ogni civilizzazione umana ha avuto a che fare con la schiavitù, il disprezzo della vita e della dignità umana. Si abbattono le statue di Colombo, ma le civiltà precolombiane – se intendessimo usare il farsesco vocabolario degli iconoclasti – erano più fasciste e naziste di quelle insediate dai conquistatori. Schiavismo, sacrifici umani diffusi, violenza generalizzata, potere assoluto, la vita umana negata. Uguale sorte dovrebbe toccare al giudizio sul mondo arabo, l’Africa, l’Oriente, in cui la schiavitù era normale e il commercio di esseri umani la regola, senza riguardo per l’origine etnica degli sventurati. Non importa: l’unico schiavismo meritevole di imperituro disprezzo è quello praticato da alcuni antenati europei nei confronti di popolazioni di colore.

L’ossessione antischiavista – con il torcicollo al trapassato remoto – non funziona da sola: occorre irrobustirla con dosi industriali di antirazzismo. Qualche volta i suoi alfieri riescono a superare la soglia del ridicolo, come nel caso della contestazione nei riguardi del gioco degli scacchi, colpevole di privilegiare le pedine bianche, che muovono per prime rispetto alle nere. Anche il razzismo – esteso a ogni naturale preferenza per se stessi e la propria gente – è naturalmente a senso unico. Esiste solo quello praticato dai bianchi. Etnie e singoli esseri umani non “caucasici” sono esenti dall’orribile pregiudizio, riformulato come struttura mentale di massa degli europei. Non che basti la damnatio memoriae. All’abbattimento delle statue deve corrispondere il rogo delle opere. Aristotele scrisse qualche riga – 2.500 anni or sono – giustificando la schiavitù: sia cancellato. Shakespeare era certo antisemita: lo dimostra il personaggio di Shylock, ma anche razzista, perché Otello è “il moro di Venezia”, nemico dei disabili, rappresentati da Calibano nella Tempesta. Indubbiamente antifemminista eteropatriarcale per aver osato scrivere La bisbetica domata, il bardo va cancellato dai programmi educativi di letteratura.

La logica conclusione è che la damnatio memoriae in salsa antirazzista, antifascista, anti antimaschilista, anti omofoba e progressista ha tratti psichiatrici: una singolare tribù di sociopatici intolleranti, adoratori del presente per odio di sé e del passato, posseduti dalla granitica certezza di aver scoperto la verità nella negazione. Di più: lascia senza fiato il criterio unico di giudizio, ovvero l’adesione al presente. In quest’ottica, è giustificata ogni rimozione e demonizzazione del passato: il Big Now, il grande Adesso è il punto omega, il vertice della storia. Le sue conquiste non sono credenze, giudizi o pregiudizi, ma oro colato, pura verità distillata dall’umanità divenuta finalmente adulta, dopo millenni di minorità intellettuale: il legato illuminista elevato a universale.

La domanda da porre è la seguente: se questo è vero, come la mettiamo con il progresso? Se la storia si conclude con il trionfo dell’Uguale, dell’Equivalente, crolla anche il mito del progresso, al quale andrà applicata la medesima damnatio del passato, per la sua pretesa titanica di “andare oltre”. Oppure, bisognerà che lorsignori, esaurita la sbornia, tornino alla realtà. Di dannazione in dannazione, non resta che l’inferno, per quanto lastricato di buone intenzioni, un’età della pietra, l’anno zero dal quale ricominciare, tutti uguali, tutti politicamente corretti, tutti senza una storia. Quel giorno, inevitabilmente, avanzeranno di nuovo i più forti, i più volitivi, coloro che crederanno in se stessi. I cavalieri dell’oblio non lo sanno e vivono nella loro ignoranza soddisfatta, ignari che nel tenebroso passato qualcuno già vide, previde e osservò quello che a loro sembra una straordinaria novità.

Tutto ciò che è già avvenuto accadrà ancora; tutto ciò che è successo in passato succederà anche in futuro. Non c’è niente di nuovo sotto il sole. Qualcuno forse dirà: guarda, questo è nuovo! Invece quella cosa esisteva già molto tempo prima che noi nascessimo. Nessuno si ricorda delle cose passate. Anche quello che succede oggi sarà presto dimenticato da quelli che verranno. (Qoelet, 1, 9-11)

Ma già, anche la Bibbia verrà vietata in nome del Bene, la sua memoria dannata e chi la legge arrestato. La realtà supera sempre la fantasia: si aprano le iscrizioni ai Vigili del Fuoco impegnati a distruggere ogni libro, traccia di cultura e passato, come nel romanzo Fahrenheit 451. La Bibbia è una sentina di menzogne, autoritarismo, omofobia e anche razzismo: parla di popoli eletti, Babele distrutta da Dio, come Sodoma per un certo peccato contro natura; i dieci comandamenti sono autoritari, all’inizio c’è quell’affermazione assurda: maschio e femmina li creò. Vinceranno loro. Sull’altare i dannati della terra, nella polvere i dannati della memoria.

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1 commento su “La damnatio memoriae”

  1. E’ un vero mistero d’iniquità questo odio verso se stessa della civiltà occidentale. Fosse solo l’odio ideologico di una pattuglia di intellettuali marxisti… ma è l’odio di una intera fetta della società. Coinvolge anche persone buone, o che si sforzano di esserlo. E’ forsennato, furibondo: portargli contro valide prove o buoni argomenti non serve a niente. E’ accompagnato da un accecamento, da una perdita di senso della realtà – come se non si fosse in grado di comprendere il significato della autodistruzione che si vuole con tanta energia.

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